Il 2024 è stato l’anno del Drago: ricorrenza parecchio attesa dai più attenti all’astrologia tradizionale. Il Drago è infatti uno degli animali totem più apprezzati nella cultura cinese, e per molti genitori è importante che i figli nascano nell’anno giusto.
In vista della ricorrenza, anche altrove, in America e in Europa, si è tornati a parlare del Drago cinese: del suo significato semantico, dell’importanza dell’animale per lo Stato cinese.
Shi Aidong, in un articolo su East is Read (una nota pubblicazione su Substack), ha argomentato che la discussione risale addirittura al 2006 ed ha radici ben più antiche, che s’intrecciano col colonialismo europeo e il razzismo degli anni ‘30 e ‘40.
La questione è questa: in Europa abbiamo a lungo inquadrato il drago come un animale leggendario dai connotati malvagi; il drago europeo sputa fuoco, è associato al concetto di mostruosità ed è, in ultima analisi, “cattivo”. In Cina, invece, il Drago è associato all’acqua, al vigore, all’abbondanza: concetti, si potrebbe dire, agli antipodi rispetto a quelli europei.
Nel dicembre del 2006 Wu Youfu, segretario del comitato di partito alla Shanghai International Studies University, lancia un progetto finanziato dall’ufficio di pianificazione filosofica e delle scienze sociali di Shanghai: si chiama “Plasmare l’immagine nazionale della Cina”. Nella conferenza stampa di presentazione, Wu indica subito il nodo del problema: la parola inglese dragon evoca, in Occidente, una belva prepotente e aggressiva, un’associazione ingiusta e disequilibrata per chi non conosce a fondo storia e cultura cinesi.
Nello stesso periodo Huang Ji, docente alla School of Communication della East China Normal University, insiste online per un “giusto riconoscimento del drago”, proponendo di sostituire la traduzione dragon con la traslitterazione loong: la considera l’unico argine contro il fraintendimento della bestia leggendaria cinese.
La proposta accende la rete, tra sostenitori e detrattori. Il dibattito prosegue fino all’ottobre del 2007, quando un gruppo di “draghisti” si riunisce a Lanzhou per un seminario sulla cultura del drago e firma la Dichiarazione del Primo Forum sulla Cultura del Drago Cinese: il drago cinese e quello occidentale, sostiene il testo, appartengono a due mondi separati, l’uno simbolo di giustizia e buona sorte, l’altro di male e sciagura. Da lì l’indicazione: tradurre il drago cinese con loong, per marcare una distanza che in inglese, fino a quel momento, era rimasta piuttosto in penombra.
Secondo Shi Aidong, tuttavia, questo genere di esercizio rimane poco fruttifero. È vero che in Occidente, soprattutto durante le Guerre dell’Oppio, la figura del drago intesa per com’è intesa in Europa era stata soprattutto funzionale alla propaganda anti-cinese e all’imposizione degli innumerevoli trattati ineguali; d’altro canto, però, Shi osserva che il significato di un’immagine è per così dire volubile e che già in alcuni contesti antifascisti, durante la Seconda Guerra Mondiale, il Drago assumeva connotati positivi, contrapposti al militarismo giapponese.
Persino Matteo Ricci, il primissimo tra i sinologi europei, un uomo che si era spogliato delle sue vesti di missionario per abbracciare quelle da studioso confuciano, traduceva la parola 龍 con “drago”, pur cosciente delle differenze tra le due concezioni.
A questo punto, però, chiarita la natura del simbolo, è interessante chiederci quali siano le origini dello stesso.
Dall’impero alla Nazione
La prima testimonianza arrivataci è datata 5000 a.C. e si trova, sotto forma di mosaico, su una tomba a Puyang, nella provincia dello Henan. Pare, dunque, che la cultura Yangshao (una civiltà di età neolitica che abitava la Pianura Centrale 中原) non solo avesse una precisa nozione dell’animale mitologico, ma che lo venerasse persino. Le ossa oracolari, jiaguwen 甲骨文, facendo menzione dei serpenti (she 蛇), vi si appellano col nome di “piccoli draghi”, sfatando l’idea che il drago debba le sue origini al serpente. Invece, secondo Wang Dayou[1], il drago è ispirato dall’alligatore, animale totem delle famiglie nobili della preistoria cinese.
Il drago, quindi, è un animale legato a doppio filo con la nobiltà, sebbene l’esclusività sullo stesso non sia stata immediata. È vero che l’imperatore era sia “Figlio del Cielo” che “Il Vero Drago”, così com’è vero che Liu Bang, fondatore della dinastia Han, venne alla luce a seguito di un sogno premonitore della madre, visitata da un drago nel sonno; ciononostante, bisogna attendere la dinastia Yuan (1271-1368) prima che il legame venisse reso esclusivo della famiglia regale. I Qing in particolare, che erano mancesi, si appropriarono dell’animale totem, al punto da inserirlo nella prima bandiera cinese: un drago su sfondo giallo[2].
In questa fase il drago è un simbolo soprattutto imperiale, che non rappresenta la stragrande maggioranza delle persone (sebbene fosse molto ben considerato dagli intellettuali che, durante la Repubblica di Cina prima e la Repubblica Popolare dopo, andarono alla ricerca di un animale simbolo: il drago si contese il posto con la gru e la tigre, la fenice e il qilin 麒麟).
Già durante l’Ottocento, però, l’animale godeva di una grossa fama; parecchi cinesi credevano che fosse un animale ormai estinto o addirittura ancora esistente e il carattere 龍 (long) era già un suffisso topografico (si pensi alla provincia dell’Heilongjiang, che trae il suo nome dal fiume omonimo, traducibile in “Fiume del Drago Nero”).
Il moto di identificazione di massa esplose durante il Novecento a causa di una canzone taiwanese, I discendenti del drago 龍的傳人.
Subito dopo la costituzione della RPC nel 1949, la classe dirigente del KMT si rifugiò a Taiwan, dando vita alla Repubblica di Cina, riconosciuta fino al 1971 dall’ONU come unica, vera Cina. Questo diede modo a molti cinesi della Mainland di emigrare a Taiwan, alimentando, però, una tensione già esistente tra taiwanesi originari e immigrati; la tensione finì col generare una vera e propria spaccatura e, infine, una crisi d’identità. Molti nuovi taiwanesi erano profondamente legati alla loro identità di cinesi (così come lo erano molti immigrati di origine cinese negli USA e nel Sud-Est asiatico) e rifiutavano l’idea che ci fosse una reale distinzione tra loro e i parenti rimasti sotto il regime comunista.
Lo studente Hou Dejian compose la canzone “Discendenti del drago” nel 1978, in un contesto di proteste post-disallineamento con gli USA, che decisero in quell’anno di rompere le relazioni diplomatiche ufficiali con la ROC. La canzone ebbe un grosso impatto sulla società taiwanese, i cui nuovi nati non avevano mai visitato la mainland, ma sentivano forte un qual certo senso di appartenenza; le figure fortemente evocative dei Fiumi Giallo e Azzurro, ad esempio, finirono per smuovere non solo gli animi degli studenti taiwanesi, ma anche i cuori vagabondi dei cinesi d’oltremare (e persino quelli dei cinesi della RPC!). La canzone, infatti, richiama a dei sentimenti “universalmente cinesi”, facendo vibrare le corde dell’anima di chiunque senta di possedere del sangue Han in corpo.
La canzone finì col divenire una hit anche nella Repubblica Popolare. Fu suonata nel programma ufficiale del Capodanno cinese del 1988 e in occasione delle proteste del 1989; fu persino utilizzata dal Partito nel 1992 in occasione del 14esimo Congresso Nazionale.
Il termine Loong oggi
Nel 2024 Xinhua, CCTV e CGTN smettono di scrivere dragon nello stesso momento, quasi per un accordo tacito mai dichiarato, e raccontano al mondo un animale che incarna forza, buon auspicio e capacità fuori dal comune, custode dello “spirito innovativo, inclusivo, coeso e combattivo della nazione cinese”. A Hong Kong il capo dell’esecutivo John Lee apre la sfilata di Capodanno con una frase dal gusto quasi pedagogico, pronunciata davanti alle telecamere: “Siamo tutti qui per accogliere l’Anno del Loong”. Aggiunge subito, per i telespettatori e non solo, che nella cultura cinese il loong simboleggia nobiltà, fortuna e vitalità; un tentativo, insomma, di donare alla parola una nuova sfumatura di significato che si presuppone essere quella ufficiale.
Tra gli utenti online la situazione si complica: a Hong Kong c’è chi liquida loong come una parola che in cantonese suona come “bruciato”, e in inglese come un prestito da restituire (loan ndr): un pessimo auspicio travestito da orgoglio. Sul continente ci si divide tra chi difende la scelta come fierezza culturale e chi la deride come nazionalismo un po’ provinciale, notando persino che loong, con due o, tradisce la stessa pinyin ufficiale, che vorrebbe long. Lo storico honkonghese Hans Yeung la legge come un tentativo di riprendersi il diritto di raccontare la propria cultura al mondo; Chip Tsao (intervistato da Radio Free Asia) è più tagliente, e ci vede piuttosto un’insicurezza travestita da orgoglio, ricordando che il drago cinese, nella propria tradizione, non è mai stato solo benevolo: il drago ancestrale per eccellenza resta Qin Shi Huang, primo imperatore e tiranno per definizione. Non manca chi, dall’altro fronte, sceglie di restare fedele a dragon proprio in nome della fiducia culturale. In sintesi: se la parola inglese ha già assorbito significati cinesi, sostituirla sarebbe un passo indietro, non uno avanti.
Allo stesso modo, c’è anche chi fa notare che il gesto è meno originale di quanto sembri: nel Sud-Est asiatico la stessa creatura ha sempre avuto nomi propri, in lingua: naga in Indonesia, rong in Vietnam, yong in Corea. E il Galles porta da secoli un drago rosso su una bandiera che non ha mai simboleggiato altro che coraggio, smentendo in parte l’idea che il drago sia associato, in Occidente, sempre e soltanto al male (tesi già corroborata da Shi Aidong).
In Cina, il drago era già stato bandito: Mao lo tolse di mezzo e al suo posto mise la falce, il martello, le cinque stelle, e per trent’anni il totem imperiale visse fuori dal linguaggio ufficiale del potere. A riportarlo in vita fu, per primo, un ragazzo di Taiwan con una chitarra e una canzone sui fiumi Giallo e Azzurro; a issarlo a simbolo di Stato, molti anni dopo, fu la fiducia culturale rivendicata da Xi Jinping. Il loong che oggi saluta il mondo dai microfoni di Hong Kong ha già avuto, in appena un secolo, tre vite: quella dell’imperatore, quella della clandestinità, quella della nazione intera.
Chi sceglie il nome di una creatura crede di sceglierne anche il destino. Il drago cinese è stato insegna imperiale, poi editto proibito, poi canzone di un ragazzo in esilio, poi emblema di un miliardo e mezzo di persone, e oggi ancora una parola da spiegare in inglese a chi, in coda alla sfilata di Hong Kong, si chiede perché nessuno dica più semplicemente dragon. Difficile dire, con tutta questa storia alle spalle, chi davvero lo possieda.


