In copertina: Ministero della Difesa, Licenza CC BY-NC-SA 4.0 DEED, Immagine rielaborata
Attualità
27 maggio 2026 | di Daniele Reggiardo


Introduzione[1]

Il 24 e 25 maggio 2026 si è votato per le elezioni amministrative. L’astensionismo, senza troppe sorprese, si è rivelato elevato più o meno in tutta la Penisola, soprattutto al Sud: l’affluenza è stata a Orsomarso 35,46%, a Tortora 21,34 e a Fiumara 36,74%; meglio a Venezia con il 55,87%, in calo del 6,47% rispetto al 2020 (62,34%). Su 100 cittadini, hanno rinunciato al voto, nella peggiore delle ipotesi, circa 89. Ma che cosa significa? Che cosa intendiamo per “astensionismo”? Quali sono i tipi, le cause e gli effetti?[2]

Per il politologo siciliano Francesco Raniolo (2024):

 “si ha astensione quando l’elettore, per ragioni intenzionali o non intenzionali, non si reca al seggio elettorale il giorno delle elezioni. A livello aggregato, quindi, il numero degli astenuti è dato dalla differenza tra la cifra degli elettori e dei votanti. Il tasso di astensionismo, invece, è dato dal rapporto tra questa differenza e il numero complessivo degli aventi diritto al voto (elettori)”.[3]

Se lo strumento del voto è considerato la forma di partecipazione politica convenzionale più nobile in una liberaldemocrazia (o poliarchia), ne consegue che l’astensione – intenzionale o non-intenzionale – si possa considerare come un indicatore di disallineamento tra la cittadinanza e il sistema di rappresentanza. Il voto costituisce infatti il cardine della legittimazione nelle liberaldemocrazie, pertanto l’astensione rappresenta la negazione funzionale di tale meccanismo, manifestandosi come un fenomeno multidimensionale. Tuttavia, i tipi di astensionismo sono diversi e le sue cause non sono necessariamente un fattore negativo; in ogni caso, questo fenomeno si colloca in un contesto di forte turbolenza e destrutturazione del mercato elettorale, nella quale non è solo la domanda di politiche a essere in crisi (cioè che cosa chiede il cittadino-elettore), ma è anche, e forse più grave, il lato dell’offerta delle politiche a esserlo (cioè chi risponde alle richieste del cittadino-elettore, ovvero élite e, soprattutto, partiti).

Tipi di astensionismo

L’astensionismo, anche chiamato “non-voto”, distingue diverse categorie fondamentali. La prima doverosa distinzione, però, è tra chi si reca alle urne ma decide, per qualche motivo che, solitamente, è la protesta, di non partecipare, optando per scheda bianca oppure scheda nulla. In questo caso, non si può parlare di astensionismo ma solo di “voto non-valido”. Alle elezioni politiche del 2022, per esempio, si stima che le schede nulle fossero l’1,8% e che le schede bianche l’1,1% (492.650) per la sola Camera dei Deputati[4]. Secondo il noto modello uscita-voce-lealtà di Hirschman (1970), allora, le schede bianche e le schede nulle (così come le forme non-convenzionali di partecipazione politica) rappresenterebbero una forma di “voce”[5]. Quindi, per quanto concerne l’astensionismo, possiamo distinguere tra (1) astensionismo apparente e (2) astensionismo reale.

(1) L’astensionismo apparente riguarda la distorsione statistica derivante dalle modalità di calcolo della base elettorale e si divide in due sottocategorie: (1.1) il ruolo dell’AIRE (Anagrafe degli italiani residenti all’estero) e (1.2) le liste non aggiornate. (1.1) L’iscrizione all’AIRE è passata da circa 2M di cittadini nel 2001 a quasi 5M nel 2021[6]: poiché la partecipazione di questi elettori è strutturalmente bassa, la loro inclusione nel calcolo dell’astensionismo abbassa fittiziamente la percentuale di affluenza. (1.2) Vi anche una quota di non-votanti ombra, cittadini deceduti non ancora cancellati dalle liste elettorali per le tempistiche burocratiche ed errori amministrativi (certificati non consegnati): si stima storicamente intorno al 3%. 

Ora, estrapolati dal calcolo tutti i cittadini che si sono astenuti a causa di impedimenti particolari che non dipendono dalla loro volontà, possiamo parlare di (2) astensionismo reale. Quest’ultimo si suddivide in astensionismo reale per impedimento o involontario (2.1) e astensionismo reale per scelta o volontario (2.2). (2.1) L’astensionismo reale involontario riguarda, da un lato, il fattore demografico e, dall’altro, i fuorisede. La classe degli ultraottantacinquenni ha un tasso di astensione del 68,5% e si stima che circa 2,8M di anziani abbiano difficoltà motorie che ostacolano l’accesso ai seggi, mentre i fuorisede sono circa 4,9M (pari al 10,5% del corpo elettorale italiano). Per chi studia o lavora in luoghi diversi dalla residenza, il voto chiede spostamenti lunghi e costosi. Si stima anche che i turisti, per esempio, siano l’1%[7]. (2.2) L’astensionismo reale per scelta, invece, consiste nel cittadino che volontariamente, per una qualche ragione, decide di non recarsi alle urne e può essere di due tipi: (2.2.1) astensionismo per apatia e (2.2.2.) astensionismo per protesta. Nel primo caso, (2.2.1) l’astensionismo reale volontario per apatia riflette un’indifferenza di fondo verso la politica, tipica del cittadino “periferico” o marginale, che è lontano dal centro della partecipazione politica. La predisposizione di questa tipologia di elettore è correlata a fattori socioeconomici e culturali, specialmente un basso reddito, una bassa istruzione e l’isolamento sociale. I dati mostrano un divario crescente (fino a 20 punti percentuali) all’affluenza tra i quintili di reddito più alti e quelli più bassi. Per dirla sempre come Hirschman (1970), l’astensionismo per apatia rappresenterebbe la scelta dell’“uscita”: l’elettore decide consapevolmente e volontariamente di uscire dal processo elettorale. Nel secondo caso, al contrario, (2.2.2) l’astensionismo reale volontario per protesta rappresenterebbe ancora una volta una scelta di uscita, ma al contrario consiste in un atto deliberato di rifiuto (un “consenso esplicitamente negato”) alla partecipazione al processo elettorale. Nasce dall’insoddisfazione, dalla rabbia e dall’ostilità verso l’offerta politica o per le istituzioni democratiche[8] e così si trasforma in un atto sanzionatorio verso il sistema politico-istituzionale.
Alle elezioni europee del 2019, per esempio, si stima che il 52,6% delle astensioni sia dovuto a motivazioni di protesta, mentre il 44,7% sia “solo” astensionismo involontario; qui si aggiunga il 23% degli indifferenti e degli indecisi[9].

Nella figura si può vedere lo schema di Raniolo (2024: 111).

  1. Per la semplicità di un testo divulgativo non considero la teoria dei giochi, il problema dell’azione collettiva e il discorso costi-benefici. Non considero neanche il fattore psicologico dell’individuo e l’influenza dei media.
  2. Le fonti del testo saranno Raniolo, F. (2024). La partecipazione politica – Fare, pensare, essere. Il Mulino, pp. 97-127De Nardis, F. (2023) Sociologia politica – Per comprendere i fenomeni contemporanei. McGraw-Hill, 2ed., pp. 306-319.
  3. Raniolo, F. (2024). La partecipazione politica – Fare, pensare, essere. Il Mulino, p. 110
  4. Raniolo, F. (2024). La partecipazione politica – Fare, pensare, essere. Il Mulino, p. 113
  5. Storicamente, in alcuni regimi non-democratici (Brasile e Unione sovietica) le schede bianche e le schede nulle furono utilizzate in modo sistematico come “voce”, ovvero come protesta pacifica e silenziosa nei confronti dell’élite al potere
  6. Raniolo, F. (2024). La partecipazione politica – Fare, pensare, essere. Il Mulino, p. 112
  7. Per “turisti” intendiamo qui tutti i cittadini italiani che sono fuori temporaneamente dall’Italia per motivi, appunto, turistici.
  8. Si pensi, per esempio, a un cittadino esplicitamente fascista o a uno anarchico che rifiuta il sistema democratico. La sua scelta di non partecipare non è dettata dal mancato interesse alla vita politica del paese, ma semplicemente dalla sua ideologia che rifiuta il sistema democratico.
  9. Raniolo, F. (2024). La partecipazione politica – Fare, pensare, essere. Il Mulino, p. 121

Cause dell’astensionismo

L’origine del fenomeno astensionistico, stando all’accurata letteratura di Raniolo, si configura come una complessa “sindrome da turbolenza”. In questa dinamica convergerebbero e si intreccerebbero variabili di natura tecnica, sociale, demografica e squisitamente politica. Così, analizzando i dati disponibili, si può strutturare il panorama del non-voto in quattro raggruppamenti principali: le criticità di ordine amministrativo, gli ostacoli di tipo logistico, la marginalizzazione di stampo socio-culturale e, infine, il dissenso politico esplicito.
Il primo ambito riguarda le cause tecnico-amministrative, spesso etichettate come astensionismo apparente – il problema dell’iscrizione all’AIRE e dei ritardi/errori amministrativi di cui prima. Di più, passando alle cause fisiche e logistiche, si parla di astensionismo involontario o necessario, che coinvolge chi vorrebbe votare ma è impossibilitato a farlo – la variabile “invecchiamento demografico”, i fuorisede e l’emergere del problema della mobilità territoriale.

Un terzo livello di analisi tocca le radici sociologiche e culturali, definibili come astensionismo da apatia. Tale fenomeno è strettamente connesso alla marginalità sociale e al divario economico; chi vive in contesti periferici o impoveriti tende a disertare le urne, e percepisce la politica come un mondo distante dalle proprie necessità primarie. In questi casi, il cittadino si sente “fuori gioco” per mancanza di strumenti conoscitivi o perché troppo assorbito dalle fatiche quotidiane. Secondo alcune analisi sondaggistiche[10] capita che alcuni (sempre troppi) cittadini non partecipino alla vita politica semplicemente perché “nessuno  ha chiesto loro di farlo” e “nessuno li ha coinvolti”. Esiste però anche un’apatia di tipo post-moderno tipica dei contesti benestanti, dove l’individuo si rifugia nella sfera privata e nell’autorealizzazione personale, considerando il sistema politico incompatibile con i propri valori individualistici. In questo caso, la società del noi diventa una società dell’io.

Infine, le motivazioni propriamente politiche danno vita all’astensionismo da protesta, una tendenza in rapida ascesa che trasforma l’assenza in un atto di aperta ostilità. Non si tratta più di un comportamento passivo, ma di una scelta deliberata per punire le élite e/o manifestare sfiducia verso le istituzioni. Questi elettori, pur essendo inseriti nel tessuto sociale, decidono di sottrarsi al mercato elettorale per sanzionare l’offerta dei partiti (in termini di condotta e/o di output politici). Questo distacco è alimentato dalla crisi dei corpi intermedi: il declino dei partiti tradizionali e delle grandi ideologie ha fatto sì che venisse meno la capacità di coinvolgere attivamente la popolazione, lasciando i cittadini senza una guida o un richiamo verso l'impegno civile.

  1. Citate in Raniolo.

Se le componenti tecnico-logistiche costituiscono un dato strutturale e permanente, l’evoluzione recente del fenomeno in Italia è mossa da una doppia spinta. Da un lato vi è l’esclusione delle classi sociali più fragili, che smettono di votare per disillusione, e dall’altro la crescita di un dissenso consapevole che utilizza l’astensione come uno strumento di pressione e protesta contro l’attuale sistema di potere. Nel primo caso, il ruolo decisivo spetta alle istituzioni per includere il maggior numero di cittadini rimuovendo gli ostacoli all’accesso alle urne; nel secondo, invece, spetta alla classe politica riguadagnarsi la fiducia di un elettorato rassegnato allo status quo.

Gli effetti dell’astensionismo

L’astensionismo non deve essere interpretato come un semplice dato numerico o un comportamento senza conseguenze, bensì come un elemento dinamico capace di alterare in modo rilevante, e spesso in senso peggiorativo, gli assetti politici. Le ricadute di tale fenomeno possono essere raggruppate in tre ambiti fondamentali: le ripercussioni sistemiche sulla gestione del potere, le alterazioni sociali della rappresentatività e le mutazioni nelle logiche della contesa politica.

Il primo punto riguarda il malfunzionamento istituzionale e la perdita di autorevolezza, definiti come effetti sistemici. La riduzione dei votanti innesca una serie di reazioni negative che colpiscono l’efficienza del sistema liberaldemocratico. In particolare, la solidità dei poteri esecutivi (governi centrali, regionali, locali) vacilla: basi elettorali sempre più esigue rendono le maggioranze instabili e facilmente influenzabili da piccoli gruppi di pressione molto determinati. Parallelamente, si indebolisce la capacità di risposta delle istituzioni, poiché una fetta consistente dei bisogni sociali non trova voce nei canali ufficiali. Infine, emerge un problema di legittimità: quando chi governa è scelto solo da una minoranza dei cittadini, la sua autorità morale e il vigore del suo mandato risultano inevitabilmente compromessi.

Un secondo aspetto è la distorsione della rappresentanza, che produce gravi effetti sociali. L’astensione non colpisce tutti i cittadini allo stesso modo, anzi, genera una sorta di “squilibrio di classe”. Si osserva infatti un divario crescente tra i diversi strati economici: chi possiede redditi elevati tende a partecipare molto di più rispetto a chi vive in condizioni di disagio, con scarti che come abbiamo già detto possono toccare i venti punti percentuali e in un paese le cui condizioni economiche non migliorano è ancora più evidente. Si innesca così un pericoloso meccanismo di esclusione: i cittadini più fragili e meno istruiti, smettendo di votare per apatia, vedono le proprie istanze ignorate dai decisori politici. Questo porta a riforme che trascurano i loro interessi, alimentando un senso di distacco ancora più profondo.

In terzo luogo, l’astensionismo genera instabilità e spinte verso la radicalizzazione attraverso i suoi effetti dinamici. La possibilità di riportare i cittadini alle urne dipende strettamente dal motivo del loro allontanamento. Se l’elettore apatico manifesta un disinteresse cronico e difficilmente reversibile, chi sceglie di non votare per protesta esprime una rabbia lucida (cioè razionale e consapevole) contro i vertici politici. Questo bacino di insoddisfazione rappresenta un terreno fertile per i movimenti populisti o radicali. Il recupero di questi elettori, infatti, non avviene solitamente a vantaggio dei partiti storici, ma premia forze anti-sistema che cavalcano il risentimento, aumentando l’imprevedibilità e la polarizzazione dello scenario politico. Infine, l’astensionismo accelera lo sgretolamento dei partiti tradizionali e favorisce la nascita di sistemi politici fluidi e destrutturati. Si scivola così verso una sorta di democrazia svuotata della sua componente popolare, dove la distanza tra chi offre politica e chi dovrebbe riceverla si fa sempre più incolmabile, portando a una frammentazione estrema del consenso.

Che cosa si può fare?

L’astensionismo, lungi dal configurarsi come un fenomeno unitario, riflette la frammentazione della società contemporanea e la crisi strutturale dei meccanismi di intermediazione politica. La transizione verso una “democrazia dell’astensione” segnala una mutazione qualitativa del rapporto tra la cittadinanza e le istituzioni. La persistenza di barriere logistiche per i non residenti e l’allontanamento volontario delle fasce socio-economiche più deboli alimentano un sistema di rappresentanza asimmetrico, nel quale il decisore politico risponde a una base elettorale sempre più ristretta e omogenea. In questo scenario, la mobilità del voto e l’astensione diventano facce della stessa medaglia: un mercato elettorale fluido e instabile in cui il legame fiduciario è sostituito da un consenso volatile o da un rifiuto esplicito. In effetti, a una maggiore percentuale di astensionismo corrisponde una maggiore vulnerabilità rispetto agli estremisti e agli indecisi; qui, la mobilità (o volatilità) del voto, renderebbe il sistema ancora più instabile. Il ripristino della funzione sistemica del voto richiede dunque un intervento su due fronti: una riforma tecnico-amministrativa che rimuova gli ostacoli all’esercizio del diritto di voto e una ricostruzione dell’offerta politica capace di ricucire il divario tra le élite e le periferie sociali. Senza un’inversione di tendenza, il rischio è il consolidamento di una democrazia puramente procedurale, priva della necessaria legittimazione sostanziale.

Per concludere, si ricorda che il non-voto (in termini di astensione, ma anche di non-partecipazione), è comunque un diritto che può essere esercitato in modo democratico.

La situazione italiana

Per approfondire nel dettaglio in quale modo lo Stato italiano inquadra e affronta il tema dell’astensionismo si consiglia il rapporto della Commissione ministeriale di esperti (2022) “Per la partecipazione dei cittadini: come ridurre l'astensionismo e agevolare il voto”.

Secondo i dati ISTAT (p. 2)[11]

  • “Degli oltre 15 milioni di cittadini di 14 anni e più che non si informano mai di politica, poco meno dei due terzi (63,0%) sono motivati dal disinteresse, più di un quinto (22,8%) dalla sfiducia nella politica. Le differenze di genere sono minime: le donne indicano un po’ più degli uomini il disinteresse (64,3 contro 61,1%) e la constatazione che si tratti di un argomento troppo complicato (9,7% contro 7,5%); gli uomini più delle donne riferiscono di non aver tempo (8,1% a fronte del 6,5%).
     
  • In 4 milioni 679mila famiglie, nessun componente ha parlato o si è informato di politica (17,6% delle famiglie residenti in Italia). Complessivamente sono circa 7 milioni e mezzo le persone di 14 anni e più che vivono in famiglie pluricomponenti in cui nessuno parla di politica, poco più di 6 milioni vivono in famiglie in cui nessuno se ne informa. In circa un terzo delle famiglie calabresi e siciliane nessun componente di 14 anni e più si informa di politica a fronte di un valore medio del 20,9% e di valori che si aggirano intorno al 14% in Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige.
     
  • Nel 2024, hanno partecipato ad un comizio o a un corteo rispettivamente il 2,5 e il 3,3% dei cittadini di 14 anni e più a fronte del 5,7 e del 6,8% del 2003. Il calo ha riguardato sia gli uomini che le donne, ma con intensità leggermente maggiore per i primi: nella partecipazione a cortei si è passati per gli uomini dall’8,2% al 3,1% e per le donne dal 5,6 al 3,4%. Ne è derivata anche in questo caso una riduzione del gap di genere e una convergenza nei comportamenti di uomini e donne.
     
  • Oltre 10 milioni e mezzo di cittadini hanno espresso opinioni su temi sociali o politici attraverso siti web o social media (es. X/Twitter, Facebook, Instagram, YouTube, ecc.): erano meno di sei milioni e mezzo nel 2014. Si tratta di una persona ogni quattro utenti di Internet, senza significative differenze di genere.
     
  • Ancora poco diffusa la partecipazione a consultazioni o votazioni online su temi sociali (civici) o politici (es. pianificazione urbana, firmare una petizione), che riguarda l’11,2% degli utenti di Internet, senza rilevanti differenze di genere.” (ISTAT, 2025: 2).
  1. Tutto il testo virgolettato è una citazione.
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