In copertina: Il presidente Zelenskyy incontra il presidente americano Donald Trump, president.gov.ua
Estero
30 dicembre 2025 | di Valentina Barbiero
#Trump #Zelenskyy #Ucraina

“Ci stiamo avvicinando molto, forse molto, a un accordo [...] non si tratta di un accordo che si concluderà in un giorno, è una questione molto complicata”. - Donald Trump, traduzione, Le Monde

L’incontro tra Donald Trump e Volodymyr Zelenskyy a Mar-a-Lago è stato presentato come un passo avanti verso una possibile soluzione negoziale della guerra in Ucraina. Le dichiarazioni pubbliche parlano di progressi, di percentuali elevate di accordo raggiunto, di una pace “più vicina che mai”. Un linguaggio ottimistico, che richiama una svolta imminente e restituisce l’immagine di una diplomazia finalmente in movimento.

Trump ha insistito sull’idea di un’intesa quasi completa, sottolineando in particolare avanzamenti sul tema delle garanzie di sicurezza per Kyiv e chiamando in causa il contributo degli alleati europei. Zelenskyy ha definito i colloqui “costruttivi”, ribadendo però che qualsiasi accordo dovrà rispettare i vincoli politici e costituzionali interni all’Ucraina, passando dal Parlamento o da un referendum. Una precisazione che ridimensiona l’entusiasmo: segnala che tra il tavolo diplomatico e la realtà politica resta uno scarto di non poco conto.

Ciò che si dice, ciò che resta implicito

Prima dell’incontro con Zelenskyy, Trump aveva già parlato al telefono con Putin. È un dettaglio tutt’altro che secondario. La sequenza — prima Mosca, poi Kyiv — suggerisce un processo negoziale che prende forma attorno all’Ucraina, più che insieme all’Ucraina. La telefonata è stata presentata come gesto di mediazione, ma nei fatti restituisce centralità diplomatica alla Russia senza che emergano segnali verificabili di concessione o di cambiamento strategico.

È all’interno di questa cornice che vanno letti i temi affrontati durante questo incontro. Le garanzie di sicurezza sono il punto su cui Trump rivendica i maggiori progressi quando parla di accordi quasi completi e percentuali rassicuranti. La comunicazione scelta resta però volutamente elastica: non chiarisce né la natura degli impegni né la loro durata. Più che un accordo definito, appare come una promessa ancora in cerca di forma politica.

Colpisce, in questo quadro, la partecipazione dell’Europa: evocata come garante, ma assente come attore politico. Chiamata a sostenere la sicurezza futura dell’Ucraina, ma non per definirne i termini. Questa assegnazione dei compiti riduce l’Europa a semplice soggetto esecutivo più che decisionale.

Il territorio, invece, rimane il grande non detto. Il Donbas è citato come dossier “spinoso”, mai come questione risolta. Il presidente ucraino insiste sul fatto che nessuna decisione potrà essere presa senza un mandato democratico; Trump lascia intendere margini di flessibilità. In questa asimmetria si intravede il vero attrito del negoziato: la distanza tra la pace come compromesso diplomatico e la pace come legittimazione politica interna.

Sullo sfondo restano le infrastrutture strategiche, a partire dalla centrale nucleare di Zaporizhzhia. Un tema poco visibile ma cruciale, che ricorda come la guerra non sia solo una disputa sui confini, bensì una partita sul controllo energetico e sulla sicurezza regionale. Il silenzio su questo punto è, di per sé, indicativo dello stato reale delle trattative.

Conta anche il fattore tempo. Parlare di pace ora non significa necessariamente volerla concludere, ma governarne il ritmo. Per alcuni attori, il negoziato è già uno strumento: serve a guadagnare spazio politico, ridurre pressioni, riorientare il consenso rimandando il costo di decisioni irreversibili.

La pace, in questa fase, sembra esistere soprattutto come linguaggio: una parola ripetuta per tenere aperti i canali, contenere le aspettative, riorganizzare il campo diplomatico. Più che come esito imminente, viene usata come strumento politico — per legittimare nuovi mediatori, ridefinire ruoli, spostare responsabilità.

Sul terreno, però, la guerra continua a decidere più di qualsiasi telefonata o vertice. Finché questo scarto non verrà colmato, ogni annuncio rischierà di funzionare più come anestesia che come soluzione. La domanda decisiva non è quando arriverà la pace, ma chi potrà rivendicarla e a quali condizioni.

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