La ricerca oncologica è uno dei campi della scienza che negli ultimi decenni ha compiuto i progressi più significativi, trasformando diagnosi che un tempo apparivano senza speranza in percorsi terapeutici sempre più efficaci e personalizzati.
Dietro ogni nuova cura ci sono anni di studio, esperimenti, successi e fallimenti, ma soprattutto ricercatori che dedicano la propria vita a comprendere i meccanismi della malattia e a individuare nuove strategie per combatterla.
Tra questi c'è Maurizio Scaltriti, ricercatore italiano di fama internazionale, oggi alla guida del Dipartimento di Medicina Traslazionale della Ricerca e Sviluppo Oncologica di AstraZeneca, che a capo di un team di oltre 200 scienziati è impegnato nello sviluppo di nuove terapie contro il cancro. Con lui abbiamo parlato di ricerca, innovazione, false credenze sul cancro e delle prospettive che attendono i pazienti nei prossimi anni.
Gentilissimo Dottor Scaltriti,
la ringraziamo per aver accettato questa intervista.
Lei ha una lunga esperienza nel campo della ricerca e l'anno scorso ha pubblicato un libro, “Non se, ma quando”, che ci introduce al tema e alle prospettive di cura per i pazienti oncologici.
Partiamo dal titolo: la cura non è questione di possibilità, ma di tempo. Una speranza o una certezza?
Secondo me una certezza. Come dico spesso, non esiste solo UN cancro ma centinaia e non ci sarà un giorno in cui potremo dichiarare vinta la sfida ma molti giorni nei quali registreremo progressi significativi che spostano l’asticella sempre più in alto. Alcuni tumori sono curabili oggi, come molti tumori al seno, testicolo o polmone e intestino diagnosticati precocemente. Per altri c'è ancora molto da fare, come pancreas o glioblastoma, ma vediamo costantemente che anche in questi campi miglioriamo continuamente.
Le cure però prevedono tempo, soldi, pazienza. E spesso gli esperimenti non vanno come ci si può aspettare…
Anche in questo caso mi autocito (scusate). Si chiama ricerca, non ritrova. Se sapessimo già tutte le risposte faremmo molto meglio e molto prima. Ma capire la biologia dei tumori è complicato, e più complicato è capire come approfittare dei talloni d’Achille di questi tumori e evitare che sviluppino resistenza ai farmaci che ci sono già o che svilupperemo. Dobbiamo convivere con il fatto che gli esperimenti possono fallire, ed è per questo che vanno disegnati nel miglior modo possibile per limitare al massimo le probabilità di insuccesso. E non ci sono scorciatoie, la risposta è sempre metodo scientifico e duro lavoro.
Continuiamo ad usare il termine chemioterapia, che fa pensare a capelli che cadono, spossatezza e distruzione. Oggi però la situazione è spesso diversa, e molti farmaci non sono più così distruttivi, giusto?
Oggi abbiamo terapie mirate, immunoterapie, anticorpi coniugati, CAR-T e altri farmaci che colpiscono soprattutto le cellule tumorali, risparmiando quelle “normali”, quindi limitando gli effetti collaterali. La chemio ha salvato molte vite ma ha un prezzo da pagare. La ricerca oggi si concentra sul sostituire la chemio con farmaci mirati che da un lato garantiscono un’efficacia anche maggiore e dall’altra una qualità di vita decisamente migliore. Scoprire le vulnerabilità molecolari dei tumori consente di disegnare molecole che colpiscono meccanismi specifici che le cellule tumorali usano per proliferare. Questa non é fantascienza, li stiamo già usando nella pratica clinica in moltissimi tumori. Mammella, polmone, prostata, melanoma…infatti credo possa essere più veloce elencare quelli che non hanno farmaci mirati tra le opzioni terapeutiche.
Qual è la fake news sul cancro che la preoccupa di più o che sente ripetere più spesso dai pazienti, e perché è così pericolosa?
Direi che c'è l'imbarazzo della scelta. Direi che la più classica è quella delle case farmaceutiche che nasconderebbero le cure vere perché vogliono che le persone non guariscano. Che se ci pensate è una cosa incredibilmente facile da sfatare perché se una casa farmaceutica avesse una terapia capace di curare ogni tumore la userebbe immediatamente perché, fra le altre cose, si trasformerebbe automaticamente nella compagnia più remunerata della storia. La gente continuerà a sviluppare tumori e questa compagnia continuerebbe a curarli.
Oggi sentiamo spesso parlare di "targeted therapy" o cure personalizzate. Significa che in futuro non useremo più la chemioterapia tradizionale, o queste cure viaggeranno insieme?
Stanno già viaggiando insieme, e ci sono moltissimi esempi nella pratica clinica odierna. A volte la targeted therapy viaggia da sola e in maniera molto efficace. Ma la tendenza è quella di sostituire la chemioterapia con opzioni più specifiche e spesso anche piú efficaci. Ripeto, questo “viaggio” è già iniziato, e credo fermamente che nei prossimi 10 anni vedremo molti tumori che beneficeranno di terapie mirate.
Ritorniamo al titolo del suo libro, che parla di tempo ("quando"), proviamo a volare più in alto: per lei, personalmente, cos’è il tempo? È un nemico da rincorrere in laboratorio o un alleato che ci permette di affinare le armi?
Ho un pessimo rapporto con il tempo, da sempre. Ho sempre cercato di bruciare le tappe, di fare alla svelta, di finire le cose il più presto possibile, senza ovviamente “togliere” qualitá da quello che facevo. Il tempo è necessario, ma se fosse per me, almeno in laboratorio, lo fermerei. Anche se le cose stanno migliorando, inevitabilmente siamo sempre in ritardo verso quei pazienti che hanno bisogno di terapie efficaci oggi e che oggi non sono disponibili. Però stiamo andando ad una velocità mai raggiunta prima. Ricordo, senza un briciolo di nostalgia, quando per leggere una notizia di uno studio clinico positivo e rilevante dovevamo aspettare mesi. Oggi non passano due settimane senza una notizia di uno studio che possa potenzialmente cambiare la pratica clinica.
La sua storia è l’esempio di una persona che non si è fossilizzata in un posto, ma ha cambiato sedi, nazioni: abbiamo tanti giovani ricercatori (o futuri tali): consigli per loro?
Partiamo dal presupposto che non credo di essere un genio o qualcuno particolarmente “gifted” per qualità specifiche. Credo che ciò che più mi ha caratterizzato sia stato il coraggio di prendere determinate decisioni, non sempre intuitive o facili. Questo mi ha permesso di arrivare in luoghi e a persone che hanno fatto in modo di lanciare la mia carriera professionale. Ovviamente tutto questo ha un costo. Lontananza dalla famiglia e amici, tempo che non c'è mai, ma direi proprio che ne è valsa la pena perché faccio esattamente quello che voglio guidando un team di più di 200 ricercatori in tutto il mondo.
A parte il classico consiglio di studiare tanto e lavorare sodo, direi proprio che il coraggio possa essere a volte il fattore limitante per arrivare dove si vuole. Coltivare la curiosità, cercare posti e persone dai quali si può imparare, lanciarsi. Dico sempre che é meglio avere rimorsi che rimpianti, almeno professionalmente.
Il cancro è ancora una sentenza senza appello?
Viaggio in “Non se, ma quando”: alla scoperta del realistico ottimismo offerto dalle nuove cure.
Recensione a cura di Laura Allevi
Maurizio Scaltriti è Vicepresidente della Medicina Traslazionale per la Ricerca e Sviluppo in Oncologia presso AstraZeneca. Riconosciuto a livello internazionale come esperto di terapie a bersaglio molecolare e di scienza traslazionale, il suo lavoro si concentra sul colmare il divario tra la clinica e il laboratorio. Conta oltre 150 pubblicazioni peer-reviewed, più di 20.000 citazioni e un H-index di 69. (leggi la bio completa)


