In copertina: Il presidente russo Vladimir Putin al seggio elettorale n. 2151 mentre vota per le elezioni della Duma di Stato. Autore: Kremlin.ru, CC BY 4.0, Wikimedia Commons
Attualità
17 settembre 2026 | di Daniele Reggiardo

 

Tra il 18 e il 20 settembre 2026 la Federazione russa tornerà alle urne per rinnovare la Camera bassa del Parlamento, la Duma. La domanda che molti commentatori politici si porranno sarà: perché uno Stato che non è né libero né democratico decide di indire delle elezioni? In questo testo presento ciò che la letteratura politologica ha da dire in merito.

Le elezioni sono procedure attraverso le quali si scelgono una o più persone per una o più cariche mediante una votazione” (Enciclopedia Treccani online).

Le elezioni sono universalmente considerate il simbolo e la caratteristica fondante delle (liberal)democrazie contemporanee. Tuttavia, quasi tutti gli Stati del mondo, inclusi quelli con regimi fortemente non-democratici (tra cui la Russia nel 2024 e la Bielorussia nel 2025, ma anche l’Unione sovietica), hanno avuto una qualche esperienza con le elezioni. In effetti, tra il 1946 e il 2000, circa la metà delle elezioni parlamentari e presidenziali globali si è tenuta proprio in contesti dittatoriali[1] e soltanto in cinque paesi (Brunei, Cina, Eritrea, Qatar e Arabia Saudita) non si sono mai svolte elezioni nel periodo post-bellico[2]. Si potrebbe allora pensare che il voto in una dittatura sia solo una “farsa” teatrale priva di conseguenze politiche, dato che l’esito è spesso scontato a favore del partito di governo[3]. In realtà, l’evidenza empirica e gli studi politologici dimostrano che queste elezioni sono veri e propri strumenti estremamente utili e calcolati per stabilizzare e prolungare la vita della classe dirigente in carica: i dittatori che indicono elezioni, infatti, tendono a rimanere al potere molto più a lungo di quelli che non lo fanno[4].

Il presidente russo Vladimir Putin al seggio elettorale n. 2151 mentre vota per le elezioni della Duma di Stato. Autore: Kremlin.ru, CC BY 4.0, Wikimedia Commons

È diffuso il pensiero secondo il quale la classe dirigente al potere mantenga il controllo delle masse tramite il solo utilizzo delle risorse di violenza (la repressione – le armi, il carcere, ecc.), ma non è del tutto vero. Infatti, delegare ad altri attori l’uso della forza può essere controproducente:

Fornendo all’esercito le risorse per riuscire a reprimere la popolazione, il dittatore [...] attribuisce alle forze armate gli strumenti per agire [...] anche contro di lui. Se il dittatore per rimanere al potere deve appoggiarsi all’esercito, quest’ultimo può far leva su questa situazione per richiedere concessioni politiche e altre rendite. [...] I dittatori si trovano di fronte a un dilemma. Possono mantenere l’esercito debole, correndo così il rischio di essere rovesciati in una rivoluzione [...], oppure possono mantenere l’esercito forte ed essere esposti alle minacce dei corpi armati[5].

Possiamo ora individuare cinque motivi per cui un dittatore sceglie le elezioni come strumento per rimanere al potere.

1° motivo: una maschera per il palcoscenico internazionale 

Molti regimi non-democratici scelgono di chiamare i cittadini alle urne per rispondere alle forti pressioni internazionali, in particolare da parte di potenze come gli Stati Uniti o da parte di istituzioni finanziarie come il Fondo monetario internazionale[6]. Quindi, organizzare consultazioni elettorali rappresenterebbe un tentativo strategico per mantenere una parvenza di competizione democratica. Indossare questo “mantello retorico” della democrazia permetterebbe ai regimi di assicurarsi la tolleranza della Comunità internazionale e, soprattutto, di continuare a ricevere flussi di finanziamento (anche, per esempio, dall’Unione europea) essenziali per la loro sopravvivenza economica. Anche forzare un’alta affluenza alle urne, ovvero un risicato tasso di astensionismo, può servire a dimostrare all’esterno che il governo rappresenta la volontà popolare[7].

La MINUSTAH di guardia davanti al seggio presso Lycée Cité Soleil, Haiti. Foto di Ansel, Flickr, CC BY-NC-SA 2.0

2° motivo: il controllo interno e la spartizione del potere 

Lungi dall’essere inutili, le elezioni offrono un meccanismo strutturato per risolvere i conflitti interni alla stessa classe dirigente[8]. Per i leader supremi, i risultati elettorali (anche se manipolati a livello statale) offrono informazioni preziose sulle performance dei funzionari locali: permettono loro di capire chi è in grado di mobilitare le masse e chi no[9]. Inoltre, le elezioni consentono di coordinare le aspettative sulla distribuzione del clientelismo e di identificare le aree geografiche o sociali in cui si concentrano sostenitori e oppositori[10].

Le consultazioni elettorali servono anche a cooptare i gruppi di opposizione o i dissidenti all’interno di un sistema controllato per disinnescare alla radice minacce ben più gravi. L’idea (o l’illusione) di poter competere – e magari ottenere qualche piccola concessione nel futuro – incentiva gli oppositori a seguire procedure pacifiche e prestabilite, dissuadendoli dal cercare di rovesciare il potere con la violenza o con mezzi irregolari[11].

3° motivo: misurare il consenso e demoralizzare il nemico 

Le elezioni forniscono informazioni sulla forza relativa delle fazioni: il regime può così “sondare il terreno”[12]. Inoltre, assicurarsi vittorie schiaccianti (spesso attraverso la coercizione, la manipolazione del voto o il calcolo arbitrario dei risultati) ha un effetto psicologico devastante sull’opposizione. Famoso è il caso delle elezioni in Corea del Nord del 2019 che, con l’affluenza dichiarata del 99,99%, hanno permesso la “rielezione” dell’élite con 682 seggi su 687[13]. Mostrando un appoggio apparentemente plebiscitario e inattaccabile, il regime vuole scoraggiare e minare la volontà dei gruppi avversari di contestare lo status quo. Gli oppositori vengono isolati ed emarginati, non avendo modo di conoscere il reale livello di dissenso nascosto nella società[14].

4° motivo: la “valvola di sfogo” per l’insoddisfazione popolare 

Le dittature usano intelligentemente le elezioni per dare ai cittadini una possibilità molto limitata e controllata di manifestare il proprio malcontento[15]. In questo caso, forme di comportamento elettorale come l’astensionismo, le schede bianche o le schede nulle permettono agli elettori di inviare un segnale al potere. Per esempio, nell’ex-Unione sovietica l’astensione era considerata una vera e propria forma di protesta dei cittadini più istruiti, mentre nel Brasile governato dalla dittatura militare (1964-1985) il voto nullo o bianco era usato per esprimere dissenso[16]. In questo modo, lasciando che la frustrazione si sfoghi in un’urna elettorale che non cambierà gli equilibri sostanziali del potere, le non-democrazie evitano che l’insoddisfazione popolare si riversi nelle piazze o si traduca in attività ribelli ben più destabilizzanti, se non rivoluzionarie.

5° motivo: il rischio calcolato 

Indire elezioni comporta sempre un grado ineliminabile di incertezza e di rischio per la classe dirigente al potere. Esiste una vasta letteratura politologica sulla “democratizzazione tramite elezioni”: a volte, le non-democrazie perdono il controllo del processo e vengono inaspettatamente sconfitte alle urne (è il secondo modo più frequente in cui crollano i regimi, dopo i colpi di Stato)[17]. Questo è stato il caso della Polonia del 1989 in cui il regime sovietico si aprì a elezioni ‘leggermente’ più libere delle precedenti e, inaspettatamente per l’élite varsaviana, il gruppo di Lech Wałęsa ebbe la meglio.

Lech Wałęsa alle urne. Foto di Stefan Kraszewski - http://ecs.gda.pl/, CC BY-SA 4.0, Wikimedia Commons

Anche vittorie locali o inaspettatamente ristrette dell’opposizione possono indebolire le reti di clientelismo del regime e innescare massicce mobilitazioni popolari, come avvenuto con le “Rivoluzioni colorate[18]. Un caso più recente è il Myanmar: alle elezioni parlamentari del 2020 la National League for Democracy ottenne una vittoria schiacciante (396 seggi su 476), ma la giunta rispose con il colpo di Stato del 1° febbraio 2021, annullando i risultati e scatenando una guerra civile ancora in corso (nel 2026). Le urne, pensate per legittimare il regime, si sono così trasformate in un vero detonatore.

Questa complessa dinamica pone chi crede nella democrazia di fronte a un paradosso, definito il “dilemma del democratico”. Se il cittadino vota per l’opposizione in un regime autoritario, rischia di legittimare il sistema, rafforzare il dittatore e rendersi complice del regime stesso. D’altra parte, se boicotta le elezioni disertando le urne, rinuncia a sfruttare l’unico canale a basso rischio per esprimere il dissenso istituzionale, coordinarsi con altri dissidenti, e sperare in un pacifico cambio di regime[19].

Infine, la partecipazione alle elezioni, per quanto truccate o sbilanciate, ha un “valore democratico residuale”: permette cioè di tenere in vita l’abitudine alla partecipazione civica e le infrastrutture istituzionali che torneranno utili il giorno in cui, finalmente, il paese dovesse intraprendere una vera transizione democratica[20].

Elezioni in Myanmar dell'8 novembre 2020. Foto di Radio Free Asia, Flickr, CC BY-NC-ND 2.0

In conclusione, rispondere alla domanda “perché nelle non-democrazie si vota?” significa comprendere che le elezioni sono strumenti utilissimi per la sopravvivenza del leader e del suo gruppo al potere. Esse garantiscono flussi di denaro estero e una certa reputazione presso “chi conta” (che quasi sempre è il ricco Occidente), dividono l’opposizione, sfogano la pressione sociale e offrono una mappatura chiara del dissenso. D’altro canto, le urne rimangono pur sempre un cavallo di Troia. Costringendo il regime a tollerare momenti di coordinamento politico e assemblee pubbliche, le elezioni mantengono in vita il principio secondo cui, in fin dei conti, il diritto di governare dovrebbe derivare dal popolo. Un principio che, sebbene manipolato per decenni, può improvvisamente riaccendersi e ribaltare il tavolo delle dittature.

Di sicuro, affermare che “se ci sono le elezioni allora si è in una democrazia” è falso. Le elezioni sono una condizione necessaria affinché uno Stato sia democratico, ma non è sufficiente. Per avere una democrazia compiuta, altrimenti detta “poliarchia”, è necessario che queste siano anche competitive, inclusive e ricorrenti. “La competizione indica la misura in cui i cittadini sono liberi di organizzarsi in blocchi concorrenti per cercar di ottenere le politiche e i risultati che desiderano. L’inclusione ha a che fare con chi partecipa al processo democratico[21]; inoltre, le elezioni devono svolgersi regolarmente (in modo stabile e prevedibile).

  1. Clark, W. R., Golder, M., Golder, S. N. (2011). Principi di Scienza politica. McGraw-Hill, I ed., p. 336.
  2. Clark, W. R., Golder, M., Golder, S. N. (2022). Principi di Scienza politica. McGraw-Hill, II ed., p. 380. Per quanto riguarda, almeno, il livello Statale: non il livello locale.
  3. I principi di inclusività (chi può candidarsi e chi può votare) e di competitività (il grado di libertà in cui si svolge la campagna elettorale), pur variando da paese a paese, rendono quasi inevitabile la vittoria di chi è già al governo.
  4. Clark, W. R., Golder, M., Golder, S. N. (2011). Principi di Scienza politica. McGraw-Hill, I ed., p. 338.
  5. Clark, W. R., Golder, M., Golder, S. N. (2022). Principi di Scienza politica. McGraw-Hill, II ed., p. 273.
  6. Clark, W. R., Golder, M., Golder, S. N. (2011). Principi di Scienza politica. McGraw-Hill, I ed., p. 338.
  7. Isiksel, T., Pepinsky, T. B. (2026). Voting in Authoritarian Elections. In American Political Science Review 120, n. 1, pp. 21-36.
  8. Clark, W. R., Golder, M., Golder, S. N. (2011). Principi di Scienza politica. McGraw-Hill, I ed., p. 338.
  9. Clark, W. R., Golder, M., Golder, S. N. (2011). Principi di Scienza politica. McGraw-Hill, I ed., p. 338.
  10. Isiksel, T., Pepinsky, T. B. (2026). Voting in Authoritarian Elections. In American Political Science Review 120, n. 1, pp. 21-36.
  11. Clark, W. R., Golder, M., Golder, S. N. (2011). Principi di Scienza politica. McGraw-Hill, I ed., p. 338. e Isiksel, T., Pepinsky, T. B. (2026). Voting in Authoritarian Elections. In American Political Science Review 120, n. 1, pp. 21-36.
  12. Clark, W. R., Golder, M., Golder, S. N. (2011). Principi di Scienza politica. McGraw-Hill, I ed., p. 338.
  13. Elezioni a cui il leader non partecipava e in cui l’opposizione non era una vera e propria opposizione.
  14. Clark, W. R., Golder, M., Golder, S. N. (2011). Principi di Scienza politica. McGraw-Hill, I ed., p. 338.
  15. Clark, W. R., Golder, M., Golder, S. N. (2011). Principi di Scienza politica. McGraw-Hill, I ed., p. 338.
  16. Clark, W. R., Golder, M., Golder, S. N. (2011). Principi di Scienza politica. McGraw-Hill, I ed., p. 338.
  17. Isiksel, T., Pepinsky, T. B. (2026). Voting in Authoritarian Elections. In American Political Science Review 120, n. 1, pp. 21-36.
  18. Isiksel, T., Pepinsky, T. B. (2026). Voting in Authoritarian Elections. In American Political Science Review 120, n. 1, pp. 21-36.
  19. Isiksel, T., Pepinsky, T. B. (2026). Voting in Authoritarian Elections. In American Political Science Review 120, n. 1, pp. 21-36.
  20. Isiksel, T., Pepinsky, T. B. (2026). Voting in Authoritarian Elections. In American Political Science Review 120, n. 1, pp. 21-36.
  21. Clark, W. R., Golder, M., Golder, S. N. (2022). Principi di Scienza politica. McGraw-Hill, II ed., p. 101.
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