L'Editoriale
31 dicembre 2025 | di Valentina Barbiero
#Ucraina #guerra #Mariupol #crimini di guerra

In realtà è un’operazione di pulizia della memoria.

Il teatro era diventato uno dei principali rifugi per la popolazione civile durante i bombardamenti. Il 16 marzo 2022 l’edificio fu colpito nonostante sul terreno davanti e dietro alla struttura fosse stata tracciata in grandi lettere la parola ДЕТИ (“bambini”), visibile dall’alto, per segnalare la presenza di civili e minori.

Il numero esatto delle vittime non è mai stato accertato. Le autorità ucraine avevano inizialmente parlato di centinaia di morti. Un’inchiesta dell’Associated Press, basata su testimonianze e ricostruzioni indipendenti, ha stimato fino a circa 600 vittime. Altre organizzazioni per i diritti umani, tra cui Amnesty International, hanno indicato un bilancio di decine di morti confermati, sottolineando però che l’impossibilità di accedere al sito e la distruzione dei registri rendono plausibile un numero molto più alto. L’attacco è stato definito da più osservatori internazionali come un probabile crimine di guerra.

La ricostruzione del teatro e la cerimonia di riapertura sono state presentate dalle autorità russe come un segnale di rinascita culturale e di ritorno alla normalità. Tuttavia, l’evento ha sollevato le critiche da parte del governo ucraino e di osservatori internazionali, che evidenziano l’assenza di un riconoscimento ufficiale delle vittime, di un memoriale o di una qualsiasi assunzione di responsabilità per quanto accaduto nel 2022.

Per molti analisti, la riapertura del teatro non è solo un fatto culturale, è un atto politico: un tentativo di ridefinire la memoria pubblica di uno dei luoghi più emblematici della distruzione di Mariupol. 

Senza memoria e riconoscimento della responsabilità, la cultura non ricostruisce ma normalizza finendo così per diventare parte integrante del processo di negazione di ciò che è realmente accaduto.

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