Quando il World Economic Forum 2026[1] ha aperto i lavori a Davos, il contesto internazionale è apparso profondamente mutato rispetto a quello del 2020, ultima edizione di rilievo del forum prima della sequenza di crisi che ha trasformato il quadro globale. L’economia globale non è più il terreno su cui costruire convergenze, ma uno spazio di confronto permanente tra Stati, grandi imprese e aree di influenza.
Il forum svizzero si è svolto in un clima in cui la competizione sostituisce il coordinamento e la stabilità lascia spazio a un equilibrio sempre più fragile.
Il Global Risks Report 2026: il confronto economico al centro
Il messaggio principale del Global Risks Report 2026[2] è esplicito: il confronto geoeconomico rappresenta il principale rischio per la stabilità globale nel breve periodo. Il report descrive l’uso crescente di strumenti economici — dazi, sanzioni, restrizioni tecnologiche e controllo delle catene di approvvigionamento — come leve ordinarie delle relazioni tra Stati.
L’economia emerge come strumento diretto di potere, intrecciato con sicurezza, tecnologia e clima all’interno di un sistema di rischi interdipendenti.
Questa valutazione trova riscontro anche nei dati quantitativi del Global Risks Report 2026. Nella classifica dei rischi globali a due anni, il confronto economico tra Stati emerge come il rischio percepito più rilevante, davanti a conflitti armati, crisi climatiche ed eventi finanziari sistemici.
Il report evidenzia inoltre una differenza temporale nella percezione del rischio. Nel breve periodo prevalgono tensioni economiche, commerciali e strategiche, mentre nel lungo periodo acquistano maggiore peso i rischi legati al cambiamento climatico e alla pressione sulle risorse naturali. Questa distinzione rafforza l’immagine di un presente dominato dalla competizione e di un futuro segnato da crisi strutturali di ampia portata.
La guerra economica come nuova normalità
Il confronto economico assume una dimensione sempre più pervasiva e duratura, al punto da incidere direttamente sulle condizioni di vita delle popolazioni. L’uso sistematico di strumenti commerciali e finanziari alimenta inflazione, rallentamento della crescita e instabilità sociale, rendendo l’economia uno dei principali canali attraverso cui si esercita pressione tra Stati.
Questa dinamica, evidenziata anche da analisi giornalistiche internazionali come quelle di Euronews, mostra come la competizione economica sia ormai parte integrante della gestione dei conflitti e della definizione dei rapporti di forza, con effetti che si estendono ben oltre la sfera commerciale.
All’interno di questo quadro, Donald Trump ha svolto a Davos un ruolo di primo piano come fattore di ridefinizione del forum. La sua presenza ha orientato il dibattito verso una visione delle relazioni internazionali fondata su rapporti diretti, strumenti economici e leadership personalizzate, portando un approccio che privilegia negoziazioni bilaterali, uso esplicito di dazi e sanzioni e creazione di strumenti politici costruiti al di fuori delle istituzioni multilaterali tradizionali. Questo orientamento rafforza una tendenza già individuata dal WEF: l’economia come leva centrale del potere politico.
La presenza del presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy ha confermato che la guerra in Ucraina resta un nodo centrale del dibattito internazionale. A Davos, Zelenskyy ha portato una richiesta di sostegno che coinvolge dimensioni militari, economiche e finanziarie, inserendo il conflitto all’interno di una discussione più ampia sulla sicurezza europea, sulla tenuta delle economie coinvolte e sul ruolo delle alleanze internazionali.
In questo contesto, la partecipazione ucraina ha rafforzato il legame tra conflitto armato e strumenti economici, mostrando come la guerra continui a incidere direttamente sulle scelte politiche e finanziarie discusse nel forum.
I contatti con Donald Trump si sono inseriti in un contesto caratterizzato da un approccio fondato su negoziazioni dirette e canali informali, come emerso anche dalle ricostruzioni di Reuters. In questo quadro ha trovato spazio l’annuncio del Board of Peace, promosso dall’amministrazione statunitense come nuovo strumento di interlocuzione sulle crisi internazionali.
Il Board of Peace è stato presentato come una piattaforma informale di dialogo e mediazione, priva di un mandato giuridico multilaterale e costruita attorno a un numero ristretto di attori selezionati. La sua logica operativa punta su rapidità decisionale, centralità della leadership e flessibilità dei formati negoziali, in contrasto con i meccanismi più lenti e inclusivi delle istituzioni internazionali tradizionali.
L’iniziativa segnala un orientamento preciso: la gestione dei conflitti viene sempre più affidata a strumenti ad hoc, modellati sui rapporti di forza e sulle capacità dei singoli attori, piuttosto che a cornici universali e condivise. In questo senso, il Board of Peace si inserisce pienamente nel clima emerso a Davos, dove il ridimensionamento del multilateralismo classico appare come una tendenza strutturale.
Tecnologia, clima e Europa
Accanto ai temi della sicurezza e del confronto economico, Davos 2026 ha dedicato ampio spazio alla tecnologia e al clima.
Il ruolo crescente delle grandi aziende tecnologiche è emerso come fattore di rischio sistemico, mentre il cambiamento climatico è stato discusso come elemento capace di amplificare tensioni economiche e competizione per le risorse. In questo contesto, il crescente interesse per la Groenlandia e per l’Artico ha messo in luce effetti diretti sugli equilibri economici e strategici.
Lo scioglimento dei ghiacci apre nuove rotte commerciali, facilita l’accesso a risorse minerarie e rafforza l’attenzione di Stati e grandi attori economici verso aree fino a poco tempo fa marginali. La questione artica emerge così come uno snodo in cui ambiente, commercio e sicurezza si intrecciano, trasformando la crisi climatica in un fattore di competizione e di pressione sulle relazioni internazionali.
All'interno di questo quadro, l’Unione Europea è apparsa presente nelle analisi ma meno incisiva nella capacità di orientare le dinamiche in corso, anche a causa di divisioni interne e lentezza decisionale.
Le dinamiche emerse durante il World Economic Forum 2026 hanno continuato a orientare il dibattito internazionale anche dopo la chiusura del forum, confermando il carattere strutturale delle tendenze individuate.
Davos ha mostrato un sistema internazionale in cui la cooperazione multilaterale ha perso capacità di incidere, mentre strumenti economici, tecnologici e politici sono diventati canali centrali dell’esercizio del potere. Il forum ha registrato questa trasformazione più che guidarla, restituendo l’immagine di un ordine globale attraversato da competizione permanente e da rapporti di forza sempre più espliciti.
L’economia infine è emersa come il linguaggio dominante del confronto globale: uno strumento attraverso cui si negoziano sicurezza, alleanze e influenza. In questo senso, il WEF 2026 ha reso visibile una trasformazione già in atto.
- Il World Economic Forum (o WEF) è un’organizzazione internazionale indipendente, senza scopo di lucro, fondata nel 1971 e con sede a Ginevra. Ogni anno organizza il meeting di Davos, che riunisce capi di Stato e di governo, dirigenti d’impresa, rappresentanti di organizzazioni internazionali, accademici e membri della società civile. Il WEF non ha poteri decisionali e non produce atti vincolanti. ↩
- Il Global Risks Report è il rapporto annuale pubblicato dal World Economic Forum, basato su una survey internazionale di esperti e decisori, che analizza e classifica i principali rischi globali su orizzonti di breve e lungo periodo, con l’obiettivo di individuare tendenze strutturali che incidono sulla stabilità economica, politica e sociale globale. ↩

