“La speranza è viva…il futuro è nelle nostre mani. Le aspettative sono alte e noi le rispetteremo. In questo momento di oscurità nella politica, New York sarà un faro” Zohran Mamdani
Giovane politico del Queens, nato in Uganda, cresciuto negli Stati Uniti, figlio del politologo ugandese Mahmood Mamdani e della regista Mira Nair, fa parte della corrente Democratic Socialists of America (DSA). Già precedentemente eletto all’Assemblea dello Stato di New York per il distretto 36, il 34enne Zohran Mamdani è il neo designato sindaco di New York City.
Il compito che lo aspetta è tutt’altro che semplice. La città simbolo del sogno americano non è una realtà qualunque, ma una metropoli da oltre otto milioni di abitanti con una forte identità progressista e cuore pulsante del melting pot made in USA.
Ma in che modo un candidato che si è affacciato alla corsa elettorale solo pochi mesi fa è riuscito a sbancare alle urne? Forte di una campagna social piuttosto aggressiva, probabilmente il punto focale della sua impresa è individuabile nel forte slancio progressista, nel suo background multiculturale e in un programma radicale su alloggi, trasporti e welfare, che punta a trasformare completamente la città. Mamdani si definisce apertamente socialista, riferimento che in passato gli sarebbe costato un probabile ostracismo politico, ma le cose cambiano e gli Stati Uniti non fanno eccezione.
In piena linea con il proprio posizionamento, il giovane sindaco, primo musulmano ad ottenere la carica, propone il blocco degli aumenti (o “scongelamento”) degli affitti per gli alloggi a canone stabilizzato, trasporti pubblici gratuiti per autobus e ampliamento del network, asili pubblici gratuiti per i bambini sotto i 6 anni, supermercati comunali gestiti dalla città per rendere più accessibili gli alimenti nelle zone a basso reddito e una riorganizzazione delle forze dell’ordine in cui polizia e servizi sociali (salute mentale, assistenza) operano fianco a fianco, non un semplice “defund”.
La corsa di Mamdani è stata vista come un crocevia per la sinistra urbana americana e ora che ha vinto potrebbe diventare un modello per un’amministrazione progressista “di rottura” nelle grandi città. Inoltre, un sindaco di origini migranti, musulmano, che parla a elettori spesso esclusi dai circuiti tradizionali, rappresenta un cambiamento generazionale e culturale. Questo lo rende simbolicamente potente in un’epoca di grande disuguaglianza urbana.
Un dato interessante è il fatto che abbia vinto nonostante siano stati sollevati dubbi sulle sue passate frequentazioni con organizzazioni universitarie e studentesche che avrebbero espresso visioni controverse sugli attacchi del 11 settembre e sulle relazioni fra Stati Uniti e Medio Oriente. A titolo di esempio, si segnala la sua partecipazione a un capitolo universitario di Students for Justice in Palestine (SJP) al college, gruppo spesso accusato di avere posizioni estreme.
È stata anche messa in evidenza la sua condotta nei confronti della comunità indù: in una manifestazione nel 2022 a Times Square, critici affermano come fosse presente un coro che insultava gli indù, definiti “harami”, cioè impuri, e che Mamdani non sarebbe intervenuto per fermare la cosa.
Va comunque sottolineato come non tutti i dettagli risultino confermati in fonti di prim’ordine e dal canto suo Mamdani ha descritto le polemiche come tentativi di delegittimare le voci musulmane progressiste nella politica americana. Ha insistito sulla necessità di “un dibattito basato sui fatti, non sulla paura”.
In ogni caso, l’insieme di queste e diverse altre contestazioni dello stesso tenore, anche se in parte basate su interpretazioni o critiche, potrebbero destare preoccupazione in particolare nelle comunità ebraiche, indù e nei quartieri più conservatori.
In sintesi, Zohran Mamdani si presenta come la nuova voce della sinistra metropolitana americana: giovane, multietnico, progressista. Le sue proposte mirano ad affrontare problemi reali (casa, trasporti, disuguaglianza) ma è l’esperimento politico a essere tanto rilevante quanto il singolo programma.
Tuttavia, le polemiche sulle sue frequentazioni e le critiche riguardo alla sua visione sulla sicurezza e le relazioni internazionali evidenziano che la sua non è semplice vittoria: dovrà dimostrare che il cambiamento che propone è anche governabile.
In una città come New York, la posta in gioco è altissima: governare significa dare un segnale netto al partito democratico e alla politica urbana mondiale. Ma perdere l’occasione di mettere a terra i punti del programma elettorale potrebbe far apparire la sua corsa come un’operazione di marketing più che un atto politico.