Secondo le Nazioni Unite, oltre 460 persone tra pazienti, donne, bambini e operatori sanitari sono state uccise durante l’attacco al Saudi Maternity Hospital, l’ultimo grande ospedale funzionante della città. L’assalto, attribuito alle milizie delle Rapid Support Forces (RSF), è avvenuto dopo mesi di assedio che avevano già ridotto El Fasher alla fame e al collasso sanitario.
Da settimane le forze paramilitari RSF avanzano casa per casa, compiendo esecuzioni sommarie, stupri e saccheggi sistematici. Gli ospedali vengono presi di mira, i civili intrappolati, gli aiuti umanitari bloccati. Le Nazioni Unite e diversi organismi internazionali hanno denunciato gravi crimini, compresi crimini di guerra e crimini contro l’umanità, e hanno espresso preoccupazione per un possibile rischio di genocidio in Sudan.
Eppure questa tragedia umanitaria scorre quasi nel silenzio.
Ogni volta che il mondo distoglie lo sguardo, la violenza trova spazio per crescere. Ma l’indifferenza è una scelta.
Prestare attenzione non è un gesto simbolico: è il primo passo per fermare l’oblio, per sostenere chi ancora porta cure e cibo tra le macerie, per chiedere ai governi e ai media di non voltarsi dall’altra parte.
