La relazione fra esposizione a sostanze ambientali ed effetti sulla salute è da sempre uno dei campi più studiati e dibattuti a livello sanitario. L’analisi epidemiologica in questi casi richiede campioni ampi e con follow-up molto lunghi nel tempo, che rendono difficile la raccolta dei dati e la correlazione con i fattori di rischio. Inoltre, molte volte gli outcome dello studio - ad esempio la mortalità - possono derivare da componenti multifattoriali, complicando ulteriormente l’analisi epidemiologica.
Premesso questo, fortunatamente l’attenzione della comunità scientifica su tale questione è molto vitale e potrebbe ricevere un ulteriore cambio di passo anche grazie alle nuove tecnologie, in primis l’intelligenza artificiale.
Ad oggi l’attenzione si è concentrata soprattutto su due ambiti di ricerca: i cibi ultraprocessati e i PFAS.

Andiamo per gradi. La definizione di cibo ultraprocessato è molto dibattuta anche se attualmente viene utilizzata la classificazione NOVA proposta da Monteiro. In pratica, secondo questa definizione, i cibi ultraprocessati sono tutti quelli che presentano una complessità elevata per composizione o per modalità di produzione. Su Lancet è stata pubblicata una serie di articoli che analizzano la questione sotto vari punti di vista.
Quello che interessa Polaris è l’articolo di Monteiro che analizza il consumo di cibi ultraprocessati e la sua correlazione con l’aumento dell’incidenza di alcune malattie croniche legate alla dieta. L’aspetto economico/politico riportato negli altri articoli esula dal fine di questa rubrica, tuttavia è utile ricordare che la questione alimentare può avere anche dei risvolti di sanità pubblica e quindi vi consigliamo la lettura degli articoli come ulteriore stimolo al riguardo. Scrivete nei commenti cosa ne pensate.
La seconda tematica di ricerca sono i PFAS, cioè “le sostanze chimiche permanenti”. Di solito sono sostanze prodotte industrialmente che poi entrano nella catena alimentare e vi rimangono, concentrandosi via via che si sale all’apice della catena stessa. Gli effetti sulla salute sono legati a malattie metaboliche e tumorali.
In particolare, è stata da sempre posta sotto osservazione l’esposizione a queste sostanze da parte dei pesci marini. In uno studio pubblicato su Science sono stati studiati i PFAS a catena lunga, cioè quelli che contengono catene di 8 atomi di carbonio (PFAS-C8).
I ricercatori hanno valutato l’esposizione umana ai PFAS in base al consumo stimato di pesce in 44 paesi per un arco di 20 anni ed in base al modello di bioaccumulo di 212 specie di pesci marini. Il risultato di questo modello di studio ha dimostrato che il maggior rischio derivante da PFAS si riscontra soprattutto nei paesi del Nord America ed europei, in particolare nei paesi ad alto consumo di queste sostanze.
Gli autori concludono che la maggiore esposizione avviene soprattutto per il consumo di pesci e/o in prossimità di siti contaminati. Ma un dato veramente interessante è quello relativo all’esposizione assoluta ai PFAS-C8. Secondo i ricercatori, il valore sarebbe ridotto del 40-72% nel periodo di studio, fornendo un quadro promettente.
Passiamo dagli alimenti all’organo che svolge un ruolo fondamentale legato all’alimentazione: il fegato. Il fegato è considerato la “fabbrica metabolica”. Ma non solo.
Il fegato è anche un organo che svolge un ruolo importantissimo a livello immunitario. Al suo interno sono presenti molteplici cellule immunitarie, come le cellule di Kupffer, macrofagi specializzati in grado di “filtrare” le sostanze che arrivano principalmente dal circolo sanguigno intestinale.
Nello studio pubblicato su Nature, i ricercatori hanno analizzato altre cellule immunitarie - i linfociti T - nel topo. Come noto, con l’avanzare dell’età le cellule immunitarie perdono progressivamente la loro funzione di protettori contro i patogeni. L’obiettivo dei ricercatori era quello di capire se esistono dei meccanismi capaci di bloccare questo processo. Hanno scoperto qualcosa di più. Attraverso una mappatura multi-omica (proteomica, genomica, ecc.) gli studiosi hanno confrontato la popolazione anziana e quella giovane scoprendo quali sono le vie di segnalazione nelle cellule che cambiano col tempo. Agendo sui geni con un mRNA, sono riusciti a modulare la risposta da parte degli epatociti e quindi la produzione di linfociti dal timo. Questa scoperta, nonostante derivi da sperimentazioni sui roditori, contribuisce a porre le basi per lo sviluppo di interventi finalizzati a preservare la risposta immunitaria.

Dal sistema immunitario passiamo ora all’olfatto. Come noto, noi umani abbiamo un olfatto molto limitato se paragonato ad altre specie come i cani.
L’olfatto, però, è noto per aver giocato un ruolo evolutivo, ma lo studio dei recettori olfattivi nei fossili è impossibile, dato che - essendo composti degradabili - non resistono al passare del tempo. È però possibile valutare fattori indiretti, quello che hanno dimostrato gli scienziati che hanno pubblicato un articolo su PNAS. Gli autori hanno dimostrato che il calco del bulbo olfattivo - studiato con micro-TAC - è correlato ai geni chemocettoriali, quindi è possibile stimare indirettamente il potere olfattivo di una specie anche estinta in base al calco fossile. Rimangono tuttavia aperte alcune questioni come la differenziazione nella capacità di analisi olfattiva fra le varie specie e la presenza di ulteriori organi accessori capaci di ovviare ad un bulbo olfattivo più limitato.
Concludiamo questa puntata di Polaris con il solito consiglio video. Questa settimana vi proponiamo il video della NASA che analizza come ci stiamo preparando per tornare sulla Luna.