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    Ucraina, lingua e memoria: dentro una cultura sotto attacco

    Intervista a Yaryna Grusha: dalla memoria familiare alla resistenza culturale, mentre la Russia tenta di riscrivere l’identità ucraina

    In copertina: Kyiv, foto di Nadin Nandin / Pexels
    Le intervisteCultura
    22 aprile 2026 | di La redazione

    La sostituzione delle culture di sostrato è un'operazione di revisionismo che avviene spesso ad opera dei domini di stampo imperialista a discapito delle popolazioni sottomesse. Questo è quanto è accaduto per secoli all'Ucraina.

    Dopo una faticosa stagione di ripresa, durante la quale il popolo ucraino ha cercato di rivitalizzare le proprie arti e le proprie tradizioni facendole riemergere dal palinsesto dell'occupazione sovietica e prima ancora zarista, Kyiv si trova di nuovo a dover difendere la propria identità dall'invasione russa del 2022.

    Di questi temi abbiamo parlato con Yaryna Grusha, docente di Lingua e Letteratura ucraina presso l'Università Statale di Milano, che ha recentemente pubblicato "L'album blu", toccante autobiografia che attraverso la storia personale traccia le vicende dell'intero popolo ucraino.

    1. Dottoressa Grusha, ci può parlare della genesi della sua opera, della spinta che l'ha portata a scrivere il suo libro “L’album blu” ?

    La letteratura è sempre stata presente nella mia vita in un modo o nell’altro: le traduzioni, la scrittura degli articoli, le recensioni. Dopo essermi immersa completamente nel 2022 nella difesa della causa ucraina in Italia, sono cominciate ad accumularsi le domande da parte del pubblico italiano e di quello europeo a cui volevo dare le risposte nella forma di un romanzo piuttosto che un saggio. Pensando alla storia della mia famiglia avevo capito che quella è la storia di tante famiglie ucraine e poteva aiutare a capire meglio la resistenza ucraina. Poteva spiegare le ragioni di chi oggi ha deciso di difendere le proprie terre da un’invasione barbarica.

    2. Vorrei porre adesso una domanda semplice solo in apparenza concentrandomi sull'aspetto della specificità culturale come strumento di autodeterminazione: quando parliamo di cultura ucraina e cultura russa, stiamo parlando di due mondi distinti o di qualcosa che, storicamente, ha viaggiato per intrecci?

    Stiamo parlando di due culture tra le quali una, a partire grosso modo dal 1600, era la cultura dell’impero, della nazione colonizzatore e l’altra era la cultura di un popolo colonizzato, sottomesso e soggiogato. Naturalmente, come accade in quei casi, le due culture hanno subito penetrazioni reciproche, anche se la cultura russa non ammetterebbe le penetrazioni e le influenze come tali. Agisce per il tramite di appropriazioni delle altre culture colonizzate, della cancellazione delle culture autoctone che risultano diverse dalla sua,  come quella ucraina e non solo ucraina. Dopo il 1991, dopo la caduta dell’URSS, che era non altro che la continuazione dell’idea imperiale russa, l’Ucraina ha fatto molta fatica a ritrovare la propria faccia e la propria identità, nascosta sotto le falde della presenza sovietica.      

    3. Che ruolo ha la lingua in questo intreccio? È davvero un confine o piuttosto uno spazio di passaggio?

    La lingua ucraina è uno spazio identitario molto importante, che ricollega le nuove generazioni degli ucraini a quelle vecchie, che hanno pagato caro il parlare l’ucraino nel passato. La lingua è la casa, un rifugio interno e oggi per gli ucraini è diventata anche una questione di sicurezza, un codice che aiuta a distinguere chi è chi. Dopo secoli di cancellazione e di umiliazione linguistica, la lingua ucraina si sente di riprendere i propri spazi. 

    4. Perché la Russia ed i suoi megafoni della propaganda cercano così visceralmente di riscrivere, cancellare ed appropriarsi di ogni aspetto della cultura ucraina?

    Forse perché è l’indole delle culture imperiali: essere forti e grandi a discapito di qualcuno più debole e più piccolo. Solo umiliare, cancellare, uccidere potrebbe garantire la sopravvivenza alla propria cultura. Forse perché la cultura ucraina contiene troppi marcatori diversi da quelli russi. La politica imperiale russa e la politica sovietica cancellavano tutto ciò che era diverso. Tutto doveva essere sovietico, tutto doveva essere uguale e russo. Sono gli stessi approcci che oggi la Russia applica nei confronti non solo degli ucraini, ma delle altre nazioni che fanno parte della Federazione russa. La Russia non ha fatto nessun grande passo dal 1991. Ha ereditato tutto il lascito sovietico ed imperiale, bloccato nel passato, mentre tutto il mondo sta andando avanti.       

    5. Perché la dimensione culturale è così importante nell’invasione russa all’Ucraina?

    La cultura per la Russia è stata sempre un campo di battaglia anche in tempo di pace. La Russia ha strumentalizzato la sua cultura, l’ha resa un’arma che uccide. Appena la Mariupol ucraina è caduta sotto occupazione, la Russia ha cancellato tutto ciò che era ucraino in città, ha coperto tutte le insegne e tutte le bandiere ucraine. A questa cancellazione culturale, dove un nuovo monumento a qualche scrittore russo nella città occupata dell’Ucraina diventa apertamente un’arma di cancellazione culturale, si può rispondere solo con la cultura ucraina che si rafforza sui territori liberi ucraini. La cultura è come noi ci relazioniamo con il mondo, evidentemente la Russia si relaziona con il mondo uccidendo altre culture. 


    Identità e sfumature

    6. Nel suo libro ha messo in evidenza la conservazione nascosta delle tradizioni durante il periodo di repressione sovietica. Come esperta di lingua e letteratura, ci può dire che ruolo ha l’oralità intima, familiare nel tramandare la memoria, in un mondo che fa della testimonianza condivisa la sua cifra comunicativa?

    Solo grazie all’oralità intima, ai ricordi tramandati in famiglia, alle storie raccontare come segreti e nascoste fino al 1991, hanno potuto sopravvivere certe pagine tragiche della storia e della cultura ucraina. Nel 1932 e nel 1933 quando il partito comunista sovietico ha organizzato la carestia artificiale, facendo morire come minimo 4 milioni di contadini ucraini, i giornali sovietici scrivevano che tutto andava bene. E se non ci fossero state le memorie personali, i diari nascosti, le testimonianze tramandate, avremmo conosciuto solo la storia scritta sui giornali sovietici, quella di come è stato ricco il raccolto del 1932 e 1933. Di questi esempi ce ne sono tanti e dobbiamo essere profondamente riconoscenti verso chi non ha avuto paura di parlare e farci conoscere la verità oggi.


    Memoria e storia

    7. Guardando al passato, quanto ha inciso la storia imperiale russa nel definire — o nel limitare — l’espressione della cultura ucraina?

    La cultura ucraina non ha mai avuto il suo sviluppo naturale. La sua storia è sempre stata una storia di sopravvivenza e di resistenza. Dobbiamo anche renderci conto che tanti ucraini hanno collaborato con gli imperialisti russi, o quelli sovietici, per questione di sopravvivenza o per opportunità. Del resto in un'occupazione c’è sempre spazio per il collaborazionismo. Nell'Impero russo la lingua ucraina e tutto ciò che veniva scritto e professato in ucraino, è finito sotto il peso di 134 leggi di divieto. Coloro che non erano d’accordo finivano nelle carceri e a scontare la pena nell’esercito imperiale agli estremi dell’impero. Nell’Unione sovietica degli anni trenta la cancellazione della cultura ucraina consisteva nella cancellazione fisica degli artisti, nel dopoguerra gli strumenti di russificazione sono stati più soffisticati, ma non mancavano gli arresti e le pene scontate nei lager. Tutto questo ha plasmato la cultura ucraina, ostacolando e condizionando il suo sviluppo. Tante opere - manoscritti, quadri, sculture - sono state distrutte. Tanti autori non potevano creare l’arte che volevano creare, morendo dentro. Tutto ciò ha lasciato un segno indelebile. Oggi assistiamo alla nuova fase della cancellazione della cultura ucraina.

    8. Quali sono stati i principali momenti storici in cui la cultura ucraina ha rischiato di scomparire o di essere assorbita?

    Negli Anni 30 del Novecento, quando i sovietici hanno arrestato e poi ucciso la stragrande maggioranza degli artisti ucraini. Dopo un breve periodo concesso alle culture autoctone all’interno dell’URSS e con l’arrivo di Stalin tutto ciò che era ucraino è stato preso di mira. Tutto ciò che era ucraino è sopravvissuto grazie all’impegno di persone che hanno fatto arrivare, anche fino ai giorni nostri, i circoli clandestini della cultura ucraina.  

     

    Narrazione e potere

    9. La Russia insiste molto sull’idea di un’unica storia condivisa. È una narrazione nuova o qualcosa che ha radici più profonde?

    La storia dei popoli fratelli nasce nel 1600 e ahimè con l’aiuto delle élite ucraine che, dopo la disfatta del Cosaccato, emigrarono in Moscovia, presto diventata l’Impero russo. Era un costrutto che si basava sugli sporadici punti condivisi nella storia passata. Un costrutto al quale piace molto tornare anche oggi. Ma la storia della coesitenza ucraina e russa dopo il 1600 conferma ben altro che un concetto di fratellanza. Lanciando un’invasione barbarica che cancella gli ucraini, ma anche i tatari di Crimea, come popolo ancora nel 2014, i russi non fanno altro che smentire le loro stesse teorie.    

     

    Guerra e patrimonio

    10. Negli ultimi anni si è parlato molto di distruzioni e saccheggi del patrimonio artistico ucraino: riguarda solo il patrimonio materiale o anche il modo in cui un paese racconta sé stesso?

    Con le bombe la Russia distrugge il patrimonio materiale: i musei, le scuole, le biblioteche, i monumenti, le terre, il paesaggio. Nelle città occupate viene cancellato tutto ciò che è ucraino. I maschi vengono arruolati per combattere contro gli ucraini, gli attivisti filoucraini finiscono nelle carceri o vengono uccisi. I bambini ucraini vengono rapiti e rieducati secondo le leggi russe, facendo loro dimenticare la loro identità ucraina. Nei territori occupati vengono spenti i segnali della TV ucraina, comunicare con il mondo esterno diventa una sfida. Siamo tornati ai tempi sovietici quando il partito entrava nel tuo letto, nel tuo piatto e nella tua testa.

    12. Ci sono luoghi, opere o episodi che, più di altri, le sembrano raccontare questa perdita?

    Vorrei citare i numeri, che sono più eloquenti: 1600 siti culturali danneggiati. 2400 edifici culturali: biblioteche, musei, case di cultura. Saccheggiati i musei di Kherson e di Mariupol. 346 artisti e giornalisti ucraini uccisi. Sono danni irreparabili. Sono testi non scritti, film non girati, foto non scattate, quadri non dipinti. Il Museo del filosofo Skovoroda nel villaggio di Skovorodynivka raso al suolo da un missile con gli artefatti del 1700 andati persi per sempre. Tanti artefatti ormai sono solo la memoria.     

     

    Chiusura

    13. Nel raccontare questa guerra, c’è il rischio di semplificare troppo — anche da parte nostra — contrapponendo due culture in modo netto?

    La guerra è sempre lo spazio del bianco e nero, siamo ancora troppo coinvolti per parlare dell’arrivo delle sfumature grigie. Per ora esiste il bene e il male, è una lotta netta. In Ucraina si comincia a parlare del beneficio del dubbio e della presenza delle sfumature grigie che gli ucraini devono cominciare a permettersi. Siamo del resto un paese democratico e non autoritario. Ma dobbiamo rimanere vigili. Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, l’URSS ha riscritto la storia, perché i vincitori non vengono giudicati e i vincitori sono quelli che scrivono la storia. Così l’URSS non ha mai pagato né per i crimini commessi negli anni Trenta né per la deportazione dei tatari di Crimea nel 1944. Dobbiamo rimanere vigili affinché non accada di nuovo, rischiamo di perderci troppo dietro i nostri dubbi davanti a quelli che non hanno nessun dubbio nel cancellare noi, ucraini, e non solo noi ucraini.  

    14. Se dovesse spiegare a chi legge o ha intenzione di accostarsi alle sue testimonianze perché oggi la cultura ucraina va difesa, da dove partirebbe?

    Partirei dalla semplice idea che nessuna persona deve essere uccisa perché parla una determinata lingua, perché ha scritto nel passaporto nella casella “nazionalità” una determinata nazione, perché prega il proprio Dio. Gli ucraini vivevano in pace nelle loro case, nelle loro terre, scegliendo semplicemente di essere ciò che ognuno voleva essere. Oggi gli ucraini rischiano di svanire come popolo. Permettere che ciò accada significa mettere a repentaglio l’intero continente europeo. Normalizzare i crimini russi equivale ad aprire la porta dell’Europa all’impunità e al nuovo mondo dove nessuno potrebbe essere al sicuro.

     

    L’album blu
    di Yaryna Grusha

    Febbraio 2026
    Editore: Bompiani

    Yaryna Grusha (1986) è una studiosa, traduttrice e curatrice ucraina. 

    Nata a Yampil, nella regione di Vinnytsia, ha sviluppato fin da giovane un forte legame con l’Italia grazie al progetto “Bambini di Chornobyl”. Si è laureata in Italianistica con una tesi dedicata a Umberto Eco.

    Dopo aver lavorato nel settore culturale ucraino tra cinema, televisione e letteratura, dal 2015 vive a Milano, dove insegna Lingua e Letteratura ucraina presso l’Università Statale. È curatrice e traduttrice di numerose opere della letteratura ucraina, classica e contemporanea, contribuendo alla loro diffusione in Italia.

    Tra i suoi lavori più recenti figurano diverse pubblicazioni editoriali e la cura del diario della scrittrice Victoria Amelina, pubblicato in più paesi. È membro dell’Associazione Italiana di Studi Ucraini (AISU) e del direttivo del PEN Ukraine.

    Foto di Valerio Pagni 

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