C’è un filo sottile, ma visibile, che collega il “no” di Trump ai missili Tomahawk e la visita di Putin a Budapest: la fine dell’illusione che l’Ucraina abbia ancora il pieno controllo del proprio destino.
La decisione del presidente Trump di non procedere (per ora) alla consegna di missili Tomahawk all’Ucraina segna una nuova fase del conflitto. Trump avrebbe chiesto “più chiarezza” su come Kyiv intende usarli. Il messaggio implicito: nessuna escalation senza il nostro via libera.
I Tomahawk, missili da crociera a lungo raggio capaci di colpire obiettivi anche a 1.500 km di distanza, avrebbero potuto cambiare la dinamica della guerra. Per l’Ucraina, erano la chiave per indebolire le retrovie russe.
Per Trump, invece, sono un rischio e un’arma negoziale.
“Prima di dare questi missili, voglio sapere esattamente dove intendono usarli” - Trump
Dietro la prudenza americana c’è una logica di controllo: tenere il conflitto sotto gestione senza lasciarlo sfuggire di mano. Ma il risultato immediato è uno: Kyiv resta senza l’arma che chiedeva da mesi.
Putin in Ungheria?
Nel frattempo, Vladimir Putin si recherà in Ungheria per un incontro con Trump, nonostante il mandato d’arresto della Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e deportazione di minori ucraini. L’Ungheria guidata da Viktor Orbán ha già annunciato che non arresterà Putin.
Motivazione ufficiale: “favorire il dialogo di pace”.
Motivazione reale: l’Ungheria non vuole più sottostare alle regole della Corte dell’Aia e ha già avviato l’iter per sospendere la propria adesione allo Statuto di Roma.
Putin, quindi, viaggerà in Europa in tutta tranquillità, nonostante il mandato internazionale ancora valido.
Tutto questo crea un precedente che non può essere ignorato e un messaggio chiaro: il diritto internazionale vale solo finché non ostacola la politica.
L’Ungheria lo giustifica parlando di “pace”, ma è la pace di chi accetta le regole del più forte ed è la stessa logica che guida Washington: meglio congelare la guerra che rischiare un’escalation.
E che cosa resta all’Ucraina di questa pace congelata?
Un territorio devastato, alleati troppo prudenti e un nemico che può permettersi di ignorare un mandato d’arresto.
La nuova geometria del potere
Due fatti, due linee che si incrociano. Da un lato, gli Stati Uniti frenano il sostegno militare; dall’altro, la Russia riemerge sul piano diplomatico.
Trump appare intenzionato a ridisegnare la mappa della guerra: meno armi, più tavoli, ma questi tavoli non sono a Kyiv: sono a Budapest. Tavoli che non prevedono però la partecipazione del presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy. Il destino dell’Ucraina discusso dall’invasore con altri attori senza la presenza del presidente della nazione invasa e piagata da anni di guerra. Ma tutto questo a cosa porterebbe?
Per Mosca, sarebbe una vittoria simbolica.
Per l’Ucraina, una doccia fredda.
Per l’Europa, un campanello d’allarme: l’asse transatlantico sta cambiando priorità.
C’è una parola che riassume questa fase: ambiguità.
Trump non abbandona l’Ucraina, ma ne limita la libertà strategica. Non difende Putin, ma lo legittima con un incontro ufficiale. E, nel mezzo, un’Europa che assiste, divisa e spesso impotente.
In politica estera, l’ambiguità è una tattica. Ma quando diventa dottrina, rischia di trasformarsi in resa.
Se Washington tratta Putin come interlocutore “necessario”, e se Budapest lo accoglie ignorando l’Aia, allora gli istituti internazionali non sono più un vincolo alla cooperazione: sono una semplice possibilità quando fa comodo. Sullo sfondo, un ordine mondiale che diventa opzionale e, per definizione, instabile.
L’Europa tra diritto e convenienza
L’Unione Europea si trova ora in un equilibrio sempre più precario.
Condannare l’Ungheria sarebbe politicamente esplosivo, ma non può ignorare un episodio simile. Eppure, il silenzio prevale.
Perché dietro l’indignazione, molti governi europei guardano con sollievo a qualsiasi segnale di “pace”, anche se imperfetta.
Una pace che però rischia di istituzionalizzare l’ingiustizia: un presidente sotto mandato ICC che viaggia liberamente, una nazione aggredita che deve chiedere il permesso per difendersi, e un alleato che valuta ogni mossa in termini di consenso interno.
In conclusione, Trump crede di poter essere il negoziatore supremo, l’uomo che chiuderà la guerra, o meglio, tutte le guerre, con una stretta di mano. L’uomo che porterà la pace e forse all’ambito premio Nobel.
Ma la storia insegna che la pace imposta solo sulla base di chi ha più forza militare dura poco.
Questo momento è una cartina di tornasole per l’Occidente.
Se l’America tratta Putin come un qualsiasi interlocutore e l’Europa finge di non vedere il mandato dell’Aia, allora l’ordine liberale costruito dopo il 1945 è già in crisi.
Non per colpa della guerra, ma per l’indifferenza di chi la osserva stanco.