In memoria di Pier Paolo Pasolini, proponiamo qui un ritratto che vuole essere un omaggio letterario: non semplicemente biografico, ma con l’intento di restituire, a 50 anni dalla sua morte, la portata culturale e morale di un intellettuale che continua a interrogarci.
Nato a Bologna il 5 marzo 1922 nel contesto di una famiglia di militari, Pasolini trascorre l’infanzia in spostamenti continui per via della carriera del padre. Dopo gli studi, un periodo decisivo è quello trascorso in Friuli, in mezzo alle comunità contadine, all’esperienza del dialetto, della marginalità geografica e sociale: queste radici ne segnano l’intera produzione poetica e narrativa.
Intellettuale poliedrico – poeta, romanziere, drammaturgo, sceneggiatore e regista – Pasolini incarna un modello di impegno totale nel “fare cultura”.
Ed è proprio questa molteplicità che rende la sua figura così affascinante e complessa: ciò che lo rende “iconico” non è solo l’arte, ma la tensione morale che la attraversa.
La prima opera narrativa di rilievo, Ragazzi di vita (1955), racconta la vita dei “ragazzi” delle borgate romane, con un linguaggio crudo e non edulcorato: un’immersione nelle pieghe marginali della città che fu motivo di scandalo e gli costò un processo per “oscenità”. Nel cinema, film come Accattone (1961) e Mamma Roma (1962) portano sullo schermo la sua poetica della periferia, della gioventù senza speranza, della vita vissuta ai margini.

In questi lavori (e in altri ancora) si ritrova la fusione di marxismo, cristianesimo, antropologia popolare e critica radicale al sistema consumistico e borghese: un’impalcatura teorica che trascende il “fare arte” e si fa presa sulla realtà sociale.
Pasolini non si è però limitato all’attività di scrittore e regista: è intervenuto nel dibattito pubblico, ha denunciato la trasformazione antropologica dell’Italia del boom economico, ha criticato le istituzioni e la cultura dominante. Ha visto, in quella che sembrava modernizzazione, una perdita di senso, un’omologazione che uno stato, secondo lui, “usava” più che governare.
La sua polemica contro il “clerico-fascismo” della Democrazia Cristiana e contro una cultura dei consumi che appiattiva le differenze sociali è parte integrante della sua riflessione.
In questo senso, Pasolini è oggi più che mai attuale: le questioni che sollevava - marginalità, globalizzazione culturale, potere mediatico, perdita di radici - continuano a essere centrali.
La morte, oggi 50 anni fa
La notte tra il 1° e il 2 novembre 1975, Pasolini viene brutalmente assassinato a Ostia, nei pressi di Roma. Aveva 53 anni.
Le circostanze della sua morte restano largamente oscure, e hanno alimentato dibattiti che si estendono ben oltre il fatto criminoso e si intrecciano con la sua attività di denuncia delle relazioni tra potere politico, mass-media e subalternità.

La morte di Pasolini segna non solo la perdita di un autore, ma l’interruzione di un filo aperto: la riflessione critica, l’arte come contesto di verità, la capacità del poeta-regista di mettersi in gioco nella società.
L’eredità e il “volto” contemporaneo
Pasolini non è solo un monumento della cultura italiana: è un monito. Le sue opere sono attraversate da tensioni che riguardano la vulnerabilità, la condizione umana, la comunità perduta e quella che forse non c’è ancora. Il “mondo delle borgate” che egli rappresentava non è solo passato: è memoria vivente di un’Italia che ancora lotta contro le sue disuguaglianze interne.
In ambito letterario, la sua poesia dialettale e in lingua, i suoi saggi, la sua critica incarnano un esperimento formale e civile insieme. Nel cinema, la sua opera è studiata non solo come rappresentazione, ma come “visione” della società, come gesto estetico e politico insieme.
E in un’epoca di media forti, di sovraccarico comunicativo, di spasmodica ricerca dell’immagine e di marginalizzazione crescente di intere popolazioni, il richiamo pasoliniano è prezioso.
Ci ricorda che l’arte può essere impegnata senza essere retorica.
Ci avverte che lo sguardo sui “margini” non è solo un tema da ghetti culturali, ma un elemento di verità per tutta la società.
Ci suggerisce che la modernizzazione non è necessariamente emancipazione.
Ci mostra la fragilità, la ferita, l’amore e la denuncia come componenti inscindibili del gesto artistico.
Ricordare Pasolini significa insomma tenere vivo un dibattito: sulla lingua, sulla comunità, sulla marginalità, sull’arte come forza di trasformazione. Non è un atto nostalgico, bensì una chiamata ancora valida.
Quando leggiamo una sua poesia, guardiamo un suo film, pensiamo a un suo saggio, ci mettiamo nelle condizioni di ascoltare un altro ritmo e di interrogarci sul nostro presente.
L’eredità di Pasolini è un invito: a guardare, a sentire, a scegliere. Un invito che resta aperto.