I social e i salotti televisivi - ma anche le cene di famiglia - sono ricchi di esperti, che magari non hanno una formazione specifica sull’argomento ma ne parlano come se lo fossero. Si chiama sconfinamento epistemico (epistemic trespassing) e può interessare qualsiasi argomento: politica internazionale, medicina, storia. Tutti possiamo soffrirne. Tanti ne soffrono. Riconoscere chi ne è affetto ci può aiutare per mettere in dubbio le sue verità.
Chi sono gli “sconfinatori epistemici”?
Breve recap. L’epistemologia è quella branca della filosofia della scienza che si occupa dello studio della conoscenza. In inglese si parla di “epistemic trespassers” cioè ”sconfinanti epistemici”, che, secondo la definizione fornita da Nathan Ballantyne, professore associato di filosofia all’Arizona University ed esperto in materia, sono quei pensatori ed esperti che hanno competenze specifiche in un campo, ma si esprimono anche in un campo completamente diverso rispetto a quello di pertinenza. Un esempio pratico: un fisico che parla di medicina.
A questo punto vi saranno venuti in mente almeno due o tre personaggi che circolano sui social o nei salotti televisivi. Con il Covid prima e la guerra in Ucraina poi, queste figure sono uscite allo scoperto. Ci sono sempre stati. Ed uno di questi è un esempio per farci capire meglio.
La vitamina C del Nobel Pauling
Linus Pauling vinse il premio Nobel per la chimica nel 1954 “per la sua ricerca sulla natura del legame chimico e la sua applicazione alla spiegazione della struttura di sostanze complesse”. Quindi era un genio assoluto in campo chimico. E non solo. Grazie alla sua capacità di analisi Pauling riuscì a correlare la forma a mezzaluna dei globuli rossi nell’anemia falciforme ad un problema molecolare. La sua scoperta venne pubblicata su Science nel 1949 con il titolo “Sickle Cell Anemia: a molecular disease”. Ad oggi l’articolo è stato citato più di 3000 volte e ha rivoluzionato una parte della medicina. Questa scoperta ha rafforzato la sua idea secondo la quale l’organismo, essendo formato da molecole, poteva essere curato modificando l’introduzione delle molecole stesse. Pauling ha anche dato un nome a questa teoria: medicina ortomolecolare. In linea con questa teoria, nel 1970 Pauling affermò che la vitamina C potesse prevenire ed alleviare l’influenza. La sua affermazione non era campata per aria, ma basata su uno studio randomizzato, quindi uno studio di alto livello metodologico. Scrisse anche un libro sull’argomento. Il problema è che lo studio era stato condotto su un campione di bambini e quindi non era applicabile alla popolazione generale.
Come avviene sempre in campo scientifico, negli anni le evidenze sul ruolo della vitamina C nel trattamento del raffreddore sono aumentate e nel 2013 la Cochrane - il massimo organismo internazionale per la valutazione delle evidenze scientifiche tramite revisioni sistematiche della letteratura - ha pubblicato uno studio al riguardo. Ma all’epoca il discorso era diverso.
Le evidenze scientifiche erano così limitate da non poter esprimere un consiglio terapeutico con un adeguato grado di raccomandazione. E soprattutto non era la funzione di un chimico esprimere un consiglio medico. Ma Pauling lo fece. Ed il problema fu che Pauling era una celebrità in America non solo in qualità di scienziato, ma anche grazie alla sua attività come pacifista e per il disarmo nucleare che lo aveva portato al livello di notorietà di Einstein e per il quale aveva ricevuto il secondo Nobel, quello per la pace, vinto nel 1960. Quindi il fatto che fosse stato un Premio Nobel - e quindi esperto - a fare quelle raccomandazioni fu considerato dalla popolazione generale come una verità assoluta e questo provocò un aumento del consumo di vitamina C nella popolazione generale, inutilmente. Ma c’è di più. Pauling reiterò l’errore anche in campo oncologico. Solo dopo alcuni anni le evidenze scientifiche dimostrarono che non vi era correlazione. Ma ormai il danno era fatto.
Questo apre anche a un’ulteriore considerazione di tipo metodologico, epistemologico appunto. Alcuni scienziati svolgono un’attività in cui le intuizioni possono essere dimostrate con esperimenti lineari. Ma esistono alcuni campi del sapere - come la sociologia o la medicina - in cui i bias metodologici sono intrinseci nella materia tanto da richiedere più studi per arrivare ad una “possibile” scoperta. In parole povere: uno studio non fa evidenza.
Anche in altri campi la situazione è simile
L’esempio di Pauling è utile per capire cos’è lo sconfinamento epistemico. Ma veniamo ai giorni nostri. Fisici che parlano di scienze internazionali, economisti che parlano di filosofia, biologi evoluzionisti che parlano di religione sono ormai all’ordine del giorno. La questione però non deve meravigliare perché esiste da sempre.Anche nell’antica Grecia chi otteneva posizioni elevate o di potere si ritrovava a parlare di questioni che non gli competevano. Un esempio su tutti? Ione di Efeso come riportato da Platone in un suo dialogo. Ed il problema è rimasto. La domanda che sorge spontanea è: come facciamo a riconoscerli?
Definire il campo di azione e considerare l’esperienza
Di solito le persone che più frequentemente sono affette da sconfinamento epistemologico sono gli intellettuali pubblici o le celebrità accademiche. Esperti in un determinato campo che - non colpevolizziamo - molte volte vengono invitati in salotti pubblici o sui vari media per esprimere opinioni. Molte volte vengono sottoposti a domande su altri campi della conoscenza ed è lì che scatta il problema.
Mettiamoci nei loro panni. Essendo “esperti nel campo X”, è difficile accettare di rispondere “non è il mio campo di studio, non posso rispondere”. Ma qualcuno non si tira indietro e così si realizza il famoso sconfinamento epistemologico. Da lì in poi è difficile tornare indietro e quindi è più probabile che questo meccanismo si ripeta. Molti intellettuali, invece, si sentono in dovere di poter apportare il proprio contributo su un argomento in quanto capaci di un ragionamento fine, oppure perché spinti da una posizione ideologica che - essendo esperti - si sentono in dovere di portare avanti.
Come riporta Ballantyne nel suo articolo, molte volte questi “sconfinatori” falliscono anche su un altro piano: quello dell’umiltà intellettuale.
Come riconoscere quando un esperto sconfina?
La prossima volta che seguirete una conferenza o un dibattito e ascolterete una particolare affermazione o un ragionamento, fermatevi un attimo e domandatevi: qual è il campo di competenza dell’esperto?
In parole povere: se un fisico parla di politica internazionale, forse il grado di evidenza delle sue affermazioni deve essere preso per quello che è, ovvero basso.
E questa consapevolezza ci permette di non rendere tutto al pari del rumore di fondo. Un esperto in una materia rimane esperto in quella materia anche se ha esternato affermazioni discutibili in un altro campo della conoscenza. E questo è molto importante. Perché ridimensiona notevolmente le esternazioni di alcuni giornalisti, che devono essere considerate per quello che sono - ovvero opinioni - e le esternazioni di alcuni attori, celebrità oppure scienziati. Insomma: ad ognuno il suo.