Lo scaffale
30 gennaio 2026 | di Laura Allevi
#recensioni

Franco Brevini è critico letterario, saggista e docente di Letteratura italiana all’Università degli Studi di Bergamo. Editorialista per il Corriere della Sera, ha dedicato gran parte della sua attività di ricerca allo studio della tradizione letteraria italiana, della poesia e della cultura contemporanea, con particolare attenzione ai mutamenti del ruolo pubblico della cultura. Nel 2021 Raffaello Cortina Editore pubblica un suo saggio in cui l'autore si interroga sul ruolo dell'intellettuale contemporaneo.

Francesco Brevini sceglie come titolo di questo suo lavoro una domanda che ha funzione metodologica. “Abbiamo ancora bisogno degli intellettuali?” si presenta come un esercizio di chiarificazione concettuale su una figura che ha segnato il Novecento, e non solo, e che oggi appare indebolita, frammentata e talvolta completamente delegittimata. Il libro si colloca consapevolmente all’interno di una tradizione critica che ha da più parti interrogato il rapporto tra sapere, spazio pubblico e responsabilità culturale. 

Dal punto di vista dell’impianto, il saggio si fonda su una diagnosi iniziale piuttosto chiara: la crisi dell’intellettuale coincide non con la crisi del sapere, ma con la perdita di una funzione riconosciuta di mediazione e interpretazione. Brevini individua le cause principali di questa trasformazione nella frammentazione dei linguaggi, nell’iperspecializzazione disciplinare e nella ridefinizione dei luoghi del discorso pubblico, oggi dominati da logiche di visibilità e semplificazione. L’argomentazione procede in modo coerente, senza forzature polemiche, e mantiene una linea riflessiva costante.

Uno degli aspetti più convincenti del libro è la ricostruzione del modello novecentesco dell’intellettuale. Brevini ne mette in luce tanto l’efficacia storica quanto le ambiguità, mostrando come esso fosse sostenuto da condizioni culturali e sociali difficilmente riproducibili nel presente. L’intellettuale emerge qui come funzione storicamente situata, legata all'equilibrio tra competenza, autorevolezza e capacità di intervento pubblico.

L’analisi risulta particolarmente solida quando il saggio affronta le derive contemporanee. Da un lato, l’intellettuale confinato in un ambito specialistico che rinuncia alla comunicazione; dall’altro, l’intellettuale mediatico che accetta le regole della semplificazione e dell’opinione istantanea, attratto dal consenso del pubblico. Brevini mostra con lucidità come entrambe le posizioni finiscano per indebolire la funzione critica, riducendola o a esercizio autoreferenziale o a prestazione comunicativa. In questo passaggio il libro offre uno dei suoi contributi più netti e utili al dibattito attuale unito a una solida disamina sulla nuova funzione di un pubblico che, ormai disintermediato dall'accesso alle informazioni, tende a voler, per così dire, bere alla fonte del sapere senza che nessuno gli porga la coppa. Questa propensione si sposa, o più precisamente è l'esito, di un individualismo esasperato che caratterizza ormai da tempo la cultura occidentale contemporanea e che obbliga l'esperto e l'intellettuale a scendere in qualche modo a patti con la propria platea di riferimento.

Sul piano della divulgazione, il saggio mantiene un registro elevato ma controllato. La scrittura è densa, a tratti ellittica, e presuppone un lettore disposto a seguire un ragionamento articolato. I riferimenti culturali sono sempre integrati nel discorso in funzione argomentativa e questo rende il contenuto accessibile a un pubblico colto non specialista, pur senza semplificazioni eccessive.

Più problematico risulta, inevitabilmente, il versante propositivo. Se la diagnosi della crisi appare convincente, meno definita è la proposta di una possibile riconfigurazione nel presente della figura dell’intellettuale. Brevini appare consapevole dell’impossibilità di restaurare modelli ormai obsoleti, ma fatica a indicare alternative storicamente e socialmente riconoscibili. La funzione dell’intellettuale viene difesa soprattutto sul piano etico e teorico, mentre resta in ombra la questione delle condizioni concrete che ne renderebbero possibile una nuova legittimazione.

Questo limite non compromette la serietà del saggio, ne definisce anzi con chiarezza il perimetro: “Abbiamo ancora bisogno degli intellettuali?” convince quando analizza ed è una trattazione che rinuncia consapevolmente a soluzioni facili. Proprio per questo lascia aperta una tensione irrisolta, affidata al lettore.

Nel complesso, il saggio di Brevini rappresenta un contributo di ottimo rilievo e ben argomentato a una questione centrale della cultura contemporanea. Il suo valore risiede nella capacità di rimettere a tema la funzione critica senza indulgenze nostalgiche o liquidazioni frettolose. È una lettura consigliata a chi intenda comprendere le trasformazioni del ruolo culturale dell’intellettuale, più che cercare risposte definitive. Un libro che stimola un confronto serio e necessario, anche perché forse lo scrollarsi di dosso l’ombrello protettivo delle gerarchie dei sapienti non è stato solo un gesto da moderni narcisi, ma l'inevitabile atto finale di una massa che per secoli è stata quasi completamente esclusa e talvolta manipolata da chi quel sacro graal di conoscenza lo teneva tutto per sé. Forse non è vanità, è diffidenza. 

Forse il compito di ricucire questo strappo sta proprio a chi vorrebbe di nuovo incarnare questo ruolo di guida culturale. E l'unico approccio possibile è banalmente fatto di tempo e pazienza.

Abbiamo ancora bisogno degli intellettuali? 
di Franco Brevini
Editore: Raffaello Cortina Editore
Anno di pubblicazione: 2021

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