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Estero
22 ottobre 2025 | di Valentina Barbiero
#Trump #USA

Il governo Trump sta cercando di portare avanti un’iniziativa che potrebbe ridefinire in modo significativo i rapporti tra governo federale e università.

Il “Compact for Academic Excellence in Higher Education” propone un accordo che garantirebbe alle università firmatarie accesso prioritario a fondi e sovvenzioni federali, a patto di accettare una serie di riforme interne su ammissioni, ricerca e politiche di campus. Un documento che, al di là dei tecnicismi, apre un dibattito cruciale: quanto può il potere politico entrare nella vita accademica senza comprometterne l’autonomia?

Cerchiamo di esplorare insieme i contenuti del Compact, le reazioni del mondo universitario, ma soprattutto le implicazioni in termini di libertà accademica e autonomia istituzionale.

Cosa prevede il Compact

Secondo la bozza e le analisi di esperti, le università che firmeranno il Compact dovranno impegnarsi in riforme in tema di ammissioni, assunzioni, politiche sul genere, sovranità accademica e internazionalizzazione.
Ecco, riassunti, alcuni punti principali:

  • Ammissioni e assunzioni: divieto di considerare razza, sesso, nazionalità, orientamento sessuale o identità di genere nei processi di selezione.
  • Test standardizzati: obbligo di sostenere esami come SAT (o Scholastic Aptitude Test e Scholastic Assessment Test) e ACT (o American College Testing). Sono test nazionali usati negli Stati Uniti per l’ammissione ai corsi di laurea di primo livello (undergraduate), che valutano competenze in matematica, lettura e scrittura.
  • Congelamento delle tasse universitarie per cinque anni.
    Limiti agli studenti internazionali: soglia del 15% tra gli undergraduate (studenti dei corsi di laurea di primo livello) provenienti dall’estero.
  • Definizioni biologiche di “uomo” e “donna” per sport e alloggi, con restrizioni alle politiche di genere più inclusive.
  • Marketplace of ideas: le università sono invitate a garantire un clima di “pluralità delle idee”, ma il documento specifica che dovranno anche contrastare attivamente i dipartimenti o i programmi che “puniscono, sminuiscono o marginalizzano opinioni conservatrici”.
    In pratica, il principio viene reinterpretato come obbligo di vigilanza interna: gli atenei dovrebbero documentare iniziative per “proteggere la libertà di espressione di tutti i punti di vista”, e potrebbero essere soggetti a verifiche o sanzioni se giudicati “ideologicamente sbilanciati”.
    Un concetto apparentemente neutro, che rischia però di trasformarsi in uno strumento di controllo politico sul contenuto della didattica e della ricerca.
  • Neutralità istituzionale: divieto per il personale di esprimere posizioni politiche a nome dell’università.
  • Vincoli sui finanziamenti federali: in caso di violazione, l’amministrazione potrebbe sospendere i benefici o chiedere la restituzione dei fondi.

Il Compact è stato inviato a nove istituzioni selezionate: il Massachusetts Institute of Technology (MIT), Brown University, University of Pennsylvania, University of Southern California, University of Virginia, Vanderbilt, Dartmouth College e University of Texas at Austin. (CNN, The Wall Street Journal)

Reazioni e resistenze

Molte università hanno rifiutato di firmare. Il MIT (Massachusetts Institute of Technology) ha spiegato le sue ragioni con parole nette:

“Il documento include principi con cui non siamo d’accordo, compresi quelli che limiterebbero la libertà di espressione e la nostra indipendenza come istituzione.
E, fondamentalmente, la premessa del Compact è incoerente con la nostra convinzione che il finanziamento della ricerca debba basarsi esclusivamente sul merito scientifico.” - Sally Kornbluth, MIT (The Hill)

Anche le principali associazioni universitarie come l’American Council on Education (ACE) — hanno pubblicato una nota durissima:

“Il Compact offre nientemeno che il controllo governativo delle libertà fondamentali di un’università — chi insegniamo, cosa insegniamo e chi insegna.” (ACE Statement)

Alcune università pubbliche hanno inoltre segnalato il rischio di perdere fondi statali se accettassero le condizioni federali. E diversi costituzionalisti hanno parlato di una possibile “illegal condition”, ovvero una condizione illegittima in cui l’accesso ai fondi pubblici viene subordinato alla rinuncia a diritti costituzionali come la libertà di espressione.

Quali sono gli elementi di criticità

Il Compact tocca uno dei nervi più sensibili del sistema universitario: il rapporto tra autonomia accademica e potere politico. Le università non sono semplici enti amministrativi, ma comunità di ricerca e di insegnamento che fondano la propria legittimità sulla libertà di determinare cosa studiare, come insegnare e chi selezionare. Quando l’accesso a risorse fondamentali viene subordinato all’accettazione di criteri esterni, il rischio non è solo quello di una limitazione formale dell’autonomia, ma di una trasformazione più profonda del ruolo stesso dell’università, che da spazio indipendente di produzione del sapere diventa soggetto condizionato da priorità politiche contingenti.

Anche sul piano della ricerca scientifica emergono ambiguità significative. Il Compact sembra inserirsi in una dinamica già nota, sebbene ribaltata sul piano ideologico, rispetto alle precedenti politiche di Diversity, Equity and Inclusion. In entrambi i casi, il principio della meritocrazia rischia di essere messo in secondo piano rispetto alla conformità a criteri extra-scientifici. Che si tratti di promuovere attivamente determinate visioni culturali o, al contrario, di dimostrare una presunta “neutralità ideologica”, il risultato potenziale è lo stesso: la qualità della ricerca e della didattica non è più l’unico parametro rilevante, e la valutazione accademica viene filtrata attraverso logiche di allineamento politico.

Le disposizioni relative alla libertà di espressione sollevano ulteriori interrogativi. L’idea di limitare o regolamentare le prese di posizione politiche del personale universitario, soprattutto quando espresse in un contesto istituzionale, può produrre un effetto di autocensura diffusa. In un ambiente che dovrebbe favorire il pensiero critico e il confronto anche conflittuale tra idee, la percezione di una sorveglianza ideologica — qualunque ne sia l’orientamento — rischia di impoverire il dibattito accademico anziché ampliarlo.

Un altro elemento problematico riguarda l’impatto sull’internazionalizzazione e sulla composizione dei campus. Le soglie imposte agli studenti internazionali e le restrizioni sulle politiche di inclusione non sono meri dettagli amministrativi, ma incidono direttamente sulla capacità delle università di attrarre talenti da contesti diversi e di mantenere un ambiente di apprendimento pluralista. In un sistema accademico che da decenni si fonda sulla circolazione globale delle persone e delle idee, tali limiti rappresentano un potenziale arretramento strutturale.

Infine, la natura formalmente volontaria del Compact appare, nella pratica, ambigua. Quando il rifiuto di aderire può tradursi in una perdita significativa di finanziamenti, la scelta delle università rischia di essere dettata più dalla necessità che dalla convinzione. È in questo spazio grigio, tra adesione libera e coercizione indiretta, che il Compact mostra forse il suo aspetto più critico: non l’imposizione esplicita di un controllo politico, ma la normalizzazione di un meccanismo di condizionamento che può ridefinire, nel tempo, i confini dell’indipendenza accademica.

Gli argomenti dei sostenitori

I sostenitori del Compact potrebbero affermare che la promozione del “mercato delle idee” (marketplace of ideas) richiede che tutti i punti di vista possano essere ascoltati, incluse idee conservatrici, e che certi ambienti accademici siano troppo dominati da visioni unilaterali.

Il controllo dei costi universitari (es. congelamento della tuition) è un tema che negli Stati Uniti ha ampia rilevanza: se il Compact incoraggia le università a ridurre i costi per gli studenti, questo può essere visto come un beneficio sociale.

L’idea di introdurre una sorta di neutralità istituzionale e di evitare orientamenti politici istituzionali può essere interpretata come garanzia che l’università non diventi una piattaforma partitica, ma mantenga un ruolo critico e pluralista.

Perché riguarda anche noi?

In un’epoca in cui la globalizzazione, l’internazionalizzazione degli studenti e del personale accademico e la libera circolazione delle idee sono al centro del sistema universitario, un accordo che pone limiti a studenti internazionali o impone definizioni precise di criteri di ammissione rappresenta un cambio di modello e potrebbe avere ricadute internazionali (ad esempio: collaborazioni, ateneo europeo-USA, scambi).
Il modello USA è stato spesso preso come riferimento: se negli Stati Uniti si introduce un vincolo di “adesione ideologica” in cambio di fondi, questo potrebbe generare precedenti che influenzano anche altri contesti.

La scelta di usare l’accesso ai fondi federali come leva per ottenere cambiamenti comporta un ripensamento del rapporto tra Stato, università e ricerca: non più solo regolazione o accreditamento, ma “contratti” politico-istituzionali che condizionano autonomia e missione.

Le domande che rimangono aperte sono: come viene considerata l’autonomia universitaria? Quali sono le pressioni (nazionali, internazionali) che condizionano l’accesso a fondi o collaborazioni? Quali garanzie esistono per la lotta all’influenza ideologica o politica nello spazio accademico? Quali contenziosi nasceranno sul piano costituzionale?

Ma soprattutto, cosa succede quando il potere politico diventa “editore” della conoscenza?

In conclusione, il Compact for Academic Excellence è più di una misura amministrativa: è una prova di forza simbolica tra scienza, politica e libertà. Dietro “meritocrazia” e “pluralismo” si gioca una battaglia culturale sul senso stesso dell’università: luogo di pensiero libero e ricerca del vero, o istituzione subordinata agli equilibri del potere?

In un contesto globalizzato, dove la ricerca e la didattica sono interconnesse a livello internazionale, questo episodio americano può essere visto come “laboratorio” di dinamiche che potrebbero diffondersi altrove. Per tale motivo merita attenzione da chi si occupa di università, politica dell’istruzione e libertà accademica.

 

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