In copertina: U.S. Immigration and Customs Enforcement, Flickr
Estero
16 gennaio 2026 | di Valentina Barbiero
#Trump #ICE #USA

Negli Stati Uniti si è aperta una frattura che va oltre la singola protesta locale.

Gli scontri in Minnesota tra manifestanti e agenti federali dell’ICE e la minaccia del presidente Donald Trump di ricorrere all’Insurrection Act ci spingono a porci questa domanda: fino a che punto il governo federale può usare la forza militare per imporre l’ordine interno?

A Minneapolis la tensione è cresciuta giorno dopo giorno nei quartieri attraversati da operazioni federali sempre più visibili, fino a condensarsi in un singolo episodio che ha radicalmente cambiato il tono della protesta. All’inizio di gennaio, durante un’operazione dell’ICE, una cittadina statunitense, Renee Nicole Good, è stata uccisa da un agente federale. Secondo la versione ufficiale, l’agente avrebbe aperto il fuoco per legittima difesa, una ricostruzione che però è stata immediatamente messa in discussione da familiari, testimoni e autorità locali, che hanno denunciato l’uso sproporzionato della forza in un contesto che non era teatro di alcun reato violento.

Dopo l’uccisione della cittadina americana durante l’operazione dell’agenzia ICE, le reazioni politiche di Washington hanno contribuito ad alzare ulteriormente la tensione. Donald Trump e J.D. Vance hanno espresso sostegno agli agenti federali, difendendo l’operato dell’ICE e spostando rapidamente l’attenzione dalle circostanze della morte alle successive proteste. Nelle loro dichiarazioni pubbliche non è emersa nessuna richiesta di chiarimento immediato sull’uso della forza, mentre il tema dell’ordine pubblico e della necessità di ristabilire il controllo è diventato centrale. È in questo clima che Trump ha evocato la possibilità di ricorrere all’Insurrection Act, legando la gestione delle proteste a strumenti pensati per situazioni eccezionali.

La morte della donna ha agito da detonatore. Le proteste contro l’ICE, già presenti da settimane, si sono trasformate in manifestazioni di massa. Le strade di Minneapolis sono diventate il teatro di scontri con agenti federali, con tanto di uso di mezzi antisommossa e arresti, mentre il governo statale del Minnesota ha accusato Washington di aver aggravato la situazione con una gestione coercitiva e poco trasparente. In breve tempo, quella che era nata come una controversia sull’enforcement dell’immigrazione si è trasformata a tutti gli effetti in uno scontro istituzionale.

Per capire come si sia arrivati a questo punto, occorre guardare all’evoluzione dell’ICE stessa e fornire qualche ulteriore spiegazione.

L’agenzia ICE (o Immigration and Customs Enforcement) nasce nel 2003, all’interno del Department of Homeland Security, come parte della riorganizzazione della sicurezza interna successiva all’11 settembre. La sua missione originaria era relativamente circoscritta: far rispettare le leggi sull’immigrazione e condurre indagini su traffici e reati transnazionali considerati una minaccia alla sicurezza nazionale. Per anni l’ICE ha operato lontano dai riflettori, con un profilo prevalentemente amministrativo e investigativo.

Negli ultimi anni, però, il suo ruolo è cambiato. I dati raccolti dal Transactional Records Access Clearinghouse dell’Università di Syracuse mostrano come alla fine del 2025 oltre 65.000 persone fossero detenute quotidianamente nei centri ICE, più del doppio rispetto a dieci anni prima, una quota significativa delle quali non aveva condanne penali. Parallelamente, il budget dell’agenzia si aggira oggi intorno ai 10 miliardi di dollari, a fronte di circa 4–5 miliardi all’inizio degli anni 2010. Questo contemporaneo aumento di poteri e risorse ha trasformato l’ICE da struttura amministrativa relativamente discreta ad apparato federale visibile e armato che opera all’interno delle città, spesso senza il consenso delle autorità locali, trasformandola in un attore politico centrale nelle dinamiche del conflitto sull’immigrazione.

Agenti dell’ICE e manifestanti a Minneapolis dopo la sparatoria di Renée Good del 7 gennaio 2026, Chad Davis, Wikimedia Commons

Minneapolis è diventata il punto di rottura di questa dinamica. Le operazioni dell’ICE, la morte di Renée Good e la risposta federale hanno saldato immigrazione, uso della forza e conflitto tra i vari livelli governativi. Chi esercita il potere coercitivo e con quali limiti democratici? È questo adesso il problema, e va ben oltre la mancata applicazione delle leggi.

È in questo contesto che arriva la minaccia, avanzata dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, di invocare l’Insurrection Act. Questa legge, risalente all’inizio dell’Ottocento, consente al presidente degli Stati Uniti di impiegare le forze armate sul territorio nazionale per reprimere rivolte o disordini che, a suo giudizio, gli Stati non sono in grado o non vogliono controllare. È una delle pochissime eccezioni al principio che separa esercito e ordine pubblico ed è considerata uno strumento estremo.

Storicamente, l’Insurrection Act è stato usato in circostanze eccezionali, come negli anni Cinquanta e Sessanta per imporre la desegregazione razziale contro la resistenza degli Stati del Sud. In quei casi, l’intervento federale serviva a garantire diritti costituzionali negati. Oggi, invece, viene evocata in un contesto diverso: reprimere proteste civili nate da politiche federali controverse non legate alla tutela dei diritti costituzionali.

Il collegamento tra ICE e Insurrection Act è diretto e strutturale. L’espansione dell’ICE come apparato di enforcement interno produce conflitto nelle città; il conflitto viene poi reinterpretato come minaccia all’ordine; a questo punto entrano in gioco poteri straordinari pensati per l’eccezione in un'escalation in cui strumenti amministrativi, polizia federale e infine forze armate diventano parti di un unico continuum di gestione del dissenso.

Quanto però successo a Minneapolis non può essere definito un incidente o un eccesso momentaneo, ma un segnale che mostra cosa accade quando un apparato federale, nato per la sicurezza, diventa uno strumento ordinario di gestione del conflitto sociale, e quando il dissenso viene trattato come una minaccia da neutralizzare.

Il punto, più che la legittimità formale dell’operato dell’ICE o dell’Insurrection Act, è l’uso concreto di questi strumenti e le conseguenze che possono produrre sul piano istituzionale e politico. È su questo terreno che la crisi di Minneapolis assume un significato ben più ampio. Se l’enforcement dell’immigrazione giustifica la militarizzazione delle città, e se le proteste civili possono essere ridefinite come “insurrezione”, allora il problema va ben oltre gli ultimi fatti di cronaca perché mostra come decisioni prese per gestire un’emergenza locale possano ridefinire, passo dopo passo, i confini dell’autorità federale e del diritto al dissenso. Si tratta dell’idea stessa di limite al potere esecutivo e della convinzione, sempre più diffusa, che l’ordine valga più delle regole che lo rendono legittimo. In questo modo una crisi circoscritta inizia a produrre effetti sistemici.

La questione che resta aperta è se strumenti pensati per situazioni eccezionali possano entrare nella gestione ordinaria del conflitto politico senza alterare l’equilibrio democratico. Minneapolis, oggi, rende visibile questa tensione. Il modo in cui verrà affrontata offrirà indicazioni rilevanti sui limiti del potere federale e sulla tenuta della democrazia americana.
 

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