Il consiglio supremo di difesa
Partiamo dall’inizio. Il Consiglio Supremo di Difesa è “un organo di rilevanza costituzionale preposto all’esame dei problemi generali politici e tecnici attinenti alla sicurezza e alla difesa nazionale.”
È presieduto dal Presidente della Repubblica, dal Presidente del Consiglio dei ministri, dai Ministri della Difesa, Esteri, Economia, Sviluppo economico e delle infrastrutture, dal Capo di Stato Maggiore della Difesa e delle Forze armate (questi ultimi non hanno diritto di voto).
Non ha ruolo esecutivo, ma solo quello di indirizzo politico e strategico su varie questioni: sicurezza e difesa nazionale, impiego delle forze armate, partecipazione a missioni internazionali, rapporti con gli alleati, coordinamento. “per la discussione e l’approfondimento multidisciplinare delle problematiche relative alla sicurezza ed alla difesa”.

Si riunisce su convocazione del Presidente della Repubblica. La penultima riunione è stata quella dell’8 maggio. All’ordine del giorno erano presenti l’analisi del “libro bianco sulla prontezza nella difesa UE 2030”, la valutazione del contesto geopolitico, la discussione sul raggiungimento del 2% della spesa per la difesa. Durante l’incontro è stato dato rilievo ad un nuovo tipo di minaccia: quella ibrida come cyber attacchi, manipolazione informativa, protezione delle infrastrutture critiche. E arriviamo alla convocazione del 17 novembre. La comunicazione ufficiale ci informa che una delle questioni più rilevanti è stata quella della propaganda e delle tecniche utilizzate per destabilizzare le democrazie.
Si legge dal comunicato:
“Il Consiglio ha espresso preoccupazione per la manipolazione dello spazio cognitivo, attraverso campagne di disinformazione, interferenze nei processi democratici, costruzione di narrazioni polarizzanti e sfruttamento delle piattaforme digitali per indebolire la fiducia nelle istituzioni e minare la coesione sociale.”
Questo punto è un grande passo avanti perché è stato messo all’ordine del giorno un argomento particolarmente importante: le minacce perpetrate attraverso la dimensione cognitiva. Come ha scritto Gabriele Carrer, nel suo Substack, le azioni contro strutture governativo-militari in Italia sono aumentate del 600%.
Grazie ai dati e all’azione del Consiglio si riconosce formalmente che c’è una guerra ibrida che viene combattuta da vari attori sul nostro territorio che può mettere a serio rischio la nostra democrazia, tanto da richiedere una discussione e quindi una probabile linea di indirizzo per l’esecutivo. Ma questa guerra ibrida non è combattuta soltanto attraverso la propaganda, la disinformazione e le fake news. Il discorso è più complesso.
Cosa sono le minacce cognitive?
Facciamo un passo indietro. E dimenticatevi il classico esempio di guerra. Dimenticatevi anche Sun Tzu. Le guerre contemporanee non si combattono più solamente sul campo di battaglia e anticipando il nemico. Si combattono in modo subdolo, senza dichiarare apertamente guerra, ma attraverso il controllo delle popolazioni avversarie. E gli strumenti che vengono utilizzati non sono più solo quelli classici - giornali, radio, tv - ma anche i media derivati dalla rivoluzione tecnologica, in particolare social media e - da poco - anche l’intelligenza artificiale.
Paesi esteri che hanno come obiettivo quello di destabilizzare le democrazie occidentali possono sfruttare la disinformazione, la manipolazione narrativa e la polarizzazione della società per scardinare il supporto dell’esecutivo politico e il supporto militare o la difesa.
Gli obiettivi di questa guerra non sono più aeroporti, edifici militari o unità belliche. L’obiettivo è la razionalità delle persone, che viene colpita in modo da degradarla per fare breccia nella popolazione, modificarne i comportamenti e indebolire le democrazie liberali.
L’obiettivo dell’azione è quindi la capacità cognitiva di ciascuno di noi, colpiti per “interrompere, indebolire, influenzare o modificare il processo decisionale umano” (Deppe et al.). I “soldati” agiscono nel campo delle neuroscienze, della psicologia cognitiva e delle scienze comportamentali. E il passo successivo è semplice: si sfruttano i meccanismi di ragionamento umano per far penetrare narrazioni fallaci o propaganda.
Le fake news sono la pallottola, il cervello il bersaglio. Ma c’è di più. Dato che di informazione non si muore, la guerra cognitiva è impostata anche come “guerra infettiva cognitiva”.
Infatti “la guerra cognitiva mira strategicamente a modellare e gestire le reazioni di individui e gruppi” (Deppe et al.).
Le persone colpite diventano “untori” e diffondono la disinformazione ad altre persone. Come zombie, i cittadini condividono le informazioni sui social network. Le notizie sbagliate si diffondono, le idee divengono comportamenti e i cittadini agiscono di conseguenza. Il risultato è chiaro: riduzione della fiducia nelle istituzioni, riduzione del supporto di difesa, ulteriore polarizzazione. Le società diventano controllate dall’esterno e più deboli. Sembra la descrizione di un film ibrido fra Minority Report e The Last of Us. Peccato che sia la realtà. E a dirlo non siamo noi, ma studiosi ed esperti internazionali.
Come riportato da Christoph Deppe e Gary S. Schall (Università Helmut/Schmidt/Università delle Forze Armate Federali di Amburgo) la guerra cognitiva è già entrata in campo durante le elezioni di Trump nel 2016 e dimostrata dal Servizio Europeo per l’azione esterna (SEAE) durante l’invasione della Russia ai danni dell’Ucraina. E ancora, il servizio EUvsDisinfo.eu ha registrato 13.300 casi di disinformazione pro-Cremlino nel solo dicembre 2021 con il tentativo di manipolare l’opinione pubblica europea. Azioni sono state condotte anche durante il periodo Covid a dimostrare che ogni argomento è uno strumento efficace per manipolare l’opinione pubblica. Le nuove tecnologie hanno fatto da valido supporto, non per ultima l’intelligenza artificiale, che, nel caso della guerra in Ucraina, attraverso i ChatBot ha dimostrato di poter diffondere con successo la propaganda russa.
Come difendersi dalla cognitive warfare?
Come ogni azione nel campo della disinformazione e della manipolazione cognitiva, l’azione deve avvenire a diversi livelli. E le indicazioni ci vengono fornite dalla NATO nel suo documento “NATO’s approach to counter information threats“ in cui si individuano quattro punti chiave:
capire, prevenire, contenere/mitigare e recuperare.
L’azione è multidimensionale. In primis a livello del singolo cittadino, attraverso l’alfabetizzazione digitale e dei media, la coltivazione del pensiero critico e la promozione di un’informazione attivamente verificata mediante la comparazione di diverse fonti. Una buona conoscenza dei sistemi tecnologici permette inoltre di comprendere come ridurre la diffusione di false informazioni e come tutelarsi da contenuti troppo emozionali o falsi che potrebbero fare il gioco della cognitive warfare. Tuttavia queste azioni riguardano i singoli e sono difficilmente implementabili. Diventa quindi importante l’entrata in campo delle istituzioni, che possono mettere in atto azioni strategiche di controllo, campagne di sensibilizzazione al tema, mitigazione di fattori sociali che possono mettere a rischio la popolazione.
E in questo senso il Consiglio di Difesa del 7 novembre è un forte e chiaro messaggio da parte del Presidente della Repubblica.
Per la tutela dei cittadini, delle istituzioni, dei valori democratici e liberali della nostra Repubblica e della Comunità Europea.
