Attualità
11 novembre 2025 | di Alessio Minuzzo
#COP30 #ambiente

Trentesima edizione della Conference of the Parties e come ogni anno si parte dai progressi (pochi) rispetto alle precedenti edizioni e si guarda agli obiettivi fissati per il futuro (che sono sempre più difficili da raggiungere).

Il tutto nel contesto di un cambiamento climatico sempre più rilevante, con nuovi record annuali di temperature (ormai diventati la norma!) e sempre più episodi di eventi atmosferici anomali che - da molti - vengono criticati come non statisticamente significativi ma che, sempre più numerosi, possono iniziare a diventarlo.

Ma andiamo per gradi.

È passato un anno…e siamo fermi

Ripartiamo dalla COP29 di Baku, che è stata chiusa - in ritardo - il 24 novembre 2024 dopo una lunga discussione, indice di difficoltà nel far trovare un punto di incontro fra i vari paesi.

Se volessimo riassumere in poche parole i risultati della COP29 potremmo dire che: gli interessi economici dei paesi del Nord del Mondo rimangono tali, e c’è uno sforzo per il Sud del mondo ma “regalando” briciole (300 miliardi all’anno da ripartire in tutti i paesi in via di sviluppo…).

Nel frattempo abbiamo assistito a due settimane di incontri in Azerbaijan, uno dei paesi su cui c’è un acceso dibattito a livello mondiale per quanto riguarda i diritti. Le critiche prima dell’evento sono proseguite imperterrite anche durante i lavori. Durante l’evento si è cercato di stornare l’attenzione dai punti critici con l’introduzione della discussione sui “cambiamenti climatici e disuguaglianze di genere”, ma senza grossi impegni. Magra consolazione.

Diverso è stato il dibattito intorno agli aspetti economici. La convergenza è stata raggiunta a livello di finanziamenti per il cambiamento climatico, con la firma da parte dei paesi ad impegnarsi nel mobilizzare 300 miliardi di dollari all’anno destinati alla lotta al cambiamento climatico fino al 2035. I paesi ricchi sono obbligati, quelli in via di sviluppo possono partecipare volontariamente. Sulla questione il dibattito è rimasto aperto anche perché alcuni paesi grandi emettitori - come Cina e India - sono sì in via di sviluppo - per alcuni parametri - ma sono anche grandi emettitori e le loro economie interessano cospicue quote di mercato. Difficile coniugare interessi con buoni comportamenti.

Alcuni accordi sono stati raggiunti, come quello sul meccanismo della mitigazione dei cambiamenti climatici. Rimane però l’interrogativo su come possano essere sostenuti a livello finanziario.

La COP28 del 2023 aveva riacceso una speranza grazie al GlobalStockTake, ovvero l’accordo sulla progressiva uscita dalla dipendenza dalle fonti fossili. La COP29 avrebbe dovuto mettere a terra il progetto. Ma ha fallito.

Come sempre la speranza viene riposta negli incontri preparatori in vista della COP dell’anno successivo, che quest’anno si sono svolti in giugno a Bonn. Gli Usa non hanno inviato delegazioni, in linea con la posizione di ritiro dalla politica “green” annunciata pochi mesi prima, quando l’amministrazione Trump ha dichiarato di volersi ritirare dagli accordi di Parigi. L’Europa avrebbe potuto assumere un ruolo preminente nella discussione, quantomeno di mediazione, ma nei fatti così non è stato. Fallimentari si sono dimostrate poi le discussioni sulle modalità di implementazione della mitigazione dei cambiamenti climatici. I paesi in via di sviluppo avevano chiesto una condivisione delle modalità di miglioramento da parte dei paesi più ricchi, il che invece ad oggi non è ancora accaduto. Questi sono i presupposti con cui siamo arrivati alla COP30.

Il Paese ospitante: il Brasile

Quest’anno il paese ospitante è il Brasile, che occupa la decima posizione - o giù di lì - per quota di CO2 prodotta, con circa 460 milioni di tonnellate rilasciate in atmosfera all’anno. Il vero problema del Brasile è la deforestazione dell’Amazzonia, considerata da sempre il polmone verde del mondo unitamente a quell’importante attore nella produzione di ossigeno che è il mare (e le barriere coralline) e di cui parleremo in seguito. Negli ultimi anni abbiamo assistito a una notevole riduzione dei chilometri quadrati deforestati, anche se all’orizzonte - o più vicino - un problema c’è già: quello della degradazione della foresta, cioè le porzioni che non vengono disboscate ma modificate a tal punto da non poter svolgere la propria funzione, anche quella legata alla biodiversità. Per fortuna non siamo più alla percentuale di deforestazione di qualche anno fa, ma la situazione è lungi dal migliorare.

Cosa aspettarsi dalla COP30?

Visti i precedenti non c’è da aspettarsi molto anche perché negli ultimi anni le tematiche sul tavolo sono particolarmente ostiche. Stiamo parlando dell’aspetto finanziario e della condivisione di intenti, piani difficili da coniugare quando la squadra è molto differenziata per richieste e bisogni.

Sicuramente giocherà un ruolo di primo piano l’assenza degli Stati Uniti d’America, che sotto l’amministrazione Trump non invierà nessun rappresentante di livello; verrà meno il peso di uno dei paesi più importanti, che avrebbe potuto spostare l’asticella verso maggiori percentuali di decarbonizzazione e fungere da esempio virtuoso. Come si muoverà la Cina? E quali le richieste dei paesi africani? L’indonesia - uno dei paesi con maggior livello di deforestazione e settima per emissioni - che richieste avanzerà? Giocherà insieme agli ASEAN?

Una cosa è certa, negli ultimi anni è mancata la collaborazione internazionale. E vale la pena di citare il messaggio del Dalai Lama - che è quasi un monito - scritto su X

“ The climate crisis affects every living being on this earth. We face a real need for greater global responsibility based on a sense of the oneness of humanity. If we fail to act, it is the children and grandchildren of today who will really suffer. For them we must act together.” - Dalai Lama (su X)

E forse vale la pena aggiungere anche le parole del grande filosofo Aristotele, che nella sua Etica Nicomachea ha più volte indicato nella “giusta via di mezzo” la soluzione a molti problemi.

Riusciremo a rinunciare a qualcosa? Troveremo prima o poi il nostro giusto mezzo?

 


Aggiornamento

La COP30 ha appena preso il via e ha già dovuto affrontare i primi problemi, quelli legati alla gestione di 50.000 delegati dovuti ad un’offerta alberghiera inadeguata e che ha richiesto anche una soluzione non proprio “green”: l’utilizzo di una nave da crociera.

Alloggi a parte, Lula ha aperto i lavori affermando che la COP30 sarà “la COP della verità" in un periodo di "fake news e travisamenti" e di "rifiuto delle prove scientifiche" (BBC) “ma anche di progressi del multilateralismo”. Chiaro messaggio rivolto a chi non sarà presente - gli Stati Uniti - e frecciatina all’Occidente, che appare indebolito dopo la perdita della presenza del grande protettore (USA) e causa principale dell’inquinamento. Discorso molto ASEAN-centrico, o meglio BRICS+.

Il problema, però, è che il clima non conosce bandierine o organizzazioni. E le conseguenze non riconoscono etnia o religione, ma colpiscono vite umane, come ha affermato Grandi, l’Alto Commissario per i rifugiati dell’UNHCR, che ci ha ricordato i 250 milioni di sfollati interni legati ad eventi climatici negli ultimi dieci anni. Le soluzioni devono essere pragmatiche e improntate alla collaborazione, come ha ricordato anche il Dalai Lama. E ha ragione. Lo ha ribadito anche Simon Stiell - Segretario Esecutivo delle Nazioni Unite - che ha paragonato la collaborazione ai canali di attuazione dei risultati della COP all’idrografia del Rio delle Amazzoni.

E che ha poi continuato: “Lamentarsi non è una strategia. Abbiamo bisogno di soluzioni.” È priorità. Quelle auspicabili per COP30 dovrebbero essere: attuare una transizione giusta e ordinata dai combustibili fossili, triplicare la capacità di energia rinnovabile e raddoppiare l'efficienza energetica, mobilitare 1,3 trilioni di dollari all'anno per l'azione per il clima nei paesi in via di sviluppo, approvare un quadro globale di indicatori di adattamento, portare avanti il ​​programma di lavoro sulla transizione giusta e il programma di attuazione tecnologica.

Dal canto suo Lula propone un “consiglio del clima” per superare la lentezza decisionale delle precedenti 29 COP. La soluzione sarebbe un altro organo di gestione, ma in passato non sono stati i momenti di confronto il problema, ma i finanziamenti…

Comunque, cerchiamo di imparare anche un po’ di portoghese. La parola di oggi è "multifaceted", aggettivo che sta ad indicare i problemi del clima. E anche le soluzioni sono molteplici. Secondo André Corrêa do Lago, presidente della COP30, per raggiungere tali soluzioni, quella appena iniziata dovrà essere la “COP dell’attuazione, dell’adattamento e dell’integrazione economica della politica climatica e, soprattutto, la COP che ascolta e crede nella scienza”.

Vedremo.

 

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