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    Un riflesso che persiste

    Lo Specchio Americano. Lo sguardo della Cina sugli Stati Uniti.
    Di Simone Pieranni (Mondadori, 2026)

    Lo Scaffale
    24 aprile 2026 | di Luciano Campisi

    C’era un periodo in cui in Cina i matrimoni si tenevano al KFC o al McDonald’s. Un fatto buffo, a pensarci, che noi reputeremmo di dubbio gusto. Peraltro, cosa sono questi due fast-food se non una qual sorta d’ambasciata della cultura americana in giro per il mondo? Simone Pieranni, nel suo ultimo libro, pubblicato il 7 aprile 2026 per Mondadori, sottolinea che questo è il punto: non è tanto l’hamburger (che i cinesi, oltretutto, reputano insapore, probabilmente anche difficile da deglutire), ma è il gesto. Mangiare quella carne, in quel luogo, è un atto rivoluzionario, un sospiro di sollievo, l’equivalente simbolico di prendere un aereo e imbarcarsi per New York o Los Angeles (o per le poche altre città americane che un cinese qualunque dell’epoca avrebbe saputo elencare). Ordinare un pezzo di pollo e le patatine fritte, accompagnandoli con una coca-cola che al gusto ricorda uno sciroppo per la tosse, pagando un prezzo eccessivo di quindici yuan che rappresentavano, nel 1987, circa un terzo dello stipendio del cinese medio, è un atto rivoluzionario: i cinesi, al tempo, si riprendevano dal caos della Rivoluzione Culturale e dallo shock delle Riforme e Aperture (改命开放) volute da Deng Xiaoping e addentare il pollo fritto del KFC, con l’aria condizionata perfettamente regolata e il pavimento limpido sotto ai piedi, equivale ad assaporare un pezzo di un mondo nuovo, lontano, precedentemente vituperato e poi riabilitato; un gesto che permette a centinaia di migliaia di cinesi di sognarne le libertà promesse. 

    Eppure, come Pieranni argomenta, presentare gli Stati Uniti d’America come polo a cui tendere, come elemento d’invidia sterile e immobile, sarebbe una semplificazione eccessiva. Benché in Cina, soprattutto tra coloro che avevano studiato all’estero, vi fosse quest’idea idilliaca di America, è bene precisare che non tutti i cinesi erano interessati al sistema statunitense in toto. In Cina, tra gli anni ‘90 e duemila, si diffonde un detto: “Se ami qualcuno mandalo a New York, perché lì è il paradiso. Se odi qualcuno mandalo a New York, perché lì è l’inferno”; la frase in questione è ripresa da una serie tv, Un Pechinese a New York (北京人在纽约). La trama racconta la parabola di questo protagonista, un migrante come altri, che si trasferisce a New York con il sogno americano in tasca. Il sogno si realizza, ma il prezzo è alto: la sua umanità si perde nel capitalismo sfrenato americano, pagando pegno per la ricchezza materiale ottenuta. È una prima frattura della società cinese con il capitalismo, allargata considerevolmente da altri eventi: il bombardamento dell’Ambasciata cinese in Serbia, la pubblicazione di libri come America against America e la narrazione ufficiale del partito, sino alle misure di contenimento economico degli ultimi anni. La Cina ha vissuto un disinnamoramento nei confronti degli Stati Uniti. Inizia a capirne il funzionamento, ne importa le tecniche, ma non ha interesse ad adottarne il sistema; la democrazia liberale, la costituzione, i contrappesi istituzionali: tutto perde fascino sino a scoprirsi, già prima di Xi Jinping, abbastanza maturi da avere un sogno proprio, quello cinese, quello che porterà, per usare le parole del partito, al ringiovanimento della nazione cinese. 

    Negli ultimi anni, questo nuovo sentimento politico ha trovato delle voci, accademiche e politiche. Tra quelle più influenti citate da Pieranni c’è Yan Xuetong, che ha rilanciato una nozione antica e moderna assieme, la wángdào (王道), traducibile come “via del sovrano benevolo” e conosciuta in occidente come “autorità umana”. 

    L’idea è ambiziosa: una grande potenza non dovrebbe imporsi per coercizione, ma attrarre attraverso la qualità morale della propria leadership. E in questi giorni di guerra statunitense in Medio Oriente, il non agire cinese sembra rientrare in questa definizione. Leggendo queste pagine, ho avuto modo di ripensare a Confucio e al suo sovrano ideale, quello virtuoso, dotato di benevolenza (in cinese rén 仁). Per il filosofo, colui che possedeva il mandato celeste doveva essere in grado di onorarlo, preferendo la virtù alla forza bruta e rispondendo a chi è governato, senza tuttavia dominarlo. 

    È un concetto, questo, che costruisce le fondamenta ideologiche del sistema meritocratico cinese (basti pensare, ad esempio, agli esami imperiali e al sistema di centralismo democratico interno al partito comunista oggi e nazionalista ieri), ma che non concede spazio alla democrazia di stampo liberale. Qui il parallelismo con gli Stati Uniti è inevitabile. La crisi della credibilità americana ha contribuito a incrinare quello specchio di cui parla Pieranni. Ma ciò non implica automaticamente che la Cina sia in grado di sostituirlo con un modello alternativo, sebbene molti siano inclini a pensare che gli USA abbiano effettivamente perduto il mandato celeste. Piuttosto, suggerisce la formazione di un vuoto da riempire.

    Lo Specchio Americano. Lo Sguardo della Cina sugli Stati Uniti è un libro che, usando una formula parecchio in voga nei nostri social, potremmo definire “breve ma intenso”, che raccoglie, in 192 pagine, oltre i quindici anni di esperienza diretta e di studio di Simone Pieranni, giornalista per Chora News e tra i sinologi più rilevanti in Italia. È un libro che riguarda anche chi non è né americano né cinese. Non perché offra risposte ma perché costringe a riformulare le domande. Cosa significa oggi “modernità”? Chi ne definisce i parametri? E soprattutto: è ancora possibile pensare al potere internazionale in termini che non siano puramente competitivi?

    Pieranni non indulge in conclusioni facili. La sua tesi, se c’è, è implicita: le grandi potenze non smettono mai davvero di guardarsi. Anche quando dichiarano di volerlo fare. Forse è questo il residuo più realistico di quella benevolenza confuciana evocata da Yan Xuetong: non una virtù politica compiuta, ma una forma minima di riconoscimento reciproco. Non abbastanza per evitare il conflitto, ma sufficiente, forse, per impedire a entrambi di diventare vicendevolmente incomprensibili. E in un’epoca in cui l’incomprensione è spesso più pericolosa dell’ostilità, non è poco.

    Lo specchio americano
    di Simone Pieranni

    Aprile 2026
    Editore: Mondadori

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