A Yan’an, nell’agosto del 2025, prenotare un hotel per il fine settimana è diventato difficile come a Shanghai durante il capodanno. I prezzi delle camere sono raddoppiati rispetto all’anno precedente. Nella città che fu la base rivoluzionaria di Mao Zedong alla fine della Lunga Marcia, quella che il partito intende ancora una sorta di “terra santa” della rivoluzione, i turisti fanno la coda davanti ai musei dalle prime ore del mattino, e le agenzie di viaggio propongono pacchetti all-inclusive che propongono tour guidati in autobus, cene a tema rivoluzionario e la possibilità di indossare uniformi dell’Armata Rossa per i selfie. Non è Disneyland. O forse sì, a modo suo.
Questo è il quadro del 红色旅游, il turismo rosso: un fenomeno che conta, secondo le stime più recenti citate nel lavoro di Lin Chunfeng dell’Università Normale della Cina Orientale (华东师范大学,huadong shifan daxue), circa 540 milioni di visite l’anno, pari a un quinto di tutto il turismo domestico cinese. Per farsi un’idea della scala: gli investimenti privati nelle infrastrutture turistiche di Yan’an hanno superato i cinquanta miliardi di yuan, dieci volte la cifra spesa per costruire Shanghai Disneyland.
Un’industria nata per decreto
La storia ufficiale del turismo rosso comincia nel 2004, quando gli uffici generali del Partito Comunista e del Consiglio di Stato pubblicarono il Piano Generale per lo Sviluppo del Turismo Rosso 2004-2010, identificando una prima lista di cento siti iconici della rivoluzione. Non era un gesto spontaneo della base, bensì una decisione calcolata, con due obiettivi, ben illustrati dal documento stesso. Il primo, pedagogico: rafforzare le tradizioni rivoluzionarie, consolidare il patriottismo, formare l’identità nazionale. Il secondo, economico: sviluppare le zone rurali e interne del paese, che coincidono quasi perfettamente con le aree in cui si svolse la rivoluzione e che, non a caso, sono tra le più povere della Cina.
Non era nemmeno la prima volta che lo Stato cinese mescolava pellegrinaggio politico e sviluppo economico. Il termine 红色旅游 compare per la prima volta in una pubblicazione mainstream nel 1996, usato dalla responsabile del Comitato Femminile del programma di sviluppo delle “Vecchie Zone Rivoluzionarie”. È probabile che il trauma del 1989 (gli scontri di Piazza Tiananmen, ndr) abbia accelerato la riflessione: se i giovani si ribellano, forse è perché non conoscono abbastanza la storia del partito. Portarli fisicamente nei luoghi di quella storia sarebbe apparsa, a molti funzionari, una risposta plausibile.
Tra il 2016 e il 2020, il governo centrale ha stanziato circa 370 milioni di dollari per sviluppare il settore. Ha costruito 2.442 chilometri di strade nuove per connettere i siti rivoluzionari, il novanta per cento dei quali si trovano nella Cina centrale e occidentale. Nel 2018, i siti del patrimonio rivoluzionario ricevevano già 800 milioni di turisti l’anno, e le visite rappresentavano quasi il dieci per cento delle spese del turismo domestico. Il quattordicesimo Piano Quinquennale, approvato nel 2021, include esplicitamente lo sviluppo del turismo rosso tra le priorità strategiche del paese, accanto alla "rivitalizzazione rurale” e alla formazione dei “valori socialisti fondamentali”.
È chiaro che, a lato delle iniziative governative, il fenomeno del turismo rosso venga alimentato da una quantità di turisti ideologici, affascinati dal passato maoista e spinti da convinzioni personali.
Chi ci va, e perché
La risposta facile che spesso si tende a preferire è: ci vanno per obbligo. Funzionari di partito, organizzazioni giovanili, lavoratori delle aziende statali. E in parte è vero. Ma questa spiegazione coglie solo una porzione del fenomeno.
Secondo uno studio pubblicato su PLOS One, emergono tipologie di visitatori molto più articolate: i “turisti rossi ideologici”, motivati politicamente; i “turisti della nostalgia”, spesso anziani che hanno vissuto l’era maoista; e i giovani, segmento in più rapida crescita e al contempo più difficile da interpretare.
Nel 2022, l’88 per cento dei turisti cinesi ha visitato almeno un sito rosso. Durante il Qingming del 2024, i visitatori sono aumentati del 37% rispetto alla media pre-festiva. Nell’estate 2025, le prenotazioni alberghiere a Jinggangshan, la zona montuosa tra Jiangxi e Hunan dove è nata la Repubblica Sovietica Cinese nel 1927 e dove è iniziata la guerra civile contro i nazionalisti di Chiang Kai-shek, sono cresciute del 40%.
Cosa cercano i giovani? Una risposta parziale viene da una revisione della letteratura del 2025: educazione storica, curiosità per un passato percepito come remoto, e una “nostalgia immaginata”, cioè un senso di appartenenza non necessariamente ideologico. Il turismo rosso si nutre inoltre di prodotti culturali paralleli: film, serie, videogiochi.
La propaganda come merce
Lin Chunfeng, nel volume Red Tourism in China: Commodification of Propaganda (Routledge, 2023), propone una chiave interpretativa centrale: la mercificazione della propaganda. La propaganda smette di essere un messaggio imposto e diventa un prodotto consumato volontariamente. Il rapporto tra Stato e cittadino si trasforma in quello tra produttore e consumatore.
Yan’an rappresenta il caso più istruttivo. La “Golden Yan’an” è una città tematica costruita ex novo: alberghi, ristoranti, spettacoli storici. I prezzi sono elevati, i musei gratuiti per scelta governativa. Il risultato è un sistema ibrido, per così dire: lo Stato fornisce il quadro ideologico, il settore privato gestisce il mercato, il turista consuma.
Si tratta di una logica apparentemente ossimorica: disciplina rivoluzionaria e consumo turistico. Tuttavia, la contraddizione si dissolve nella pratica. Il visitatore può essere simultaneamente patriota e consumatore. Il partito, così facendo, ottiene sia legittimazione simbolica che benefici economici.
Ci sono dei limiti
Anche in Cina hanno gli imprevisti, sia chiaro.
Il primo problema è quello dell’autenticità. Uno studio pubblicato su PMC mostra che i turisti percepiscono i siti rossi come più efficaci dal punto di vista educativo quando l’atmosfera culturale è coerente e immersiva, ma che molti siti hanno sviluppato prodotti di massa prestando scarsa attenzione alla sostanza culturale, con il risultato che l’effetto patriottico viene neutralizzato dall’eccessiva commercializzazione.
Il secondo problema riguarda le aspettative dei visitatori, che spesso superano le prestazioni reali dei siti. Uno studio condotto nel 2024 su 217 visitatori della Sede della Fondazione del Movimento dei Contadini a Guangzhou mostra un divario importante tra l’importanza attribuita dagli intervistati agli indicatori di qualità del sito e il livello di soddisfazione effettiva. Parrebbe che i turisti si aspettino una profondità culturale che non viene offerta.
Il terzo problema, forse il più sottile, è politico. Tornando al libro di Lin, il turismo rosso funziona meglio quando il visitatore ha già un’affinità con il progetto rivoluzionario. Tra le nuove generazioni, cresciute in una Cina radicalmente diversa da quella della Lunga Marcia, questa affinità è meno scontata. A volte tornano a casa con una bella serie di fotografie e una vaga curiosità storica. Il partito, per ora, sembra accettare questo compromesso: meglio un turista apatico che un cittadino assente.
Il modello che si esporta
Di recente, anche la Russia ha lanciato un proprio programma di turismo rosso, riabilitando figure del passato sovietico e ricostruendone una narrativa favorevole. La logica è questa: trasformare la memoria politica in prodotto turistico e usare il mercato per rafforzare la narrazione nazionale. La lezione implicita è che la propaganda più efficace è quella scelta, non subita. E per essere scelta, deve essere desiderabile, accessibile, persino divertente.
A Shaoshan, paese natale di Mao, esistono oltre ottanta siti turistici. Tra questi, uno stagno in cui Mao avrebbe nuotato da giovane. L’ingresso è gratuito, ma la coda può durare un’ora.
In quella coda si coglie la logica profonda del fenomeno: non è necessario interiorizzare la memoria politica perché essa continui a funzionare. È sufficiente visitarla, fotografarla, condividerla. Il resto è affidato alla struttura che la produce.


