Gu muore di morte violenta sul ciglio di una strada. Dam, è lì, gli accarezza la testa, poi solleva il compagno dall'asfalto, lo porta a casa e lava la sua pelle centimetro per centimetro. È da questo gesto minuscolo e quasi domestico che “Fame” ricava la sua tensione, e anche la sua stranezza: un libro sulla morte che non comporta il classico lutto che siamo abituati a leggere.
Choi Jin-young, nata a Seoul nel 1981, è tra le voci più note della narrativa sudcoreana. Ha pubblicato la novella in patria nel 2015 con il titolo 구의 증명, che nomina il protagonista maschile mettendo dunque in evidenza la persona. In Italia è stato pubblicato a ottobre di quest’anno da e/o edizioni con il titolo di “Fame”. Il titolo italiano sposta l'accento dal nome al bisogno del corpo, e la scelta veicola il modo in cui il libro verrà letto. Dopo la morte di Gu le loro voci si alternano, quella di lui da morto e quella di lei da viva, e rievocano una vita di lavoro logorante in una società che consuma i giovani fino al tragico epilogo che vede coinvolto lui. Lei, a un certo punto, decide di non piegarsi più a legge, religione e denaro.
Per capire appieno il titolo italiano del romanzo bisogna leggerlo, perché non tratta un canonico bisogno spirituale di amore o di riscatto, ma significa esattamente quello che è, un banchetto per se stessi in presenza della perdita, un sacrificio rituale che invece di invocare dio invoca l'unione immortale tra un uomo e una donna fatta letteralmente di sangue e carne.
Su “Booklist” l'opera è stata definita una “anti-love story” e la definizione è precisissima. La struttura a due voci, che sulla carta rischia l'effetto artificioso (il morto che commenta è una trovata che può reggere solo se ha una ragione), ha invece una funzione. Permette di far convivere lo stesso fatto da due altezze, quella di chi resta e quella di chi non può più restare, senza bisogno di un narratore esterno, ma con un limite: spesso le voci di Gu e Dam si confondono in virtù di uno stile che rimane inalterato nei vari capitoli che si susseguono. Quanto al ritmo, in meno di centocinquanta pagine non si ha il lusso di poter perdere colpi, e il rischio di un testo costruito su un'unica situazione è la ripetizione. Compensano i capitoli brevi o brevissimi, che trasformano la rievocazione della storia d'amore dei due ragazzi in quadri emotivi molto ben tratteggiati, intrisi di tenerezza e lirismo.
Il tema della critica alla società sudcoreana - che ricorre a più riprese nella letteratura e nella cinematografia - è il meglio trattato. Choi non scrive un pamphlet, sia chiaro, ma fa della fatica fisica, del corpo che si consuma al lavoro, la materia stessa del romanzo, e per questo il titolo italiano funziona, perché la fame è insieme un fatto biologico e una condizione economica. Il rifiuto di legge, Dio e denaro, le tre istanze a cui la protagonista, l'abbiamo detto, smette di rispondere, non ha l'aria di un'idea portata dall'esterno, nasce da ciò che i due hanno vissuto. La rabbia è ben espressa e si tocca quasi con mano.
La narrativa coreana contemporanea tradotta in Italia ha insistito molto sul corpo come luogo del rifiuto (viene in mente “La vegetariana” di Han Kang), ma Choi sposta il baricentro dal silenzio a un lamento a due voci che, nonostante alcuni limiti, funziona. Funziona perché, al di là dell’escamotage narrativo decisamente eccentrico, penetra nella mente del lettore. Ci si affezione a Gu e Dam e ci si rammarica per il dramma che vivono.
La lettura non è per tutti, ma se siete alla ricerca di una storia d'amore diversa dal solito unita a punti di riflessioni non banali, avete trovato un ottimo alleato.



