Ci sono frasi che sopravvivono al setaccio del tempo più di quanto sopravvivano le opere che le contengono. Alcune diventano marchi linguistici, altre si rinnovano in significato, altre ancora, ed è il caso di questa, finiscono per dire qualcosa che i loro autori, forse, non immaginavano.
Filippo Tommaso Marinetti nasce ad Alessandria d’Egitto il 22 dicembre 1876. Ha 33 anni quando scrive “La guerra sola igiene del mondo” all’interno del Manifesto del Futurismo, pubblicato su “Le Figaro” nel 1909. Doveva essere uno slogan, una provocazione, l’annuncio dell’arrivo di un’arte nuova, protesa in avanti. Il problema, o il merito, è che ha funzionato: la frase si emancipa dall’avanguardia che l’aveva generata e inizia a vivere di vita propria, diventando prisma della modernità violenta del Novecento.
Quando Marinetti scrive questa frase, l’Europa è un continente attraversato da forze contraddittorie: la fede quasi religiosa nella tecnica, la fascinazione per la velocità, la stanchezza delle democrazie liberali, il magnetismo dei nazionalismi.

Non è difficile capire perché un artista radicale abbia pensato alla guerra come a un “bagno purificatore”: la pace appariva immobile, ingessata, e ogni immobilità, secondo il futurismo, era una forma di morte. Bisognava rompere, accelerare.
L’idea della guerra come “igiene” è forse uno degli esempi più nitidi di come una metafora possa operare sul linguaggio e contemporaneamente anche sul pensiero.
L’igiene appartiene al registro del bene: pulizia, cura, prevenzione.
Trasportarla nel territorio della distruzione significa nobilitare la violenza, trasformarla in un dovere, perfino in un atto etico. Non più morte, ma manutenzione. Non catastrofe, ma cura, quasi un riadattamento amplificato dei rituali sacrificali. Questa torsione simbolica è la vera forza del motto marinettiano: non è una formula bellicista, è una formula moralizzante.
Il futurismo poi non è mai stato un puro esercizio culturale: nell’esaltare le esplosioni, il fragore dei cannoni, la velocità letale degli aeroplani trasforma la guerra in teatro, nel palcoscenico dell’energia umana, in un moderno spettacolo gladiatorio.
Quello che interessa sono il ritmo e la luce delle macchine, non la sofferenza e la carne.
La guerra è estetica più che evento storico.
Marinetti e i suoi compagni non sono soli: Paul Valéry vede nella guerra la “fabbrica dei miti moderni”; Ernst Jünger la trasfigura in esperienza formativa; i nazionalisti italiani la vogliono come battesimo della nazione. La retorica palingenetica (l’idea che la distruzione generi rinascita) appartiene allo spirito del tempo.
Ciò che però più colpisce non è il ruolo della frase nel 1909, è il fatto che continui a risuonare familiare oggi. Non perché qualcuno invochi apertamente la guerra come purificazione, ma perché la logica culturale sottostante sopravvive in forme nuove.
Va anche precisato che il fatto che la guerra sia uno dei mezzi d’elezione per dirimere le controversie non è certo un’introduzione moderna, ma nel linguaggio politico e mediatico, e non solo, del XXI secolo, il lessico militare è permeante: guerra al virus, guerra alla criminalità, guerra all’inflazione, territori da bonificare, nemici interni. La struttura mentale non è diversa: individuare un male, dichiarargli guerra, purificarne gli effetti. Il motto futurista è diventato grammatica intrinseca al discorso contemporaneo.
Le guerre odierne, dall’Ucraina a Gaza, passando per quelle dimenticate del Sahel o del Caucaso, sono eventi profondamente mediatizzati: mappature digitali, video di droni, analisi strategiche in diretta, estetiche del bombardamento riproposte in un continuo ciclo di immagini.
La guerra diventa un contenuto, un flusso, un oggetto di consumo visivo. È qui che il futurismo ritorna: nell’idea che il conflitto, prima ancora che un dramma umano, sia una forma estrema di esperienza visiva.
In una parte del discorso politico occidentale, ad esempio nelle destre radicali europee (ma non solo), in alcune frange del suprematismo americano, nei nazionalismi etnici, ritorna l’idea che la comunità sia un corpo minacciato da agenti esterni; occorre quindi ripulirlo, difenderlo ed espellerne le impurità.
Senza dirlo apertamente, è la stessa logica che informava l’immaginario futurista: la violenza come guarigione morale.
A distanza di oltre un secolo, la frase di Marinetti è un piccolo laboratorio di modernità. Racconta come le società si abituino alla violenza, come la dilavino simbolicamente, come la normalizzano attraverso il linguaggio.
E ogni volta che la guerra appare come soluzione naturale, ogni volta che la distruzione viene presentata come terapia, ogni volta che la violenza sembra necessaria “per rimettere ordine”, siamo davanti a una ripetizione elegante, aggiornata, dissimulata del vecchio slogan apparso su Le Figaro.
La frase di Marinetti è un dispositivo che continua ad attivarsi nel presente. E vale sempre la pena domandarsi chi lo stia riattivando, come e per quale scopo.