Benché possa apparire come una buffa stranezza, c’era un tempo in cui l’Ungheria era un modello virtuoso di democratizzazione post-comunista, con classifiche autorevoli (come quelle di Reporters sans Frontières) che ne lodavano la libertà di stampa. Stampa, ai tempi, che addirittura gareggiava con quella di paesi che siamo già abituati a vedere ai vertici d’ogni classifica, come Finlandia e Norvegia. Eppure, come dicevo, questo racconto di tempi andati al giorno d’oggi stuzzica persino un sorriso (se non altro, un sorriso amaro). Durante i quindici anni d’indiscussa leadership orbaniana (o “orbániana”, per i puristi) l’Ungheria si è trasformata nel paese che più assomiglia alla Turchia all’interno dell’Unione Europea. Da diversi anni, Freedom House la classifica come “partly-free”, che è la categoria in cui giocano i regimi ibridi come Georgia, India e Ucraina.
Questa “turchizzazione” dell’Ungheria non si è realizzata attraverso colpi di stato o riforme costituzionali spiccatamente assassine dello stato di diritto, ma è stata, invece, un processo piuttosto lento, graduale, durante il quale Orbán, sostenuto in parlamento dal suo partito, una volta parte del Partito Popolare Europeo e ora compare di Salvini nei “Patriots”, ha assoggettato la magistratura alle voglie dell’esecutivo influenzandone nomine, carriere e decisioni. Frattanto un conglomerato di volenterosi (scusate la triste citazione agli altri, di volenterosi) ha acquistato gran parte delle testate private indipendenti, riportandole su posizioni amiche del governo.
Questo articolo vuole ricostruire, insomma, la traiettoria illiberale compiuta dall’Ungheria, ripromettendosi di analizzare brevemente quattro argomenti che hanno fatto retrocedere i magiari da campioni (o quasi) di democrazia a obiettori di coscienza democratica: erosione del sistema giudiziario, assoggettamento del sistema mediatico, ingegneria elettorale e clientelismo, bilancio economico.
Rottura dei contrappesi giudiziari
È nozione assodata che l’indipendenza della magistratura costituisca la pietra angolare della democrazia liberale e dello stato di diritto. Essa permette l’applicazione imparziale delle norme e la tutela delle libertà fondamentali. Questa conquista, non affatto scontata, è stata lentamente erosa da Viktor Orbán a partire dal 2010. Grazie alla maggioranza dei due terzi in parlamento, Fidesz ha portato avanti un’importante riforma costituzionale arrivando all’emanazione di una nuova Legge Fondamentale. Quest’ultima ha dato vita a un sistema in cui l’amministrazione dei tribunali e le carriere dei giudici sono state fortemente centralizzate nell’Ufficio Nazionale della Magistratura (OBH), guidato da una presidenza politicamente vicina al governo. Attraverso il controllo sulle nomine, sulle promozioni, sui trasferimenti e sull’assegnazione dei casi, l’esecutivo ha acquisito negli anni una capacità di influenza diretta sulla magistratura che ne ha svuotato, pur senza abolirla formalmente, l’indipendenza.
È su questo terreno già frastornato che s’inseriscono le riforme più recenti. Nel 2025 la Commissione Europea ha pubblicato l’edizione annuale del suo Rule of Law Report, il quale dedica un capitolo specifico alla situazione ungherese. Il rapporto segnala che diverse riforme sulla magistratura, avvenute tra il 2023 e il 2024, sono state attuate senza una piena ed efficace consultazione preventiva del Consiglio Nazionale della Magistratura (che potremmo paragonare, per semplicità, al nostro CSM), in un contesto in cui quest’ultimo era già stato istituzionalmente indebolito negli anni precedenti.
Le suddette riforme puntano formalmente a soddisfare le condizioni necessarie poste dall’Unione Europea per lo sblocco del Recovery Fund, in particolare quelle relative all’indipendenza dei giudici e al rafforzamento del ruolo del Consiglio Nazionale della Magistratura. Sul piano giuridico le riforme introducono nuovi meccanismi di supervisione, modificano le regole sulle nomine, sulle promozioni e sull’assegnazione dei casi, ridefinendo i rapporti tra il potere giudiziario e l’esecutivo. Sul piano politico-istituzionale, tuttavia, secondo la Commissione, queste leggi hanno soprattutto la funzione di correggere marginalmente un sistema già politicamente sensibile, esibendo una conformità formale ai criteri europei senza smantellare l’architettura di controllo costruita dal 2011 in poi, mantenendo quindi intatta la capacità dell’esecutivo di influenzare indirettamente carriere, vertici e funzionamento dei tribunali.
Inoltre il Parlamento Europeo ha di recente adottato una risoluzione apertamente critica del sistema ungherese, denunciando un ulteriore deterioramento dello stato di diritto, segnalando attacchi all’indipendenza giudiziaria che includono la messa in discussione dell’autorità delle decisioni della Corte di Giustizia dell’Unione Europea e ricalcando un trend che era stato già sdoganato dalla Polonia nel 2019 sotto il governo Morawiecki II (già vicino alle posizioni illiberali di Orbán).
Controllo dell’ecosistema informativo e marginalizzazione del dissenso
Tra le voci consultabili nei report annuali di Freedom House, una è dedicata alla libertà su internet. Nel 2025, l’Ungheria ha totalizzato un punteggio di 69 su 100, classificandosi, di nuovo, come “parzialmente libera”. Benché l’accesso tecnico a internet non sia in alcun modo limitato, sia per prezzi che per assenza di blocchi diffusi di contenuti, il report evidenzia un controllo significativo sull’infrastruttura delle telecomunicazioni e la presenza di massicce campagne di disinformazione e propaganda su larga scala: ne è un esempio la campagna da 1,1 milioni di euro promossa da Fidesz in vista delle elezioni europee del 2024. Nel documento viene citata la fusione di Vodafone Ungheria e DIGI in una società chiamata “One Hungary”, di proprietà di 4iG (che sarebbe particolarmente vicina al governo di Orbán).
Come già accennato, la libertà di stampa in Ungheria è scivolata dal decimo posto (2006) al 68esimo nella classifica di Reporters Sans Frontiers. La Commissione europea ha recentemente avviato una procedura di infrazione contro l’Ungheria ai sensi della Media Freedom Act, normativa europea entrata in vigore nel 2025 per garantire l’indipendenza dei media e la trasparenza di proprietà. Secondo Bruxelles, Budapest violerebbe le norme relative alla non interferenza nella libertà editoriale, alla trasparenza della proprietà dei media, alla concorrenza e all’allocazione delle pubblicità pubbliche, strumenti cruciali per preservare il pluralismo e l’indipendenza dell’informazione.
Vari media indipendenti sono stati progressivamente marginalizzati o acquistati da oligarchi vicini al governo e poi confluiti nel conglomerato KESMA, mentre i canali d’informazione pubblici hanno assunto il ruolo di amplificatori del discorso governativo dominante.
Freedom House e altri osservatori descrivono inoltre l’uso di strumenti amministrativi per attaccare testate critiche del governo, come l’Office for the Protection of Sovereignty (Ufficio per la Protezione della Sovranità), che ha indagato, tra gli altri, siti di notizie indipendenti per presunte interferenze attraverso finanziamenti esteri. Un meccanismo, questo, che ricorda le leggi sugli agenti stranieri russe e georgiane.
Questa dinamica si riflette anche nei dati economici, naturalmente: il Financial Times ha riportato accuse secondo cui oltre 1 miliardo di euro di pubblicità pubblica sarebbero stati distribuiti a media filogovernativi tra il 2015 e il 2023 con il risultato di limitare ulteriormente la sostenibilità e l’influenza delle voci non allineate.
Ingegneria elettorale e clientelismo
La qualità di una democrazia si misura anche e soprattutto dalla correttezza della competizione politica. In Ungheria, le riforme del sistema elettorale introdotte sotto i governi di Orbán hanno prodotto un vantaggio strutturale e persistente per il partito di governo. Il sistema attuale combina elementi proporzionali e maggioritari in modo tale da sovrarappresentare i collegi a bassa competizione (aree rurali e periferiche dove il consenso per Fidesz è storicamente consolidato) e ridurre l’impatto elettorale delle aree urbane più contendibili.
Varie analisi parlano apertamente di gerrymandering: una ridefinizione dei confini elettorali che, senza violare formalmente la legge, altera l’equilibrio della competizione. Non esiste una formula matematica universalmente accettata per misurare con esattezza la distorsione prodotta dal gerrymandering; tuttavia, la letteratura accademica concorda su un punto centrale: queste riforme hanno ridotto la contendibilità del potere. In termini politologici, hanno ristretto il numero di attori in grado di incidere realmente sugli esiti decisionali, rendendo più difficile l’alternanza. Il risultato è che il partito di governo può ottenere e mantenere una maggioranza parlamentare anche in presenza di un consenso elettorale relativo o minoritario, grazie a una traduzione dei voti in seggi sistematicamente favorevole.
A questo assetto elettorale si affianca una dinamica altrettanto decisiva e, per così dire, old-fashioned: il clientelismo economico. Secondo Transparency International, l’Ungheria continua a collocarsi tra i paesi con i peggiori indicatori di percezione della corruzione nell’Unione Europea. L’allocazione di risorse pubbliche (inclusi fondi europei) avviene spesso attraverso reti di imprese e attori economici politicamente allineati, creando un circuito di fedeltà che influenza non solo l’economia, ma anche le campagne elettorali e l’accesso allo spazio pubblico.
Performance economica e condizioni sociali
Il bilancio dell’Ungheria di Orbán non può essere letto solo in termini istituzionali, poiché la dimensione economica racconta una storia meno trionfale (e ahinoi più cruda) della retorica sovranista di Fidesz.
Secondo un’analisi di Le Monde, nel secondo trimestre del 2025 la crescita del PIL ungherese si è fermata allo 0,2%, mentre l’inflazione cumulata dal 2020 ha eroso in modo significativo il potere d’acquisto delle famiglie. Non si tratta di una congiuntura isolata, ma di una tendenza strutturale che ha colpito in modo particolare i redditi medio-bassi.
I dati di Eurostat confermano che il consumo pro capite in Ungheria resta stabilmente sotto la media dell’Unione europea, con un divario significativo rispetto a paesi comparabili dell’Europa centrale. In un articolo di ING, si parla di stagflazione diffusa: una crescita anemica accompagnata da prezzi elevati, una combinazione che comprime il benessere reale senza generare sviluppo.
L’Ungheria post-2010 è in sintesi un caso anomalo all’interno dell’UE, esemplificativo di un graduale processo di trasformazione istituzionale a cui possono ispirarsi i partiti illiberali dell’Unione: PiS in Polonia, AfD in Germania, la Lega in Italia.
L’indipendenza della magistratura è stata compressa senza clamore, per gradi: dapprima intervenendo sugli organi di autogoverno, poi sulle nomine, sulle carriere. In pochi anni il mercato dei media si è concentrato intorno a soggetti politicamente allineati, mentre le voci indipendenti sono rimaste in piedi in un clima di pressione costante che ne ha ridotto la capacità di incidere nel discorso pubblico.
Anche la competizione elettorale è rimasta formalmente intatta, ma sostanzialmente sbilanciata. Le elezioni si tengono, i partiti concorrono, ma l’accesso ai media, l’uso delle risorse pubbliche, le regole di finanziamento e perfino il disegno dei collegi producono un vantaggio sistematico per chi governa. L’alternanza non è stata bandita, ma è difficile da realizzare: è questo, in sintesi, il pericolo più grande per Tisza, il partito d’opposizione emerso lo scorso anno che, secondo molti sondaggi, potrebbe vincere le elezioni del 2026.
Il punto non è una svolta autoritaria, ma qualcosa di meno spettacolare e più sottile: la capacità, cioè, di conservare le forme della democrazia mentre se ne riduce, pezzo dopo pezzo, la sostanza. Le istituzioni funzionano, le elezioni si celebrano, l’Europa resta sullo sfondo, presentata spesso come uno strano animale che intacca (o tenta di intaccare) la sovranità magiara. Lo spazio del pluralismo, del dissenso efficace e del controllo indipendente del potere si è ristretto in modo misurabile. È questa la singolarità ungherese, quella diun’erosione lenta, legale e metodica. Per l’UE è un pericolo, nonché un dilemma: come rapportarsi con uno stato che rispetta le regole quanto basta ma che sabota il processo decisionale centrale?