Quest’anno l’Italia ospita i XXV Giochi olimpici invernali, Milano-Cortina 2026.
Le delegazioni di tutto il mondo hanno sfilato il 6 febbraio allo stadio San Siro di Milano e uno dei momenti più significativi è stata l’ovazione di sostegno riservata alla delegazione ucraina.
I Giochi si svolgono portando con sé il loro significato originario: la competizione come incontro tra società e lo sport come spazio simbolico che, fin dall’antichità, evoca l’idea della tregua rispetto alla violenza della storia[1]. Un’idea che non descrive la realtà dei conflitti e che continua a esercitare una forte attrazione nel modo in cui lo sport viene pensato e rappresentato.
Eppure, mentre Milano e Cortina si preparano ad accogliere il mondo, lo sport europeo convive con una realtà che incrina questa narrazione. Dall’inizio dell’invasione russa, centinaia di atleti ucraini sono stati uccisi. Secondo le autorità ucraine, i dati del Comitato Olimpico Nazionale e le verifiche condotte da media internazionali come New York Times, BBC e CNN, il numero di atleti, allenatori e membri dello staff sportivo uccisi, dallo scoppio della guerra, ha superato quota 650 all’inizio del 2026.
Le cifre variano nel tempo e tra le fonti, come avviene per ogni conflitto in corso, ma la direzione è chiara e condivisa: non si tratta di casi isolati, bensì di una perdita strutturale che cresce con il protrarsi della guerra. Fermarsi però sul numero esatto delle vittime può diventare fuorviante. Le cifre cambiano, vengono aggiornate, si rincorrono, ma la costante è un'altra: la guerra ha raggiunto anche lo sport, colpendolo nello stesso modo in cui ha colpito il resto della società ucraina.
Anche le circostanze aiutano a comprendere la natura di questa guerra. Alcuni atleti hanno scelto di arruolarsi volontariamente nelle forze armate; altri sono stati uccisi dai bombardamenti mentre si trovavano nelle loro città; altri ancora sono morti durante attività civili, di soccorso o di supporto alla popolazione. In tutti i casi emerge lo stesso dato: la guerra non lascia spazi protetti e, quando una società viene trascinata in una mobilitazione prolungata, anche lo sport viene coinvolto.
A questa perdita umana si affianca un danno meno visibile, ma decisivo per il futuro dello sport ucraino. Diverse organizzazioni internazionali hanno documentato la distruzione estesa delle infrastrutture civili causata dalla guerra, che ha colpito scuole, spazi educativi e luoghi della vita sociale. All’interno di questo quadro, anche palestre, stadi e centri di allenamento sono stati danneggiati, resi inagibili o riconvertiti a funzioni di emergenza.
Non si tratta soltanto di edifici: è venuta meno la base materiale che rende possibile la pratica sportiva e la formazione delle nuove generazioni. La guerra, in questo senso, non ha interrotto solo carriere individuali, ma ha inciso sulla capacità stessa del sistema sportivo di riprodursi nel tempo.
Il risultato va oltre l’emergenza. Anche in caso di cessazione del conflitto, la ricostruzione delle attività sportive richiederà tempi lunghi. Senza luoghi, senza continuità formativa, senza allenatori e reti educative, lo sport non riparte automaticamente. Si ricostruisce, lentamente, come tutto il resto.
La perdita degli atleti assume così un significato che va oltre la dimensione individuale. Gli atleti sono capitale simbolico, figure di riferimento, rappresentanti internazionali. Quando muore un atleta olimpico o un allenatore, si interrompe una traiettoria che riguarda l’intera comunità sportiva, non solo una carriera.
Non a caso, negli ultimi anni la morte degli atleti ucraini è stata ricordata anche in contesti internazionali fortemente simbolici, come le commemorazioni a Londra o in occasione dell’apertura dei Giochi Olimpici. Come affermato durante la cerimonia ufficiale di Parliament Square:
“Every Ukrainian athlete at the Olympics represents the Ukrainian will to win, Volia. (fonte)”
Lo sport viene descritto come espressione della Volia[2], la volontà di resistere e di vincere che accompagna l’intera società ucraina. In questa prospettiva, l’atleta olimpico non rappresenta solo se stesso, ma un’idea di libertà ancora in bilico.
Di fronte a questi dati, l’idea di uno sport neutrale appare sempre più fragile. La neutralità, in questo contesto, tende a coincidere con la rimozione. Non protegge lo sport, lo priva piuttosto della sua funzione sociale e civile. Lo sport non è uno spazio sospeso sopra la storia, ma una delle forme attraverso cui le società si rappresentano e si riproducono.
Questa tensione non riguarda solo l’Ucraina. Anche altri Paesi coinvolti in conflitti armati continuano a partecipare alle Olimpiadi, spesso in nome della distinzione tra sport e politica. Ma il caso ucraino rende più difficile sostenere questa separazione, perché la guerra non resta sullo sfondo: irrompe nella possibilità stessa di praticare sport.
Mentre Milano-Cortina 2026 si prepara a celebrare lo sport come linguaggio universale, l’ovazione alla delegazione ucraina ricorda che quello stesso linguaggio oggi parla anche di guerra, perdita e resistenza. Forse il senso più profondo di queste Olimpiadi non sta nell’illusione di una tregua, ma nella capacità di riconoscere ciò che lo sport porta con sé quando entra nella storia. Gli atleti ucraini uccisi, le strutture distrutte, le carriere spezzate mostrano che lo sport non vive fuori dalla società, ma ne condivide costi e fratture.
La domanda, allora, non è se lo sport possa restare neutrale, ma come vogliamo guardarlo quando la storia irrompe sul campo di gara.
- La tradizione dell’Olympic Truce, o “ekecheiria”, nasce nell’antica Grecia per permettere il viaggio sicuro di atleti e spettatori ai Giochi olimpici. Dal 1993 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite adotta regolarmente risoluzioni che invitano gli Stati membri a osservare la Tregua Olimpica durante i Giochi, come è stato fatto in vista dei Giochi di Milano-Cortina 2026 con la risoluzione A/RES/80/8 ↩
- Volia (україno: воля) è un concetto centrale nella cultura e nella storia ucraina. Viene spesso tradotto come “libertà” o “volontà”, ma indica più precisamente l’insieme di autodeterminazione, indipendenza e forza interiore necessaria a difendere e realizzare la propria libertà, sia a livello individuale sia collettivo. Il termine ha una lunga tradizione storica ed è ricorrente nel linguaggio politico e culturale ucraino contemporaneo. Fonte: Ministero degli Affari Esteri dell’Ucraina ↩



