C’è una scena, verso la metà del libro, in cui Xu Sanguan (venditore di filo di seta, marito, padre di tre figli) si mette in coda davanti a una stazione di raccolta del sangue. Non è la prima volta. Non sarà l’ultima. Eppure in quella scena c’è qualcosa di speciale: Xu Sanguan non vende il sangue per sé, né per un capriccio o un’emergenza domestica. Vende il sangue per pagare le cure del figlio maggiore, il quale non è nemmeno sangue del suo sangue. Ed è in questo gesto contraddittorio e infinitamente, straziatamente umano, che Yu Hua mette a fuoco l’anima del suo romanzo.
Pubblicato in Cina nel 1995, Cronache di un venditore di sangue arriva dopo Vivere!, l’altro grande affresco popolare dello scrittore di Hangzhou, condividendone l’ambientazione storica e la velleità di raccontare decenni di storia cinese attraverso l’esistenza di una sola famiglia. Il romanzo si sviluppa nel lasso di tempo tra gli anni Cinquanta fino a dopo gli anni Settanta, dalla Campagna dei Cento Fiori al Grande Balzo in Avanti, dalla Rivoluzione Culturale all’epoca delle riforme. Quello di Yu Hua, però, non è un racconto storico nel senso convenzionale del termine: la storia entra nelle sue pagine di sbieco, come una corrente d’aria da una finestra dagli infissi non eccellenti; i personaggi subiscono la storia senza tuttavia comprenderla mai del tutto: un po’ come avviene nella vita reale.
Xu Sanguan è un uomo semplice, nel senso più onesto della parola: non ha grandi ambizioni, non è un eroe, né possiede quella consapevolezza politica che i romanzi di denuncia spesso attribuiscono ai loro protagonisti. Quando vende il sangue per la prima volta, lo fa per curiosità, imitando due contadini. Scopre che i soldi ricavati sono una bella somma, che c’è un rituale (il pasto di fegato di maiale e vino di miglio caldo succede immediatamente il prelievo, come un dono alla propria vitalità), che il valore del sangue è diverso da quello del sudore della fronte: i soldi ricavati non vanno sprecati, perché per quelli s’è rinunciato a un pezzetto di vita.
Il romanzo è costruito in episodi quasi autonomi, cadenzati dal ritorno ciclico di Xu Sanguan alla stazione di raccolta. Ogni vendita corrisponde a una crisi. Yu Hua adotta una prosa volutamente ripetitiva, quasi rituale nelle sue formule ricorrenti (“Xu Sanguan disse”, “Xu Yulan disse”) che ricorda la struttura delle fiabe orali o dei classici confuciani. È una scelta stilistica precisa, non una limitazione: questa sintassi elementare restituisce il ritmo della vita quotidiana cinese, la sua ciclicità, la sua resistenza per abitudine più che per convinzione. Non è assente la tragicomicità che contraddistingue i romanzi di Yu Hua: ogni scena pare architettata con l’intento di rubare un sorriso, salvo poi lasciar scoprire al lettore di star ridendo di una tragedia. In questo senso, l’autore si fa burle continue del suo interlocutore.
Sullo sfondo della vicenda c’è la Cina del XX secolo nella sua fase più traumatica. Yu Hua non indugia sulle atrocità (non le occulta, ma non le esibisce nemmeno) e proprio per questo risultano più devastanti: ci vengono presentati come parte di una quotidianità da accettare, senza possibilità di controbattere. La carestia degli anni del Grande Balzo viene raccontata attraverso la fame di una famiglia che fantastica sul cibo ad alta voce, inventando piatti immaginari come una forma di sopravvivenza psichica. La Rivoluzione Culturale, invece, irrompe nel romanzo come una forza meccanica e assurda: le umiliazioni, le accuse di promiscuità, le sessioni di autocritica per strada. Anche in questo caso, ad attanagliarci lo stomaco sarà la spaventosa normalizzazione degli eventi: non v’è forza che possa opporvisi.
Yu Hua appartiene alla cosiddetta generazione dei “giovani arrabbiati” della letteratura cinese degli anni Ottanta e Novanta, quella che ha attraversato la Rivoluzione Culturale nell’infanzia e si è ritrovata a scrivere nell’era delle riforme di Deng Xiaoping, in un paese che stava diventando capitalista senza avere ancora smesso di essere maoista. In questo contesto, il sangue come merce non è solo una metafora: rimanda alle riforme economiche, alla graduale mercificazione del corpo e del lavoro, alla trasformazione dell’individuo da suddito ideologico a consumatore. Xu Sanguan vende il sangue esattamente come la Cina degli anni Novanta stava vendendo il proprio, aprendosi al mercato globale con un’intensità che molti osservatori hanno trovato, appunto, vampiresca.
Ma il romanzo non è una parabola ideologica. Xu Sanguan resta un personaggio comico, nel senso alto del termine: le sue gelosie ridicole, le sue punizioni domestiche grottesche, la sua ostinazione nel non ammettere di amare Felice Uno (o Yile, per coloro che non hanno apprezzato questa scelta di traduzione) come un figlio vero mentre lo difende con la stessa ferocia con cui difenderebbe i figli biologici: tutto questo costruisce un ritratto umano che supera qualsiasi intenzione allegorica. La scena in cui Xu Sanguan, ormai vecchio, si reca alla stazione di raccolta e viene respinto perché il suo sangue non vale più nulla, è tra le più strazianti della letteratura cinese contemporanea. Non perché rappresenti la fine di un sistema, ma perché rappresenta la fine di un uomo che ha misurato la propria utilità nel mondo con un’unità di misura che il mondo stesso ha smesso di riconoscere.
Yu Hua sa dosare il dolore con l’ironia, e questa è la sua cifra stilistica più riconoscibile. Ride delle sue creature e le compiange nello stesso momento, senza cinismo e senza sentimentalismo. Cronache di un venditore di sangue è, alla fine, un libro sulla fedeltà: alla famiglia, a se stessi, a quell’idea di dignità minima che anche l’esistenza più miserabile si ostina a custodire. Una fedeltà che non ha niente di eroico, e che per questo è tanto commovente.
Cronache di un venditore di sangue
di Yu Hua
Editore: Feltrinelli Editore
Anno di pubblicazione: 2018
Traduzione di Maria Rita Masci


