Quando ho deciso di leggere “I figli dell'odio”, di Cecilia Sala - giornalista di Chora News e inviata di guerra -, pubblicato da Mondadori nel 2025, la cosa che ho pensato subito prima di aprire il libro è stata che è incredibile quanto il Medioriente sia sempre stato, nella sua complessità e ricchezza, centrale nella Storia a partire dai suoi albori, una fucina di cultura e di bellezza. E al contempo zona del mondo teatro da migliaia di anni di lotte per la supremazia, senza soluzione di continuità. La domanda che molti si fanno è perché ancora tanto odio, tanta ingiustizia.
Dato che la storia, quella con la esse maiuscola, la fanno le storie di chi nei luoghi è vissuto, ascoltarne (in questo caso leggerne) le voci è un passo fondamentale per capire.
Quello che questo libro riporta non è un elenco di fatti né tantomeno una disamina politologica di quello che il Medioriente è oggi. Quello che troverete qui sono persone che raccontano se stesse. Incontrerete delle giovani ragazze israeliane dei territori occupati in Cisgiordania che si oppongono ai matrimoni misti “perché poi spariscono gli ebrei”; e Aaron, che a Hebron gira con il fucile appeso al petto perché lui non ha paura dopo il 7 ottobre, sono i palestinesi che devono averne. A Tel Aviv Ronen Bergman vi spiegherà quando e come nasce la radicalizzazione israeliana, mentre poco lontano, a Ramla e Lod, le capitali dell'intifada dei coltelli tra gli anni 2015 e 2016, una comunità tra le più miste di Israele gestisce una difficile convivenza: qui i pacifisti dialogano, si interrogano e riescono, nonostante la rabbia, a trovare un difficile punto di incontro. Scopriremo con sommo stupore che Gershom Baskin, ebreo newyorkese trasferitosi in Israele, per anni ha “parlato” con Hamas per gestire cessate il fuoco e rilasci di prigionieri. Spostandoci a Jenin, Firas, palestinese che lotta contro la violenza e crede nel dialogo e nella diplomazia, piange il figlio morto, che a differenza sua ha preso un'altra strada.
E ancora leggeremo del Libano e poi dell’Iran, dei suoi giovani, della loro resistenza contro il regime, delle loro speranze. Ascolteremo moltissime testimonianze di cui quelle qui accennate sono solo un piccolo esempio.
Il reportage che offre Sala è un viaggio straordinario in un affresco multiforme in cui ogni storia è a modo suo la storia di una vita “contro” in cui la voce narrante non ruba mai la scena ai protagonisti, li accompagna in nostra presenza in modo che noi possiamo conoscerli senza doverne necessariamente sposare i punti di vista.
Leggendo comprendiamo che quando ci si accosta a un modo “altro”, lontano, le nostre categorie cadono e l'unica cosa che possiamo fare è cercare di capire.
Uno dei valori aggiunti della lettura è il fatto che alle storie si affianchi la Storia così da poter avere un contesto entro cui collocare la testimonianza dei protagonisti e ogni pagina è scritta in uno stile estremamente vivido e scorrevole. Alla fine ogni persona e ogni luogo incontrato saranno limpidi e impressi nella nostra memoria.
Ma il vero punto di forza è la lente di osservazione: non avremo mai l'impressione che chi scrive ci voglia indirizzare o influenzare nel nostro giudizio, il che non è per nulla scontato.
Alla fine voce narrante e voci narrate si fondono nel racconto autobiografico della detenzione della giornalista nel carcere di Evin a Teheran. Neanche in questo caso e nonostante la durezza dell'esperienza il racconto deraglia dalla compostezza delle pagine precedenti. Con la messa per iscritto della propria esperienza, la scrittrice si congeda.
Dal canto mio, a Cecilia Sala, nell'ipotesi remota che legga questa recensione, vorrei dire che anche io ho un gatto rosso. Persiano, neanche a dirlo.
Se siete curiosi di sapere il motivo del mio messaggio, dovete leggere il libro.



