Selezionato da Alberto Casadei per la partecipazione al Premio Strega 2026, Chianafera, di Orazio Labbate, è un viaggio che non vi aspettate, a cui dovete prepararvi, e che vi stupirà. Se pensate di immergervi in una storia che si sviluppa attraverso una trama lineare, abbandonate questa aspettativa.
L'autore, avanguardista della sperimentazione stilistica, prosegue e radicalizza il proprio percorso di scavo linguistico e mitopoietico in una continua contaminazione italiano-siciliano che ci consegna un testo che si colloca deliberatamente fuori dalle geometrie del romanzo tradizionale. Non si tratta, infatti e come abbiamo detto, di una narrazione lineare, ma di un’opera che assume la forma di un’epopea interiore: un viaggio negli inferi della memoria, in cui autobiografia e allegoria si fondono in una lingua densa, ipnotica, quasi liturgica, che letterariamente digrigna i denti in un affastellamento di immagini che vanno lette, rilette, introiettate ed elaborate.
Il protagonista, alter ego di Labbate (o anche immagine triplice se vogliamo), si risveglia ferito e quasi cieco in un manicomio, privo di memoria. L’innesco narrativo è la consegna di un diario familiare, oggetto (reale, onirico?) che agisce come detonatore simbolico, un dispositivo che altera, che consuma e che restituisce deformati i ricordi. Da qui prende avvio una missione che è insieme distruzione e fondazione: “annientare” la propria genealogia per spezzare un ciclo di riti e condizionamenti, e insieme ritornare alla matrice originaria: Chianafera, luogo dell’infanzia e spazio mitico.
La Sicilia che emerge è un territorio archetipico, quasi una scenografia in bianco e nero. La critica ha sottolineato come la scrittura di Labbate costruisca un universo di macerie e visioni, una geografia interiore che ricorda tanto l’epica quanto l’onirismo novecentesco. In alcune letture giornalistiche si è parlato di “letteratura delle macerie” e di una dinamica quasi videoludica del percorso iniziatico: il protagonista attraversa prove simboliche, incontra figure-soglia (tra cui una sfinge), affronta il proprio doppio. Più che capitoli, il libro propone stazioni.
E ciò che colpisce non è tanto la trama quanto la materia verbale. La prosa procede per accumulo, reiterazione, allitterazione; sembra talvolta riferire al canto, alla materia poetica più che alla prosa. In questo senso Chianafera si colloca in una linea che privilegia la lingua come evento, come manifestazione visionaria. Il tempo narrativo si frantuma e la cronologia si dissolve; resta una sequenza di quadri che si richiamano per eco simbolica. Labbate costruisce in pratica una “autobiografia mitologica”, in cui il dato personale, i vincoli familiari, vengono trasfigurati in archetipi-àncora. La scelta è se restare o rinascere dalle loro ceneri.
Il romanzo rappresenta una sfida per il lettore e, insieme, per il sistema editoriale italiano, una sfida che vale la pena accettare, accogliere e risolvere. In un panorama spesso orientato verso la narratività piana e riconoscibile, Chianafera insiste su una dimensione sperimentale che rifiuta mediazioni. La sua forza risiede proprio nell’ostinazione stilistica: una lingua che non semplifica, che non accompagna, che non disvela.
Non è un libro che si lascia riassumere, è piuttosto un testo che chiede immersione. Piacerà a chi concepisce il romanzo come esperienza estetica e simbolica, meno a chi cerca un intreccio saldo e progressivo. Ma, nel suo radicalismo, Chianafera riafferma una possibilità alta della narrativa contemporanea: quella di trasformarsi in rito, visione, atto linguistico totale. Se deciderete di leggerlo, sarà come entrare in un quadro di Hieronymus Bosch.
Avreste la forza di guardare Medusa negli occhi senza restarne pietrificati? Se la risposta è sì, avete trovato la lettura che fa per voi.
In caso contrario, vale comunque la pena provare.


