Nota: articolo pubblicato su Politèia in data 21 ottobre 2026
Maricarmen Abascal sfrattata è la goccia che fa traboccare il vaso
Nella notte del 23 settembre, Maricarmen Abascal Martín, una donna di 87 anni ormai in sedia a rotelle, è stata sfrattata con un’azione antisommossa della polizia spagnola dall’appartamento di Madrid dove viveva da settant’anni, difesa solo dagli inquilini del sindacato degli inquilini, con le loro distintive magliette arancioni. Pur ricevendo religiosamente l’affitto dall’anziana ogni mese, il fondo d’investimento Urbagestión, ovvero la proprietà dell’edificio dove Maricarmen viveva nel quartiere di Retiro, stava tentando da otto anni di sfrattarla dal suo appartamento. È riuscito nell’intento al quarto tentativo, dopo aver aumentato l’affitto da 500€ al mese a 2650€ – quasi il doppio della pensione di Maricarmen – e aver ottenuto una sentenza favorevole dal Tribunal Supremo nel marzo di quest’anno a causa di un cavillo sui contratti di affitto vitalizio (“renda antigua”) stipulati durante il franchismo, perché legalmente il contratto di Maricarmen figura come secondo passaggio di mano dopo quello da suo padre a sua madre, in quanto le donne all’epoca della dittatura non avevano facoltà di firmare contratti, e quindi sua madre non aveva avuto co-titolarità nel 1956. Dopo due settimane, Maricarmen è morta in ospedale.
È stata la proverbiale goccia che ha fatto traboccare il vaso, col video dello sfratto diventati virale la notte stessa. Da ormai almeno un decennio il costo delle case e degli affitti ha di gran lunga superato l’aumento degli stipendi, raggiungendo vette nelle principali città spagnole e nelle aree conurbate che superano non solo il salario minimo interprofessionale di 1221 euro al mese, ma persino il salario medio. E infatti lo sfratto di Maricarmen ha suscitato una serie di mobilitazioni, proteste e occupazioni che non si vedevano dalla rivolta degli Indignados del 2011: dall’indomani, la centralissima Puerta del Sol, di fronte alla sede del governo regionale madrileno, si è vista casa di chi rischia di non avere più una casa, con un’accampata spontanea permanente in protesta alla politica speculativa e apertamente padronale della presidente della comunità autonoma Isabel Díaz Ayuso, del Partido Popular (centrodestra). La stessa Ayuso, tra l’altro, era finita oggetto dell’ennesimo scandalo dopo che aveva fatto comprare alla comunità autonoma un attico con terrazza da 6 milioni di euro – di fronte all’appartamento dei suoi genitori – nel quartiere di Chamberí, per un uso ufficialmente a fini di rappresentanza, e che poi sull’onda delle proteste è stata costretta a vendere.
50 città e centinaia di manifestazioni: sulla casa cade il governo Sánchez
La risposta nelle piazze non si è fatta attendere: dopo due settimane dal 23 settembre, i sindacati degli inquilini hanno organizzato una serie di manifestazioni fin dalla sera stessa, e gli spagnoli sono scesi in piazza in oltre 50 città, raggiungendo manifestazioni oceaniche nei fine settimana e presidi permanenti nelle principali piazze del paese. Il governo socialista di Pedro Sánchez la settimana scorsa ha tentato di correre ai ripari proponendo al Congreso de los Diputados due decreti per la casa – il primo con misure temporanee, come la proroga fino al 2030 del divieto degli sfratti e fino al 2028 per il rinnovo degli affitti senza maggiorazioni – che sono stati affossati dall’opposizione di destra del Partido Popular, di Vox, e soprattutto di Junts per Catalunya, sulla cui astensione si reggeva la maggioranza progressista al governo. Al Congreso, va sottolineato, un terzo dei deputati sono multiproprietari di case, concentrati soprattutto nella destra catalana, basca e tra i popolari. La sordità del panorama politico alle necessità della classe lavoratrice più vulnerabile della Spagna ha ravvivato le proteste, che Sánchez tenta di cavalcare sciogliendo le camere e anticipando le elezioni al 29 novembre.
Nonostante i sondaggi diano ancora maggioritaria una coalizione di destra PP-Vox, già nel 2023 Sánchez aveva sciolto anticipatamente le camere per presentarsi poi con una coalizione vittoriosa alle urne, assieme al movimento Sumar (a sua volta una coalizione di diversi partiti di sinistra) e Podemos (che se ne sfilò qualche mese dopo le elezioni). In questi mesi, sono stati molteplici i richiami a una candidatura unitaria della sinistra a sinistra del PSOE che includa persino i partiti autonomisti come Esquerra Republicana de Catalunya, EH Bildu (la sinistra basca in forte crescita in Euskadi), Bloque Nacionalista Galego, Compromís (sinistra valenciana) e altre formazioni minori. ERC in particolare gode di una popolarità che valica i confini catalani grazie soprattutto alle proposte popolari di Gabriel Rufián, portavoce di ERC al Congreso, specie sugli alloggi e sull’arginare la destra con politiche autenticamente progressiste.
La sollevazione spagnola per il diritto alla casa ha ottenuto giusto lunedì 5 ottobre la convergenza delle principali sigle sindacali del paese CCOO, UGT e CGT per organizzare uno sciopero generale per la prima volta dopo quattordici anni, «per rivendicare salari degni e poter accedere a un alloggio degno» il prossimo 11 novembre. Lo spettro di uno sciopero generale in quello che si figura innanzitutto come uno scontro di classe mai visto nella storia recente della Spagna suscita nelle organizzazioni padronali un certo sussulto, con la CEOE (Confederación Española de Organizaciones Empresariales) che la accusa di voler imporre nel paese un cambiamento legislativo e finanziario in termini di politiche abitative, su cui le imprese non avrebbero responsabilità in quanto non sarebbero strettamente nell’ambito lavorativo. Anche se, come argomentano i sindacati, i salari da fame sono anch’essi causa dell’eccessivo peso dell’affitto nel bilancio delle famiglie: in Spagna quasi una persona in affitto su due è a rischio povertà.
Anatomia della crisi abitativa: la generazione inquilina
Ma perché in Spagna morde così tanto la crisi abitativa rispetto ad altri paesi? E quali lezioni possiamo imparare dal caso spagnolo? L’anno della crisi finanziaria, il 2007, è stato il giro di boa dopo che dal 1997 in Spagna erano stati costruiti circa sei milioni di immobili e in quei dieci anni il prezzo al metro quadro era raddoppiato in valori reali. La decade della bolla immobiliare – che lascia oggi innumerevoli cattedrali nel deserto e un’infinita lista di progetti faraonici come la Ciutat de les Ciències i les Arts di Calatrava a Valencia – ha visto la Spagna diventare il secondo paese al mondo dopo la Cina per aumento dello stock immobiliare; e oggi possiamo capire come la soluzione alla crisi abitativa non sia costruire più case à la Cities Skylines senza intervenire nella composizione della domanda e aumentare la regolamentazione per proteggere gli affitti.
Da allora, il numero di nuclei familiari che vivono in una casa di proprietà è progressivamente diminuito, mentre nel 2023 la popolazione che vive in affitto è aumentata fino a un residente su quattro.[1] È però necessario fare una distinzione anagrafica e geografica: oggi la maggioranza dei nuclei familiari di minori di 34 anni vive in affitto, e il 34% di quelli tra 34 e 65 anni.[2] Si tratta della cosiddetta “generazione inquilina”, che ha un sempre minore accesso all’acquisto di una casa e che è ormai consapevole del fatto che difficilmente potrà farlo in futuro: la maggioranza della popolazione in affitto a Madrid e a Barcellona ha più di 34 anni. È altrettanto dirimente la distribuzione geografica considerando che nelle metropoli spagnole oggi una parte consistente della popolazione vive in affitto. Solo per citare alcuni esempi, il 30% degli immobili residenziali a Barcellona sono in affitto, e circa il 25% a Madrid.
Serve contare poi che, nei comuni con più di 300.000 abitanti (Madrid, Barcellona, Valencia, Malaga), lo sforzo mediano richiesto per i nuovi contratti di locazione si attesta stabilmente intorno al 30%[3], fino a raggiungere uno sforzo di oltre il 40% per circa il 30% dei contratti.[4]
Questa caratteristica si aggrega anche alla distribuzione del turismo in Spagna, siccome Catalogna, Baleari, Paese Valenzano, Madrid, e Canarie costituiscono le comunità autonome con la maggior incidenza di affitti a uso turistico, che comprimono ulteriormente la disponibilità di case. Secondo il Banco de España, a livello nazionale il rapporto tra affitto turistico e affitto residenziale è circa di uno su dieci, con picchi sulla costa mediterranea e sulla costa atlantica.[5]
Infatti, per aggirare la Ley de Vivienda (la legge nazionale che tenta di porre un tetto ai prezzi degli affitti a lungo termine per tentare di scongiurare effetti à la Maricarmen per gli affittuari di prima generazione), i proprietari spagnoli hanno attuato un massiccio arbitraggio di mercato, ritirando in blocco le case dai contratti d’affitto tradizionali per spostarle sull’alquiler de temporada[6] (affitti da 1 a 11 mesi per nomadi digitali, trasferte, studenti) e sugli affitti brevi turistici. Il Banco de España[7] rileva che laddove vengono applicati gli indici di riferimento per calmierare i prezzi (come in Catalogna), i proprietari tendono a dislocare l’immobile verso canali d’affitto non regolati (stagionali, stanze singole o turistici).
Questo ha ridotto l’offerta residenziale tradizionale, creando un mercato asimmetrico dove chi cerca una casa per viverci stabilmente compete con budget internazionali.
Anatomia della crisi abitativa: un mercato fatto per speculare
Nel mercato immobiliare spagnolo di oggi, serve fare una distinzione fondamentale tra chi compra casa perché ne ha bisogno, e i soggetti che comprano case perché vogliono comprarle. Il 56% degli acquisti di immobili nel 2024 sono stati effettuati senza mutuo e nel 2020 metà degli acquisti di alloggi è avvenuto da parte di società con già più di otto immobili. Secondo i dati del catasto, un milione di immobili sono di proprietà di imprese private. Il mercato immobiliare, il cui valore al metro quadro è aumentato del 42% dal 2015 a livello nazionale e quasi raddoppiato nelle città maggiori, è drogato da imprese, banche, e fondi “avvoltoio” con capacità di spesa molto superiore alle famiglie, e si sta concentrando sempre di più nelle mani di chi ha già immobili.[8]
Il mercato degli alloggi è il motore dell’aumento delle disuguaglianze, con un trasferimento gigantesco di ricchezza sotto forma di rendite dalla parte più povera della classe lavoratrice ai settori più ricchi della popolazione, tanto più che negli ultimi anni è diventato un vero e proprio business l’acquisto di immobili già affittati per procedere a sfratti o improponibili rinnovi di contratto per poi annidare locazioni turistiche o ritagliare loculi per gli studenti universitari, ben più redditizi.
In Spagna inoltre il numero di abitazioni protette a fini sociali è solo il 3,4% rispetto a una media europea dell’8%, e dal primo decennio degli anni 2000 sono crollate da circa 550.000 abitazioni a 70.000 nel periodo dal 2015-2023. Come mai? Da un lato a causa della progressiva dismissione delle abitazioni pubbliche attraverso la vendita agli inquilini, dall’altro anche con una serie di operazioni losche che hanno fatto in modo, ad esempio nel 2013 nella comunità di Madrid, che si vendessero a prezzi ribassati quasi 5.000 appartamenti pubblici a fondi avvoltoio legati a Goldman Sachs e Blackstone durante il governo del presidente regionale Ignacio González, del PP.
Peraltro la Spagna è il paradiso europeo dei Socimis (i fondi di investimento immobiliare quotati) e dei grandi corporate landlords come Blackstone o Azora. In regioni come il Paese Valenzano, l’Andalusia e le Baleari, oltre il 30% delle transazioni immobiliari totali viene effettuato da cittadini non spagnoli o fondi esteri.
Nella fattispecie, secondo la Statistica Registrale Immobiliare ufficiale curata dal Colegio de Registradores de España, nel secondo trimestre del 2026 si scopre che nelle Baleari il 32,27% di tutte le case vendute è stato acquistato da cittadini stranieri. Nel Paese Valenzano gli acquirenti stranieri rappresentano ormai il 31% di tutte le transazioni immobiliari totali, mentre nel mercato della provincia di Alicante la quota di acquirenti stranieri sale fino al 46,43% del totale delle transazioni registrate.
Questo afflusso di capitali stranieri generalmente ad alto reddito fa price making e genera un violento effetto spillover: i prezzi del lusso spingono verso l’alto il mercato medio, espellendo la popolazione locale verso periferie sempre più lontane.
Quali soluzioni? Un confronto tra proposte degli inquilini e di politiche pubbliche
Non troviamo necessità di argomentare qui di come la casa sia un diritto di base che valichi qualsiasi diritto di proprietà e pretesa di estrarre soldi dalle persone che lavorano per rimpinguare ulteriore speculazione immobiliaria, perché la letteratura liberale e marxista sulla rendita è tanto ampia quanto antica.
The landlords, like all other men, love to reap where they never sowed, and demand a rent even for the natural produce of the earth.[9]
Ma quali soluzioni vengono dalle manifestazioni di massa? I sindacati degli inquilini rivendicano la necessità di mantenere i contratti indefiniti, l’abbassamento drastico del prezzo degli affitti, l’aumento dei salari, il divieto per i fondi “avvoltoio” di acquisto di immobili residenziali, una tassa patrimoniale al fine di ampliare il parco di alloggi pubblici, e diritti ai sindacati degli inquilini stessi. Secondo l’Institut de Recerca Urbana de Barcelona, le tre misure fondamentali per risolvere la crisi abitativa sono:
- aumentare l’offerta di alloggi a lungo termine a prezzo accessibile, e garantire funzione residenziale a tutte le abitazioni;
- misure fiscali per ridurre la distribuzione diseguale della proprietà;
- impedire l’accumulazione di abitazioni in poche mani.[10]
Le riforme proposte dall’IDRA sono tutte facilmente attuabili con un’adeguata collaborazione tra governo, parlamento e comunità autonome, come per esempio l’incorporazione degli alloggi vuoti, che consistono in percentuali considerevoli all’interno delle città, come per esempio un 9,3% delle case a Barcellona, così come l’espulsione di AirBnB e degli appartamenti turistici per riconvertirli a uso residenziale, l’acquisto di alloggi da parte delle municipalità e delle comunità autonome, e anche misure di sostegno o cessione delle stesse case pubbliche alle cooperative abitative, di modo che il parco pubblico rimanga inalienabile e autogestito.
Le misure fiscali sono quelle che effettivamente possono permettere l’aumento dei fondi per le politiche abitative, come imposte fortemente progressive sulle proprietá immobiliari, spostamento del carico fiscale sulle successioni, aumento delle tasse sulle rendite immobiliari, oltre all’eliminazione dell’esenzione dell’IVA, dell’imposta per le transazioni patrimoniali sugli immobili e delle riduzioni per le società. Nella fattispecie poi, vi è bisogno di una imposta sugli immobili non solo indicizzata sui livelli del valore catastale, ma che aumenti in funzione del numero di alloggi posseduti, in modo da disincentivare l’accumulazione proprietaria, e di limiti severi all’acquisto di case da parte di società e fondi d’investimento. Aggiungiamo qui anche il ricorso esplicito all’espropriazione nel caso di abitazioni usate impropriamente o acquistate da enti terzi a fini speculativi (come l’utilizzo dello sfitto o dell’alquiler de temporada per contrarre l’offerta di immobili – in particolare residenziali – e aumentarne il livello dei canoni). Per non parlare poi della necessità di politiche pubbliche di housing speciale per categorie come gli studenti, da perseguire entro il modello classico del campus con proiezione nelle fasce urbane periferiche e con canoni di locazione di favore. Questo appare necessario, oltre a orientare l’imposta progressiva sul patrimonio immobiliare non più sul valore catastale, ma su quello di mercato, coadiuvata da un’ulteriore imposta anch’essa indicizzata per i locali sfitti, nella misura in cui si riescano a compensare le esternalità negative create da un mercato iper-polarizzato, strutturalmente asfittico sul lato dell’offerta residenziale ordinaria e soggetto a una fortissima pressione speculativa esterna.
Le politiche proposte dal governo Sánchez, anche l’ultimo pacchetto di riforme che si vuole approvare poco prima delle elezioni a congresso disciolto, sono radicalmente insufficienti a far fronte a un problema sistemico come quello dell’accesso alla casa e alla crisi abitativa, che anzi, costituisce, nelle economie avanzate, un freno alla crescita economica da un lato, e una spirale discendente verso l’impoverimento generalizzato della popolazione. Gli esempi da seguire nella storia recente e tra gli altri paesi ormai sono diventati dei riferimenti da manuale, come le politiche abitative del New Deal di Roosevelt, la Rote Wien in cui il mercato degli alloggi è regolato da una maggioritaria presenza di case pubbliche, o Singapore, in cui non esiste la proprietà della terra e l’80% della popolazione vive in abitazioni pubbliche.
In piena campagna elettorale e col successo della sinistra socialista che ha vinto proprio sul tema abitativo a New York, Berlino, Salisburgo, la crisi abitativa si figura in Spagna come forse il tema dirimente alle elezioni del 29 novembre, e per il quale, se la sinistra – specie a sinistra del PSOE – riesce ad essere ambiziosamente all’altezza delle aspettative e delle rivendicazioni avanzate dai movimenti popolari, può potenzialmente ribaltare le sorti annunciate dai sondaggi di una maggioranza di destra.
Alla fine, siamo tutti Maricarmen.
- Banco de España, 2024, El mercado del alquiler de vivienda residencial en España: evolución reciente, determinantes e indicadores de esfuerzo. ↩
- Instituto Nacional de Estadística, 2024, Encuesta de Condiciones de Vida. ↩
- CaixaBank Research, Informe sectorial inmobiliario (marzo 2026). Nonostante l’aumento dei prezzi di mercato, l’indicatore mediano dello sforzo (P50) rimane stabile. La ricerca spiega che questo accade perché spesso gli inquilini, al momento del rinnovo o di un cambio di contratto, tendono a spostarsi verso case più piccole, in zone meno centrali o di qualità inferiore pur di mantenere invariato il loro impatto economico. ↩
- Caixabank Research, 2026. Infatti, la linea del percentile 70 mostra che circa il 30% dei contratti supera la soglia critica del 40% del reddito speso nell’affitto, che nel settore immobiliare è considerato un livello di rischio o stress finanziario elevato. ↩
- Banco de España, 2024, 29 ↩
- Subito dopo l’introduzione dei tetti ai prezzi (control de precios) e delle maggiori tutele per gli inquilini del lungo termine, l’offerta di contratti di alquiler de temporada (esclusi dai vincoli di legge) è schizzata istantaneamente del 40% su base trimestrale a livello nazionale, registrando picchi ancora più violenti in città ad alta trazione come Malaga (+126%) o Siviglia (+93%). Nello stesso periodo, la disponibilità di alloggi per l’affitto residenziale classico e permanente registrava una contrazione costante (crollando ad esempio del 19% a Palma e di oltre il 42% alle Canarie). I successivi report di Idealista hanno confermato che gli affitti stagionali sono arrivati a coprire quote record dell’offerta totale, superando la soglia del 30% a Donostia e il 55% a Barcellona, cannibalizzando il mercato d’uso dei residenti. ↩
- Banco de España, 2024 ↩
- IDRA, 2024, De proprietaris a llogaters. Informe sobre la desigualtat creixent a l’acces a la proprietat, 19 ↩
- Adam Smith, The Wealth of Nations, ch. VI. ↩
- IDRA, 2024, 24-30 ↩


