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    Attualità
    25 aprile 2026 | di Daniele Reggiardo


     
    L’Italia è una democrazia liberale. Che cosa vuol dire? Che cosa distingue l’Italia, per esempio, da Cuba o dal Kazakhstan o, per restare più vicini a casa, dall’Ungheria?

    In Europa ci si vanta di essere democratici, spesso alludendo a un traguardo raggiunto dopo secoli di storia, tra migliaia di guerre e milioni di morti. Probabilmente è così: quello democratico è l’unico sistema di governo che il mondo ha concepito per evitare che un piccolo gruppo di persone prevalga sulla maggioranza, negandole ogni tipo di libertà. Non per tutti, però, questo è il sistema migliore: per alcuni, come in Corea del Nord, è il comunismo, per altri, come nell’Iran di Khamenei, era la teocrazia; altri, come Putin, accusano la democrazia di essere un sistema poco efficace, lento nelle decisioni e poco stabile. Anche in Europa, fino al post-Seconda guerra mondiale, la democrazia non era vista di buon occhio.

    Alcune (problematiche) definizioni di ‘democrazia’

    Quando andavo a scuola l’unico ricordo che ho della parola “democrazia” è una lezione della professoressa di storia: “la democrazia è la sovranità che appartiene al popolo; il popolo può votare e decidere il proprio destino”. In effetti, nei programmi scolastici nostrani la concettualizzazione della democrazia si limita spesso a questo: esiste un popolo che è sovrano nel proprio territorio, il popolo vota (direttamente o indirettamente) i propri rappresentanti, e la maggioranza del popolo prende le decisioni. Tuttavia,  evidentemente, tale concettualizzazione è problematica. Soprattutto negli ultimi due decenni, quello che in Occidente chiamiamo “democrazia” viene frainteso, oppure utilizzato per imporre un qualcosa a qualcuno.

    Andando agli albori della civiltà mediterranea, molti filosofi, a partire dall’antica Grecia, ne hanno proposto diverse concettualizzazioni. In ogni caso, non sappiamo con assoluta certezza se la prima forma – seppur arcaica e diversa da quella che immaginiamo oggi – di democrazia sia nata in Occidente o no: da un lato, il primo a usare questa parola di origine greca fu Erodoto nel V sec. a.C.; dall’altro, alcuni studi – va detto, in posizione minoritaria – ritengono che essa possa essere già presente nell’Antica India (circa VI secolo a.C.). Di fatto, però, la concettualizzazione che ritengo essere la più diffusa è simile a quella della professoressa di storia, che si basa su un’idea rousseauiana simile a quella del Dizionario Garzanti: la democrazia è una “forma di governo in cui la sovranità appartiene al popolo, che la esercita direttamente o mediante rappresentanti liberamente eletti [...]”. È quindi possibile affermare in prima istanza che laddove questi tre elementi siano presenti – un popolo (I) che prende le decisioni a maggioranza (II) in modo elettivo (III) – allora sia presente una democrazia. 

    In base alle suddette definizioni di “democrazia” conseguirebbe che anche i cosiddetti “autoritarismi elettivi” (regimi ibridi), come l’Ungheria, possano essere considerati democrazie. Perché? Perché se la democrazia viene ridotta esclusivamente ai suoi tre punti fondamentali (popolo, maggioranza, elezioni), allora qualsiasi regime che organizzi consultazioni popolari – anche se manipolate, prive di parità di accesso ai media o con opposizioni sistematicamente ostacolate – rientrerebbe nella categoria. Questo porterebbe a definire democrazie anche sistemi palesemente autoritari che utilizzano il voto come strumento di plebiscito e legittimazione esterna, tra cui la Corea del Nord.

    La liberaldemocrazia

    Tuttavia, è nell’opinione pubblica occidentale un errore comune quello di considerare la “democrazia” come sinonimo di “liberaldemocrazia”. Ciò che accomuna i paesi dell’Unione europea, per esempio, è il fatto di essere tutti democrazie (che è poi un criterio necessario alla richiesta di adesione). Secondo queste definizioni, ne consegue che l’Ungheria, per esempio, sarebbe una democrazia proprio come l’Italia o la Danimarca. Pertanto, che cosa cambia? Iniziamo con una definizione di democrazia liberale: “Un regime liberaldemocratico si definisce tale quando è contraddistinto dalla garanzia reale di partecipazione politica per tutta la popolazione adulta e dalla possibilità di dissenso, opposizione e competizione all’interno dell’arena politica” (De Nardis, 2023: 281).

    Che cosa cambia, quindi, tra una democrazia e una liberaldemocrazia? La democrazia si limita a definire chi deve governare (il popolo a maggioranza); la liberaldemocrazia aggiunge anche il come si deve governare ([il popolo a maggioranza] entro i limiti che tutelino i diritti dell’individuo e delle minoranze). Notiamo come, nel caso della democrazia, lo Stato di diritto non sia garantito, il suffragio sia universale ma la cittadinanza è intesa solo come attiva e non si esplicita nulla sulla tutela proprio delle minoranze. Quest’ultimo è il caso definito da Tocqueville “tirannia della maggioranza”, di cui lo stesso Rousseau era consapevole. Nel secondo caso, quello della liberaldemocrazia, si considerano anche i diritti civili, l’uguaglianza di fronte alla legge e tutte quelle libertà necessarie a un corretto funzionamento del sistema democratico: libertà di stampa, di espressione, di associazione, ecc.. Allora, le democrazie non-liberali (che si chiamano “democrazie illiberali” oppure “democrazie elettorali”) sono regimi che mantengono le elezioni senza garantire l’effettivo esercizio delle libertà civili o il trasferimento pacifico del potere (da un governo a un altro dopo un’elezione). Le democrazie liberali, invece, si avvicinano a quella che Robert Dahl chiamava “poliarchia”: elezioni libere e corrette, libertà di organizzazione, fonti alternative di informazione e istituzioni che vincolino il governo, nel rispetto del costituzionalismo, cioè nel rispetto delle regole e dei principi sovraordinati che limitano l’autorità legislativa della maggioranza. La liberaldemocrazia non è quindi la somma di due elementi (democrazia + liberale), ma è un sistema di garanzie negative che circondano il potere decisionale nel quale il Liberalismo agisce come un perimetro invalicabile per la volontà della maggioranza, garantendo che il processo democratico rimanga un metodo di selezione pacifica dei governanti e non diventi uno strumento di oppressione.

    Esistono dei metodi per misurare quanto uno Stato è democratico?

    Due concetti sono fondamentali.
    (1) Il primo è considerare lo spettro dei regimi politici come un continuum nel quale, in un estremo, si posiziona la forma ideale di liberaldemocrazia perfetta (ideale) e, dall’altro, la forma di non-democrazia ideale perfetta (ideale). Nella prima parte si posizionano Italia, Francia, Giappone, ecc., mentre nella seconda Russia, Cina, Egitto, ecc. In questo caso, l’espressione “non-democrazia” intende raggruppare tutti i regimi che divergono da quello democratico: “dittatura”, “totalitarismo”, “autocrazia” e “tirannia”.

     

    (2) Il secondo è, per Dahl, la misura della competizione e dell’inclusione. Nel caso della competizione si misura il grado in cui i cittadini sono liberi di organizzarsi in blocchi politici concorrenti per cercare di ottenere il potere e influenzare le politiche pubbliche. La competizione corrisponde al diritto all’opposizione e include elementi essenziali quali le libertà di cui prima. Nel caso dell’inclusione, inoltre, si misura chi partecipa al processo democratico, e riguarda l’estensione dei diritti politici (soprattutto quanto è ampio il suffragio attivo e passivo); un sistema è inclusivo quando il suffragio è universale e non vi sono barriere significative alla partecipazione per gruppi di cittadini adulti, sia per candidarsi sia per votare. Ne consegue che, come spesso si legge sui social network, ogniqualvolta qualcuno chieda una “patente di voto” ottenibile solo dopo aver superato anche un semplice esame, di fatto, stia riducendo la quantità di suffragio, e quindi, la quantità di democrazia, perché riduce la quantità di cittadini-elettori inclusi nel processo democratico spingendolo verso una forma di “oligarchia competitiva”.

    Come misuriamo la democrazia, quindi? Gli indicatori sono molteplici, diversi, e si concentrano su aspetti differenti (Polity IV, PACL, Democracy Index, V-Dem, ecc.). Il mio consiglio  è far coincidere il grado democrazia con il grado di libertà: quanto più uno Stato è sostanzialmente libero, tanto più è facile ritenere che i cittadini siano tutelati e che possano esprimersi liberamente organizzandosi per conquistare il potere in modo pacifico: quindi, il mio consiglio per un non-esperto, è Freedom House in quanto si focalizza sui diritti politici e sulle libertà civili e rende tangibile il concetto di libertà sostanziale. In ogni caso, ogni indicatore possiede delle caratteristiche specifiche che possono risultare comode in situazioni specifiche, quindi si utilizzi il più consono a seconda del caso.

    Quattro chiavi di lettura (costituzionale, sostanziale, minimalista e processuale)

    Per circoscrivere il concetto di democrazia, la dottrina ha sviluppato diverse chiavi di lettura che analizzano sfaccettature distinte del sistema politico: si passa dal rigore delle norme giuridiche ai risultati concreti, dalle procedure elettorali fino all’evoluzione del legame tra istituzioni e società. Tale varietà di vedute nasce dalla consapevolezza che la semplice presenza di una Carta costituzionale o di una tornata elettorale non garantisce di per sé la democraticità del regime. L’esempio classico è la Costituzione dell’Unione sovietica di Stalin del 1936. Senza una competizione trasparente e paritaria, infatti, anche la Corea del Nord o la Russia potrebbero paradossalmente definirsi democrazie. Per tale ragione, esistono quattro principali filoni interpretativi, ognuno con propri pregi e criticità: costituzionale, sostanziale, minimalista e processuale.

    (1) L’approccio costituzionale predilige una lente prettamente formale e giuridica, e si focalizza sull’assetto istituzionale dello Stato. È un metodo utile per catalogare i regimi (distinguendo, per esempio, tra forme repubblicane e monarchiche) e per condurre analisi storiche comparative, come il confronto tra il Giappone imperiale e quello contemporaneo. Tuttavia, il limite risiede nel distacco dalla realtà: un testo costituzionale può sancire sulla carta il diritto di riunione, mentre nei fatti l’azione della polizia impedisce ogni assembramento. Un esempio storico è rappresentato dai casi di Italia e Germania nel primo dopoguerra, dove le norme vigenti permisero a regimi totalitari di insediarsi attraverso percorsi formalmente legali ma privi di sostanza democratica.

    (2) Spesso preferito dalla politologia, l’approccio sostanziale valuta la democrazia in base agli effetti reali sulla vita dei cittadini. L’attenzione si sposta dalle premesse legislative ai traguardi raggiunti: l’interrogativo centrale è se la popolazione possa effettivamente godere dei diritti necessari al pluralismo. Organizzazioni come Freedom House utilizzano questo paradigma per monitorare non solo il voto, ma anche la protezione delle libertà civili e il livello di equità sociale. Dahl ha però evidenziato un rischio: una definizione troppo rigida basata su ideali perfetti potrebbe portare a escludere ingiustamente molti sistemi che, pur imperfetti, restano democrazie liberali.

    (3) L’approccio minimalista si concentra quasi esclusivamente sulle “regole del gioco” e sulle modalità di selezione della classe politica. La democrazia viene intesa come un metodo pacifico per risolvere la lotta per il potere attraverso il consenso elettorale. Un esempio è l’indice PACL, che definisce democratico un regime solo in presenza di multipartitismo, elezioni competitive per governo e parlamento e una reale alternanza al potere. Il punto debole di tale visione è la possibile legittimazione delle “democrazie illiberali”, ovvero sistemi nei quali si vota regolarmente ma vengono calpestati i diritti civili fondamentali.

    (4) Infine, l’approccio processuale considera la democrazia non come un traguardo immobile ma come un’attività dinamica e costante. Dahl elenca cinque pilastri necessari: la libertà di espressione per tutti; il principio “una testa, un voto”; il controllo dei cittadini sull’agenda politica; la trasparenza e l’accesso universale alle informazioni; l’estensione dei diritti a ogni cittadino adulto. Charles Tilly suggerisce addirittura di sostituire il sostantivo “democrazia” con il termine “democratizzazione” per sottolineare questa fluidità. Secondo Tilly, la qualità democratica dipende da quattro fattori: l’inclusività della cittadinanza, l’equità dello Stato verso i diversi gruppi sociali, la protezione dei singoli dagli abusi di potere e la capacità delle istituzioni di tradurre le istanze popolari in azioni di governo concrete.

    Conclusione

    Tornando alla domanda iniziale, perché la concettualizzazione rousseauiana della democrazia, proposta dalla mia ex-professoressa e confermata anche dal Dizionario Garzanti, è problematica? La risposta risiede nella pericolosa scissione tra la forma e la sostanza. In particolare, limitarsi a definire la democrazia come il “governo della maggioranza” espone il sistema a derive autoritarie nella peggiore delle ipotesi, e populistiche nella migliore, poiché legittima chiunque vinca le elezioni a smantellare i contropoteri e a opprimere la minoranza che la pensa diversamente. La vera discriminante tra l’Italia e l’Ungheria, o tra una democrazia liberale e un regime ibrido, non è la presenza delle elezioni, ma la tutela delle minoranze e la garanzia dei diritti civili. In effetti, la quasi totalità degli Stati non-democratici ha la necessità di indire elezioni – per vari motivi di cui scriverò in un prossimo articolo.

    Senza il Liberalismo costituzionale, la democrazia si riduce a una tirannia della maggioranza. Al contrario, concettualizzare la democrazia liberale significa sia intenderla come un metodo di selezione della classe politica (tipico della democrazia non-liberale), sia come un “bene pubblico” (elemento distintivo): un sistema istituzionale sostanziale e formale che appartiene a tutti, ai vincitori delle elezioni e ai vinti (e agli astenuti), e che garantisce a chi perde oggi la possibilità di vincere domani, in un contesto di libera informazione e sicurezza giuridica.

    Difendere questa complessità concettuale è il primo passo per difendere la libertà stessa, che dovrebbe essere il punto di partenza generato dal cambio di regime nel secondo periodo post-bellico. Significa anche, e forse soprattutto, considerare i limiti e i paradossi di cui Popper ci metteva in guardia: la (liberal)democrazia va difesa, altrimenti il risultato è una regressione a uno status nel quale la quantità di libertà diminuisce progressivamente. Perché la (liberal)democrazia non può essere neutra, o inerme, di fronte a chi utilizza gli strumenti (liberal)democratici per distruggerla. Va difesa quando è attaccata dall’esterno (disinformazione straniera, per esempio) e dall’interno (modifiche alle leggi costituzionali, per esempio). Sul come, ci si può (liberal)democraticamente accordare.

    • Clark, W. R., Golder, M., Golder, S. N. (2011). Principi di scienza politica. McGraw-Hill, 1 ed.
    • De Nardis, F. (2023). Sociologia politica. Per comprendere i fenomeni politici contemporanei. McGraw-Hill, 2 ed.
    • Calabrò, C., Lenci, M. (2017). La democrazia liberale e i suoi critici. Rubbettino.
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