Per oltre trent’anni l’Unione Europea ha sostenuto un’idea precisa di ordine internazionale: un sistema fondato su regole condivise, istituzioni multilaterali e cooperazione economica. La strategia globale dell’UE del 2016 indicava esplicitamente tra gli obiettivi della politica estera la promozione di un rules-based global order, un ordine regolato dal diritto e sostenuto da organizzazioni multilaterali.
Questo paradigma ha rappresentato uno dei pilastri della politica estera europea dopo la Guerra fredda. In un sistema internazionale relativamente stabile, Bruxelles ha esercitato la propria influenza soprattutto attraverso strumenti diplomatici, economici e regolatori.
In questa prospettiva l’UE è stata spesso descritta come una “potenza civile”: un attore capace di esercitare influenza internazionale soprattutto attraverso strumenti economici, normativi e diplomatici. Le trasformazioni degli ultimi anni stanno però mettendo sotto pressione questo modello. In un sistema internazionale sempre più competitivo, il potere economico e normativo dell’Europa deve confrontarsi con la crescente centralità delle capacità di sicurezza e di deterrenza.
Il contesto internazionale ha iniziato a cambiare: la guerra in Ucraina, la diffusione di tecnologie militari accessibili e la crescente competizione tra potenze globali stanno trasformando l’ambiente strategico in cui l’Unione Europea opera.
In questo quadro si inseriscono le parole pronunciate da Ursula von der Leyen: “Europe can no longer be a custodian for the old world order, for a world that has gone and will not return.” L’UE continuerà a difendere questo sistema di regole, ha affermato, ma non può più fare affidamento esclusivamente su di esso per garantire la propria sicurezza e i propri interessi.
Questa affermazione riflette un passaggio importante nel dibattito. L’ordine internazionale fondato sulle regole resta un riferimento centrale della politica estera dell’Unione, ma la sua difesa richiede oggi strumenti più ampi di quelli su cui l’Europa ha tradizionalmente costruito la propria capacità di azione.
Un sistema internazionale più instabile
L’ordine internazionale emerso dopo il 1991 si fondava su una combinazione di diritto internazionale, istituzioni multilaterali e integrazione economica. Per molti anni questo modello ha contribuito a ridurre il rischio di conflitti tra grandi potenze e a favorire l’espansione del commercio globale.
Negli ultimi anni le dinamiche internazionali hanno assunto caratteristiche diverse. L’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 ha riportato nel nostro continente la guerra ad alta intensità. Allo stesso tempo, la diffusione di tecnologie militari relativamente economiche sta modificando l’equilibrio tra capacità offensive e difensive.
Un esempio significativo riguarda i droni Shahed di produzione iraniana, utilizzati dalla Russia nel conflitto ucraino. Sistemi relativamente semplici e replicabili hanno dimostrato la capacità di colpire infrastrutture critiche e di mettere sotto pressione sistemi di difesa molto più costosi.
Secondo il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy, diversi paesi hanno chiesto a Kyiv assistenza tecnica per sviluppare contromisure contro questi droni. Il dato evidenzia una trasformazione importante: la guerra in Ucraina si sta affermando come uno dei principali laboratori di innovazione militare contemporanea.
Crisi interconnesse
La proliferazione di tecnologie militari accessibili evidenzia anche un altro aspetto del sistema internazionale attuale: la crescente interconnessione tra diversi teatri di crisi. Tecnologie sviluppate, o impiegate, in Medio Oriente trovano applicazione nei conflitti europei. Allo stesso tempo, le soluzioni sperimentate sul campo in Ucraina vengono osservate e studiate da governi e forze armate di molti paesi.
In questo contesto la sicurezza europea si intreccia sempre più con le dinamiche e dinamiche regionali e subregionali. Le catene tecnologiche, industriali e militari attraversano ormai più aree del sistema internazionale. Quando alcuni attori statali o non statali[1] violano le regole del sistema internazionale, difenderle diventa prima di tutto una questione di potere.
La crisi nel Golfo Persico evidenzia ulteriormente questa interconnessione. Le tensioni attorno all’Iran e ai paesi limitrofi hanno riportato al centro dell’attenzione lo Stretto di Hormuz, una delle principali rotte energetiche globali.
Anche senza un’interruzione del traffico, la crescente tensione nello Stretto di Hormuz incide sui mercati energetici e ricorda quanto le economie europee restino esposte alle dinamiche del Golfo. La stabilità del Medio Oriente non rappresenta quindi solo una questione regionale, ma un fattore diretto di sicurezza economica e strategica per l’Europa.
Il dilemma europeo
Il dibattito sulla politica estera dell’Unione ruota sempre più attorno al rapporto tra norme e potere. Per decenni l’influenza dell’UE si è esercitata principalmente attraverso diplomazia multilaterale, accordi commerciali e capacità di definire standard regolatori. Questo modello ha contribuito a consolidarne la posizione come uno dei principali promotori della cooperazione internazionale.
Le trasformazioni del contesto strategico stanno però mettendo sotto pressione questo modello. La sicurezza del continente dipende sempre più da fattori militari, tecnologici e industriali che richiedono capacità diverse rispetto a quelle su cui l’Unione ha costruito la propria influenza.
Per questa ragione negli ultimi anni il dibattito europeo si è concentrato sul concetto di autonomia strategica: la capacità dell’UE di agire nel campo della sicurezza, della difesa e delle tecnologie critiche con un grado maggiore di indipendenza.
Il problema non riguarda soltanto le capacità militari. La questione centrale è la difficoltà di trasformare l’Unione in un attore strategico capace di agire con coerenza e rapidità. La politica estera comune resta infatti il risultato di un equilibrio tra Stati membri con priorità e interessi diversi, una dinamica che limita la rapidità e l’efficacia dell’azione europea in un contesto internazionale sempre più competitivo.
Il tentativo di Bruxelles di rafforzare il proprio ruolo nella sicurezza internazionale incontra diversi ostacoli. Gli Stati membri mantengono posizioni differenti sulla politica estera e sulla difesa. Alcuni governi considerano la NATO il principale pilastro della sicurezza europea, mentre altri sostengono una maggiore integrazione militare all’interno dell’Unione.
Anche la sua architettura istituzionale rende complesso prendere decisioni rapide in materia di politica estera, dove spesso è richiesto il consenso di molti governi nazionali. Infine resta aperta la questione delle capacità militari e industriali. Nonostante l’aumento delle spese per la difesa registrato negli ultimi anni, la sicurezza europea continua a basarsi in larga parte sul supporto strategico degli Stati Uniti.
Il dibattito sul ruolo internazionale dell’Unione accompagna da tempo il processo di integrazione europea. Le crisi degli ultimi anni hanno però accelerato questa discussione.
La combinazione di conflitti regionali, innovazione tecnologica e competizione tra potenze globali sta trasformando il contesto strategico in cui opera l’Europa, che ha costruito la propria influenza internazionale sulla forza delle regole, ma il nuovo contesto internazionale richiede di affiancare a quel modello una capacità più credibile di potere e sicurezza.
La sfida strategica per l’Unione Europea non riguarda adesso l’abbandono delle regole, ma la capacità di difenderle in un sistema internazionale in cui la competizione tra potenze è tornata centrale.
- Gli attori statali sono i soggetti principali nelle relazioni internazionali e nei processi decisionali, rappresentando lo Stato e le sue istituzioni (governi, ministeri, enti pubblici). A differenza degli attori non statali (come ONG o aziende), essi detengono la sovranità e partecipano attivamente alla formulazione delle politiche, specialmente nella fase di decision-making. ↩


