Ma non è manutenzione ordinaria: è un’operazione che unisce simbolismo e potere politico. L’amministrazione Trump ha avviato un progetto imponente, stimato in oltre 300 milioni di dollari, destinato a sostituire una delle ali più iconiche della Casa Bianca.
Analizziamo le varie sfaccettature di questo “cambio d'abito”.
L’approvazione dei lavori alla Casa Bianca
Partiamo da un presupposto: la Casa Bianca ha subito nel tempo molteplici cambiamenti e adeguamenti, quindi non è un tabù mettere nuovamente mano all’edificio che rappresenta la democrazia e il potere americani. L’adeguamento degli edifici o i lavori anche straordinari di ristrutturazione sono necessari per qualsiasi edificio anche storico, non c’è bisogno di sottolinearlo. Per farlo in modo appropriato, il legislatore americano ha previsto una serie di organi e leggi per la tutela dei beni architettonici. Quindi nessuno ne può disporre liberamente.
La Casa Bianca è di proprietà pubblica e federale, più specificamente del General Services Administration (o GSA). La sua gestione è invece affidata al National Park Service (NPS), un’agenzia del Dipartimento dell’interno. L’Executive Office of the President gestisce gli spazi di lavoro e rappresentanza, e nient’altro. La Casa Bianca è riconosciuta come National Heritage Site e si trova inserita nel National Register of Historic Places sin dal 1966. Il presidente è un cittadino che vi risiede, dirige l’esecutivo e ne ha la responsabilità, ma non ne è il proprietario. A tal riguardo esistono leggi e procedure che non andremo ad approfondire, ma che devono essere rispettate per qualsiasi lavoro si intenda eseguire. Azioni estemporanee non sono ammesse. La legge di riferimento è la Sezione 106 del National Historic Preservation Act del 1966 (NHPA), secondo la quale se un progetto federale o finanziato dal governo ha il potenziale di influire su un bene storico, allora deve essere revisionato.
Esistono inoltre alcuni organismi che sono deputati a garantire la preservazione dei luoghi storici americani. Fra questi ricordiamo l’Advisory Council on Historic Preservation e il National Trust for Historic Preservation. Il primo risulta in “shutdown” per la mancanza di finanziamenti pubblici, mentre il secondo ha espresso le proprie perplessità per i lavori attraverso l’invio di una lettera ufficiale. Il progetto di demolizione e costruzione è stato approvato da qualche ente? Tutto è molto fumoso. Però è fattuale che a maggio 2025 la National Capital Planning Commission (NCPC) non era stata coinvolta nella progettazione della costruzione. È quanto affermato dal capo della NCPC, che per inciso è stato nominato da Trump ed è un suo avvocato personale.
E a sostegno della mancanza di coinvolgimento per l’approvazione del progetto ci sono le dichiarazioni della Casa Bianca, che si è impegnata ad inviare in futuro i progetti della sala da ballo. Per procedere, forse Trump potrebbe appellarsi al precedente del 1947, quando il presidente Truman svolse i lavori senza la revisione del CFA. In quel caso venne costruito un balcone. Stavolta distrutta un’ala della Casa Bianca e costruita una sala da ballo. Vedremo. Intanto i lavori di demolizione sono iniziati. Con quali soldi?
Finanziamento “patriottico” e scarsa trasparenza
Secondo le dichiarazioni ufficiali riportate dalla Casa Bianca e da ABC News, la nuova ballroom non graverà sulle casse federali. A pagarla sarebbero Donald Trump e un gruppo di “patriot donors”, finanziatori privati di cui però non è stato reso pubblico l’elenco completo.
Né il Congresso né la National Capital Planning Commission (l’ente che supervisiona gli interventi sugli edifici federali storici) hanno ricevuto i dettagli del progetto o la lista dei contributori.
La portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha dichiarato ad ABC News:
“All of that is going to be — like I’ve said — privately funded and paid for by the President himself and many generous patriots who have stepped up.”
Tradotto: «Tutto sarà finanziato privatamente e pagato dal presidente stesso e da molti patrioti generosi che hanno deciso di contribuire.»
Molti analisti osservano come il tono e la portata dell’opera siano coerenti con la retorica trumpiana del gigantismo e della proprietà personale: un linguaggio estetico che trasforma la Casa Bianca da simbolo della nazione in vetrina del potere.
Quali sono i lavori
Prima di tutto forniamo una panoramica sui numeri del progetto.
Il costo complessivo stimato varia tra 280 e 300 milioni di dollari, contro i 200 milioni previsti inizialmente. (PBS NewsHour, Washington Post). La superficie impegnata per la ballroom poi è di circa 90.000 piedi quadrati (≈ 8.300 m²), per una capienza fino a 1.000 ospiti. I finanziamenti saranno interamente privati, “a costo zero per i contribuenti”, secondo quanto dichiarato dalla Casa Bianca, grazie ai già citati donatori: un gruppo di “patriot donors” non reso però pubblico (PBS segnala la presenza di aziende tecnologiche e costruttrici e fondazioni conservatrici).
Secondo le stime riportate dal Washington Post, l’ammontare delle singole donazioni oscilla tra i 250.000 e i 5 milioni di dollari. La Clark Construction è stata indicata come general contractor per il progetto.
Per quanto concerne la supervisione, nessun dettaglio trasmesso a Congresso e National Capital Planning Commission e, a tal proposito, il senatore Richard Blumenthal ha chiesto formalmente di rendere pubblici i nomi dei donatori e le eventuali contropartite offerte in cambio del finanziamento (comunicato del 21 ottobre 2025).
Per finire questa carrellata, non possiamo non evidenziare il fatto che almeno sei alberi storici (due magnolie commemorative e altri) situati nel “Kennedy Garden” sono stati rimossi o risultano “spogliati” per fare spazio ai lavori.
Come riportato su Archinect News, il presidente Trump alla presentazione del progetto ad inizio estate aveva promesso che il progetto non avrebbe interferito con l’edificio esistente. Così non è stato. L’ala destra della White House è ormai visibile solo in foto d'archivio perché non ne è rimasto niente.
In poche parole, con i lavori di demolizione iniziati il 20 ottobre 2025, l’East Wing è stata completamente distrutta. Le macerie sono ancora da rimuovere, ma lo spazio risultante dalla demolizione è enorme sia nelle foto da terra sia in quelle aeree. Inoltre, la portata dei lavori è visibile anche da foto satellitari, come indicato in un video della BBC.
“Sentite quel suono? È musica per le mie orecchie; adoro quel suono”, ha detto Trump a un gruppo di senatori repubblicani che pranzavano al Rose Garden - CNN
Quella che è andata distrutta era una porzione della Casa Bianca voluta da Roosevelt nel 1942. L’East Wing ospitava gli uffici della First Lady e del suo staff, la sala stampa e gli ingressi per i media, l’accesso diretto al Kennedy Garden e al corridoio che collega al Residence centrale.
Restano solo parte dei tunnel sotterranei e delle strutture di servizio collegate al Presidential Emergency Operations Center (PEOC).
Secondo Politico, la nuova struttura occuperà la stessa impronta dell’East Wing ma con un volume ampliato del 30–35 % e un’altezza interna maggiore (oltre 12 m) per consentire eventi di rappresentanza su larga scala.
Il giardino di Jackie Kennedy
A rendere il caso ancora più controverso è stata la già accennata rimozione di diversi alberi storici del “Kennedy Garden”, piantati durante gli anni Sessanta e diventati parte integrante del paesaggio simbolico della Casa Bianca.
Le immagini diffuse da ABC News e Associated Press mostrano magnolie sradicate e un’intera porzione del giardino trasformata in cantiere.
Per molti osservatori, non è solo un’operazione edilizia: è la cancellazione di un’eredità. Quel giardino, voluto da Jacqueline Kennedy, rappresentava un ponte tra eleganza e modernità, un simbolo di rinascita culturale dopo l’America degli anni Cinquanta. Rimuoverlo significa riscrivere una parte della memoria collettiva americana.
L’architettura come messaggio politico
Ogni modifica a un edificio simbolo come lo è la Casa Bianca è un atto di comunicazione, un messaggio politico. L’architettura è da sempre utilizzata come proiezione del potere, con funzione di memoria, e per plasmare l’identità nazionale. Negli anni la Casa Bianca ha subito alcune ristrutturazioni, ma concepite con una logica di continuità storica e funzionale, mai di affermazione personale.
Harry S. Truman (1948–1952) ne ristrutturò completamente la struttura interna, ormai instabile, ma lasciò invariata la facciata storica, un restauro di sicurezza, non di potere; John F. e Jacqueline Kennedy (1961–1963) promossero un restauro estetico e culturale, valorizzando arredi storici e opere d’arte americane. Da qui nacque anche il Kennedy Garden, simbolo di eleganza sobria e modernità.
Richard Nixon (1969–1974) ampliò gli spazi sotterranei con il Presidential Emergency Operations Center, un intervento tecnico legato alla sicurezza nazionale, non alla rappresentazione pubblica.
Bill Clinton e George W. Bush (1990s–2000s) introdussero aggiornamenti tecnologici e restauri discreti, invisibili dall’esterno.
Melania Trump (2020) rinnovò il Rose Garden, scelta allora già discussa ma comunque contenuta nell’ambito paesaggistico.
Il progetto attuale rompe del tutto con la tradizione. Trump sembra cambiare direzione e vedere la ristrutturazione come un’estensione della propria immagine. La scalinata principale della nuova ballroom sorgerà dove un tempo si trovavano gli alberi del Kennedy Garden. Tutto questo restituisce una visione del potere legata ai concetti politici di spazio, maestosità, visibilità e controllo.
Quello che è certo è che con la demolizione sono andate perse parti storiche della costruzione e questo ne determina un’alterazione sotto il profilo visivo ed architettonico, in primis quello della simmetria.
Possiamo parlare di “cancel architecture”? A livello accademico il termine non è riconosciuto e si preferisce parlare di heritage erasure, destruction of cultural heritage, architectural iconoclasm. Inoltre non è chiaro se sia applicabile per il caso specifico. Quello che sappiamo è che la demolizione ha sollevato notevole malcontento fra storici, architetti, gruppi per la tutela del patrimonio e parlamentari, ma anche gente comune.
Kate Anderse Brower, storica ed autrice che ha scritto anche sulla Casa Bianca, ha riferito a PBS che la demolizione è straziante. La Casa Bianca non è un edificio privato.
Critiche sono arrivate anche dall’Associazione Americana degli Architetti (AIA), che in una nota ufficiale ha criticato il progetto non solo da un punto di vista architettonico, ma anche a livello procedurale. Secondo l’AIA, ad essere inadeguati sono sia il processo di gestione pubblica dei lavori sia la mancanza di trasparenza con cui sono stati portati avanti.
Questo è ancora più grave - continua l’AIA - perché la Casa Bianca è la casa del popolo e l’edificio dell’identità nazionale e della democrazia.
La preoccupazione per la compromissione del patrimonio architettonico storico è stata sollevata anche dalla National Trust per la conservazione storica, che vede nelle dimensioni della nuova costruzione il rischio di sovrastare la Casa Bianca stessa e di uno stravolgimento del design classico e simmetrico.
Concludendo, in ogni epoca il potere ha cercato di lasciare un segno tangibile e ben visibile nel paesaggio che lo circonda. A volte distruggendo, a volte costruendo.
La “nuova” Casa Bianca progettata da Trump non è solo un cantiere edilizio, ma è soprattutto un “esperimento” simbolico dove la storia viene piegata alla propria narrazione del potere: una narrazione personale.
E in tutto questo ammasso di detriti, calcinacci e rovine c’è un qualcosa di profondamente politico: ridefinire lo spazio significa ridefinire la memoria.
Ed è anche in questo che si misura la stabilità di una democrazia: nella capacità di riconoscere quando un restauro diventa “riscrittura” e quando l’estetica smette di essere al servizio per farsi autorappresentazione.