Le intervisteScienza
05 giugno 2026 | di Francesco Lucà

L'agricoltura moderna è chiamata a sfide titaniche: resistere ai cambiamenti climatici, sfamare il pianeta e ridurre l'impatto ambientale. In questo scenario, le biotecnologie rappresentano una risorsa fondamentale, eppure spesso frenata da falsi miti e pregiudizi ideologici.

In Italia viviamo un vero e proprio paradosso: difendiamo il "Made in Italy" vietando la coltivazione di OGM, ma ne importiamo migliaia di tonnellate ogni giorno per alimentare i nostri allevamenti. Oggi, però, con le imminenti decisioni europee sulle Nuove Tecniche Genomiche (NGT) e il recente via libera nazionale alle sperimentazioni in campo, si apre un'opportunità storica di riscatto.

Per fare chiarezza basandoci sui numeri e sul metodo scientifico, abbiamo intervistato Roberto Defez, ricercatore del CNR e divulgatore agronomico.


1) Spesso chi discrimina le biotecnologie lo fa in nome della tutela dell'ambiente, c'è del vero o l'innovazione genetica può essere uno strumento utile per ottenere un’agricoltura più resiliente, resistente ed efficiente?

Come primissima risposta preferirei non dare una mia opinione, ma riportare quella dell'IPCC (Panel Intergovernativo per i Cambiamenti Climatici), l'organismo che si occupa prioritariamente della riduzione dell'emissione di gas serra. Il panel scriveva alcuni anni fa che incoraggia l'utilizzo delle nuove tecniche di editing genomico, tipicamente il sistema CRISPR-Cas, per migliorare lo stato delle coltivazioni e consentire loro un migliore adattamento ai cambiamenti climatici già in corso. Quindi il panel internazionale promuove l'utilizzo delle biotecnologie in questo senso.

Prima di fare affermazioni generiche su presunti problemi sanitari o ambientali, credo sia il caso di rispondere con i numeri. Sappiamo cosa è successo con le piante OGM classiche (come cotone e mais) a cui è stato trasferito uno specifico gene per una maggiore tolleranza all'aggressione dei parassiti[1]: questo ha ridotto in maniera estremamente importante l'utilizzo degli insetticidi. Sul cotone si usano quasi il 10% di tutti gli insetticidi al mondo; andandone a ridurre l'impiego tramite gli OGM, si va a incidere su una fetta importantissima di produzione dell'industria agrochimica.

Gli insetticidi (biologici o sintetici) eliminano tutti gli insetti indiscriminatamente, mentre negli OGM solo i fitofagi (quelli che mangiano fisicamente le foglie) vengono contrastati. Per questo motivo, le organizzazioni dell'agricoltura biologica statunitensi promuovono a pieni voti l'utilizzo di piante OGM per ridurre l'uso di insetticidi. Tra l'altro, ci sono insetticidi biologici sconsigliati perché tossici per le api: quando si associa il biologico all'idea di "immacolato", spesso non si conosce il profilo tossicologico delle sostanze in circolazione.

L'altro grande capitolo sono le piante tolleranti agli erbicidi, come la soia resistente al glifosato. In Italia, non potendo coltivare questa soia geneticamente modificata, usiamo tra i 4 e i 7 diversi erbicidi per diserbare il campo, e uno di questi è comunque il glifosato.

Riguardo alla biodiversità, c'è molta confusione. Avere pomodori Pachino, datterini e San Marzano non è "biodiversità naturale"; sono tutte piante selezionate dall'uomo. La vera biodiversità c'è quando non si coltiva. L'agricoltura stessa contrasta la biodiversità. Meno si coltiva, più si permette alle piante spontanee di competere. Quando si parla di danni ambientali, vorrei che si valutassero dati precisi: che emissioni di gas serra produco per tonnellata di raccolto? Se per avere lo stesso raccolto senza tecnologie devo raddoppiare gli ettari coltivati, sto danneggiando l'ambiente e aumentando il consumo di suolo.

  1. Piante BT: Piante in cui è stato inserito un gene, proveniente dal batterio Bacillus Thuringensis, che produce delle endotossine tossiche per molti insetti.

2) il Paradosso del Made in Italy: nel nostro paese non è possibile coltivare OGM, eppure importiamo diverse tonnellate di mangimi OGM per sostenere quelle che sono le eccellenze culinarie del nostro paese come il Parmigiano. Come valuta questa ipocrisia legislativa?

Siamo gli utilizzatori finali di scelte fatte più che altro per questioni commerciali e di immagine. È assolutamente delirante: importiamo e usiamo 5.000 tonnellate al giorno di soia geneticamente modificata, tutti i giorni, 365 giorni l'anno. E questa cosa va avanti da un quarto di secolo.

L'associazione dei mangimisti nel 2015 ha scritto alla Presidenza del Consiglio dei Ministri confermando che l'87% di tutti i mangimi che circolano in Italia contengono OGM. Sarebbe il caso di permettere ai nostri agricoltori di coltivare quelle stesse piante che poi devono acquistare nei consorzi agrari per alimentare il parco zootecnico.

Dov'è conteggiata l'emissione di gas serra delle navi che arrivano da Uruguay, Argentina e Brasile portandoci la soia? Tutto il Made in Italy di altissima qualità che esportiamo nel mondo è sostanzialmente prodotto alimentando il bestiame con mangimi OGM che noi stessi non possiamo coltivare.

Non è un divieto sanitario (altrimenti non li useremmo), ma un divieto all'agricoltore di prodursi la materia prima. Questo pregiudizio è talmente radicato nel pubblico che è diventato strutturale, ma resta un danno commerciale immenso[2]. Importiamo soia e mais per un importo pari a tutto quello che esportiamo in prodotti DOP e IGP (Parmigiano Reggiano, Grana Padano, Prosciutto di Parma, San Daniele ecc). Consentire agli agricoltori italiani di fare ciò che è permesso altrove sarebbe una misura di tutela per la produzione nazionale, piuttosto che continuare a nascondere la testa sotto la sabbia.

3) Nuove Tecniche Genomiche: l'UE ha adottato il nuovo regolamento sulle NGT ponendo (forse) un punto al tortuoso processo legislativo avviato nel 2023.  Quale può essere il vantaggio nell' utilizzo di tale tecnologia in Italia?

Siamo veramente alla finalissima. In queste settimane l'Europarlamento sta chiudendo la partita. C'è un testo che è passato attraverso moltissimi livelli di codecisione e che adesso deve essere approvato nella versione attuale. Se venisse ulteriormente emendato, il processo ricomincerebbe da capo e ci vorrebbero altri 5-6 anni, perdendo definitivamente la partita.

Siamo al momento di capire se l'Europa, che è intellettualmente proprietaria al 50% di questa tecnologia, (visto che il Nobel 2020 è andato anche alla francese Emmanuelle Charpentier) vuole agganciarsi al resto del mondo o se decide di diventare totalmente dipendente dalle importazioni, esponendosi anche a crisi geopolitiche (come stiamo vedendo nello Stretto di Hormuz) che potrebbero bloccare l'arrivo di derrate alimentari.

La comunità scientifica ha revisionato decine di volte i testi all'Europarlamento, accettando persino compromessi ideologici pur di non bloccare tutto, nell'ottica del "meglio fare qualcosa che cercare di avere la Luna". Dobbiamo sdoganare una tecnologia talmente raffinata che già 7 anni fa ha permesso di curare una persona dalla talassemia. Queste tecniche sono già usate in clinica per curare le persone, ma paradossalmente non possiamo usarle per curare le piante.

4) Il Futuro della ricerca in Italia: cosa si sente di consigliare ai giovani ricercatori in materie scientifiche in Italia? È ancora possibile fare ricerca innovativa nel nostro paese senza pregiudizi? 

A un giovane ricercatore consiglio per prima cosa di seguire il metodo scientifico e di non derogarvi mai. Se questa cosa si farà in Italia o all'estero è una decisione a valle. Se si inizia con la disonestà di fare solo ciò che è "comodo", si continuerà per tutta la vita a fare compromessi al ribasso.

In questo istante l'Italia è assolutamente all'avanguardia in tutta Europa sulla scelta dell'utilizzo del genome editing in agricoltura. La posizione italiana è cambiata improvvisamente nel 2023 con un decreto che ha sanato un blocco normativo vecchio di vent'anni. Questo ha permesso l'apertura della sperimentazione in campo di piante derivate da genome editing. I ricercatori Vittoria Brambilla e Fabio Fornara, grazie ai fondi e agli spazi messi a disposizione dalla Fondazione privata Bussolera Branca, hanno potuto avviare la prima sperimentazione in campo in Italia, a cui ne sono seguite altre.

In questo momento l'Italia è forse il miglior posto in Europa dove tentare questa strada. C'è una finestra di luce dopo oltre 20 anni di buio. Gli agricoltori sono molto interessati, la politica è ampiamente favorevole (per oltre il 90%), e tutte le organizzazioni di categoria (e persino alcune catene di supermercati) hanno dismesso la vecchia ossessione anti-OGM, favorendo queste nuove tecnologie.

Incoraggio i ragazzi a seguire la scienza, "virtute e canoscenza". Se l'Europa lascerà liberi gli scienziati, potremo assistere a un nuovo sviluppo e a nuove applicazioni per le patologie agricole italiane. Il messaggio è: proviamoci, e facciamolo per bene, con i controlli, i riscontri e la statistica, basandoci sui fatti e non sulle emozioni o sulla pubblicità.

  1. Nell’anno 23-24 abbiamo importato 6.7 milioni di tonnellate di mais secondo l'Istat, con un prezzo medio di 190 euro a tonnellata, arrivando a 1,3 miliardi di euro, che uniti al costo dell’ import della soia pari a 4 miliardi di euro, il totale derivante dall’import di queste materie prime è pari al 138% del valore dell’export di prodotti tipici DOP, IGP e STG, al 92% dell’intero export di prodotti tipici, e al 56% del valore export di prodotti tipici di origine zootecnica 

Roberto Defez è biologo e ricercatore del CNR presso l’Istituto di Bioscienze e Biorisorse di Napoli, dove dirige attività di ricerca nel campo delle biotecnologie microbiche. Autore e divulgatore scientifico, interviene da anni nel dibattito pubblico su OGM, genome editing e sostenibilità delle produzioni agricole.

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