In copertina: Foto: Jesse Owens alle Olimpiadi del 1936 di Berlino, Amministrazione dei Servizi Generali. Servizio Archivi e Registri Nazionali. Ufficio degli Archivi Nazionali. (19/09/1966 - 01/04/1985) - di Dominio Pubblico, Wikimedia Commons
Attualità
16 febbraio 2026 | di Daniele Reggiardo

Può lo sport essere davvero considerato un’area neutrale ‘al di sopra della politica’, o rappresenta piuttosto una forma raffinata di guerra simbolica e uno strumento cruciale per la legittimazione della sovranità nazionale? In che modo il passaggio dalla diplomazia sportiva tradizionale alla versione 2.0 ha trasformato gli atleti da semplici pedine statali in potenti ambasciatori globali capaci di influenzare la politica estera?


Il paradosso dello sport nelle relazioni internazionali

Durante le Olimpiadi invernali italiane (2026) e le Olimpiadi francesi (2024) la discussione pubblica si è chiesta se fosse moralmente accettabile che alcuni Stati (Russia e Bielorussia) fossero esclusi, limitando la partecipazione agli atleti sotto una bandiera neutrale, e se lo stesso trattamento non fosse opportuno riservare ad altri Stati artefici di gravi crimini contro l’umanità. Spesso, l’opinione si è focalizzata sulla ‘neutralità e indipendenza’ dello sport rispetto alla politica, in quanto dovrebbe rappresentare la fratellanza tra i popoli in un momento di sana, pacifica, competizione. In effetti, la relazione tra la sfera sportiva e quella diplomatico-politica è stata a lungo oscurata da quello che Lincoln Allison (1986)[1] ha definito il ‘mito dell'autonomia’[2]. Tale concetto postulava che lo sport fosse un’entità separata dalla struttura sociale e politica, posizionandosi idealmente ‘al di sopra’ o ‘al di sotto’ delle dinamiche di conflitto e potere – in altre parole, si vedeva lo sport come un luogo autonomo e distante rispetto a quello politico. Tuttavia, l’analisi storica smentisce categoricamente questa percezione. Infatti, governi di ogni spettro ideologico (dai regimi fascisti e comunisti alle democrazie liberali) hanno sistematicamente cooptato le competizioni atletiche come terreno di prova per ‘la nazione’ o per un determinato sistema politico. In questo contesto, quindi, lo sport emerge come un formidabile strumento di soft power, inteso come la capacità di un attore internazionale (in questo caso il governo di uno Stato) di ottenere risultati attraverso l’attrazione e la persuasione piuttosto che tramite la coercizione. Grandi eventi come i Giochi olimpici o la Coppa del mondo offrono così agli Stati l’opportunità di proiettare i propri attributi culturali e politici, influenzando le percezioni dei pubblici stranieri e generando consenso internazionale.

Lo sport funziona come un linguaggio universale che, similmente alla musica o all’arte, possiede la capacità di trascendere le barriere linguistiche e culturali e di mediare l’estraneità tra i popoli. Per dirla come Stoppino (1983), rientra nella definizione di ‘potere simbolico’, esattamente come l’arte (cinema, musica, ecc.), la cucina (che in Italia è un elemento di identità nazionale) e l’abbigliamento. Questa natura universale permette di aprire canali di dialogo e interazione laddove la diplomazia tradizionale si trova in una situazione di stallo o di tensione. Nelson Mandela (2000)[3] ha sottolineato come lo sport abbia il potere di unire le persone e risvegliare la speranza in modi inaccessibili ad altre sfere dell’attività umana. Esempi empirici di questa funzione includono la cosiddetta ‘diplomazia del ping-pong’, che nel 1971 facilitò il riavvicinamento tra Stati Uniti e Cina, e la ‘diplomazia del cricket’, utilizzata ciclicamente per ridurre le tensioni tra India e Pakistan. In tali circostanze, gli eventi sportivi generano occasioni informali per incontri tra leader politici e, di conseguenza, permettono di superare delle posizioni di politica estera altrimenti inconciliabili (almeno nel breve-medio periodo).

Per questi motivi, lo sport non è soltanto un puro passatempo al livello micro-sociale, e non si limita nemmeno a essere potere simbolico all’interno di uno Stato al livello meso-sociale, ma è un potente vettore di soft power e di diplomazia pubblica al livello macro-sociale. Tuttavia, le modalità del suo impiego hanno subito una trasformazione strutturale. La diplomazia sportiva tradizionale (versione 1.0) si configurava come un’attività sporadica, elitaria e statocentrica, in cui i governi utilizzavano gli atleti e gli eventi come mezzi diretti per fini di politica estera. Al contrario, il paradigma contemporaneo (versione 2.0) si caratterizza per un approccio reticolare e continuo. Questo nuovo modello riflette la natura pluralistica della diplomazia moderna, facilitata da reti orizzontali che includono non solo i diplomatici tradizionali, ma anche attori non-statali, organizzazioni della società civile, atleti e il pubblico internazionale, e che promuovono scambi regolari e inclusivi.

La diplomazia sportiva tradizionale o ‘1.0’ (Club Diplomacy)

Entrando più nello specifico, nella diplomazia sportiva tradizionale, spesso definita come ‘Club Diplomacy’, lo sport non viene considerato un fine in sé, bensì, come già accennato, un mezzo a disposizione dei governi per perseguire degli specifici obiettivi di politica estera. In questa configurazione statocentrica, gli atleti vengono trasformati in veri e propri ‘diplomatici’, come esplicitamente affermato dai funzionari della Germania-Est ai propri campioni in partenza per le gare[4]. Gli Stati, indipendentemente dalla loro ideologia politica, hanno storicamente utilizzato le competizioni internazionali come un terreno di prova per dimostrare la superiorità del proprio sistema. Gli Stati Uniti, per esempio, hanno impiegato figure come il velocista Jesse OwensMuhammad Ali, per amplificare il proprio messaggio diplomatico e umanizzare la propria immagine all’estero. In Italia, invece, si pensi a Federica Pellegrini (membro del Comitato olimpico internazionale), a Jannik Sinner (nominato nel 2024 Ambasciatore della diplomazia dello sport dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale), e a Valentina Vezzali (ex-sottosegretario di Stato con delega allo sport).

I grandi eventi sportivi, in particolare le Olimpiadi e i Mondiali di calcio, fungono da vetrina globale per la proiezione di prestigio e potere nella Comunità internazionale. L’esempio più eclatante di questa dinamica è rappresentato dalle Olimpiadi di Berlino del 1936, meticolosamente orchestrate per magnificare la gloria e l’ideologia della Germania nazista sia di fronte al pubblico interno che a quello internazionale – per ‘dimostrare’ al mondo la superiorità della razza ariana – e, più di recente, i Mondiali di calcio del 2022 in Qatar. Questi eventi sono stati poi utilizzati anche a scopo di riabilitazione diplomatica: le potenze dell’Asse sconfitte nella Seconda guerra mondiale (Italia fascista, Giappone imperiale e Germania nazista) hanno cercato e ottenuto l’organizzazione dei Giochi olimpici (rispettivamente a Roma 1960Tokyo 1964Monaco 1972) per segnalare il loro reinserimento come membri legittimi nella Comunità internazionale. Anche gli Stati in via di sviluppo, come la Corea del Sud con i Giochi di Seul del 1988, hanno sfruttato tali occasioni per marcare il proprio ‘arrivo’ sulla scena globale e trascendere lo status di paese in via di sviluppo.

Inoltre, lo sport è stato frequentemente impiegato come misura coercitiva o di protesta, trasformandosi in quella che George Orwell (1945) ha definito ‘guerra senza gli spari’[5]. Durante la Guerra fredda, questa tensione si è manifestata attraverso boicottaggi incrociati: gli Stati Uniti e altri cinquanta paesi hanno disertato le Olimpiadi di Mosca del 1980 in risposta all’invasione sovietica dell’Afghanistan, gesto poi ricambiato dall’Unione sovietica e dai suoi alleati ai Giochi di Los Angeles del 1984. Un caso di sanzione sportiva ritenuto più efficace riguarda l’isolamento del Sudafrica dell’apartheid: grazie alla struttura gerarchica delle organizzazioni sportive internazionali, è stato possibile escludere il regime dalle competizioni mondiali in modo molto più completo rispetto ad altre sanzioni economiche o politiche, nel tentativo di contribuire alla pressione sul governo di minoranza bianca.

Infine, le competizioni atletiche hanno offerto un canale per sondare cambiamenti politici e facilitare il disgelo tra Stati avversari. L’esempio paradigmatico è la già citata diplomazia del ping-pong del 1971, quando l’incontro tra giocatori americani e cinesi e il successivo tour della squadra statunitense in Cina hanno preparato il terreno per la visita di Nixon (1972) e la normalizzazione dei rapporti diplomatici sino-americani. Similmente, la diplomazia del cricket ha permesso ai leader di India e Pakistan, storici rivali, di incontrarsi informalmente a margine delle partite per discutere di tensioni nucleari e dispute territoriali, nel tentativo di aggirare le rigidità dei canali ufficiali. In questi frangenti, lo sport agisce come un veicolo culturale per costruire una base di fiducia preliminare agli accordi politici.

La transizione verso la diplomazia sportiva 2.0 (Network Diplomacy)

Il passaggio alla Sports Diplomacy 2.0 indica una significativa evoluzione nelle dinamiche delle relazioni internazionali. Questo cambiamento comporta l’abbandono di un approccio tradizionale, focalizzato sullo Stato e ristretto a una cerchia ristretta (elitario), in favore di un modello più ampio, interconnesso e partecipativo (reticolare e inclusivo). La versione 2.0 si configura come un’attività regolare e proattiva che coinvolge una pluralità di attori (anche non-statali). In questo nuovo paradigma, infatti, la diplomazia (che prima era maggiormente simile a un monopolio esclusivo dello Stato) assume una struttura orizzontale in cui i ministeri degli esteri agiscono da facilitatori all’interno di reti complesse che abbracciano la società civile, le imprese multinazionali e le istituzioni accademiche.

All’interno di queste reti globali, le Organizzazioni sportive internazionali (ISO), come il Comitato olimpico internazionale (CIO) e la FIFA, sono emerse come potenti attori ‘paradiplomatici’. Queste istituzioni possiedono carisma, costituzioni e strutture di governance che conferiscono loro un potere negoziale e uno status quasi-statale, il quale permette loro di interagire alla pari con i governi e di perseguire agende autonome. Parallelamente, si assiste all’ascesa di Organizzazioni non governative (ONG) e di movimenti della società civile che utilizzano lo sport come veicolo per lo sviluppo e la pace. Un esempio è l’organizzazione Right to Play, che opera all’interno di una rete multistakeholder (cioè composta da attori pubblici, attori privati e società civile) per promuovere i diritti umani e lo sviluppo, e che riceve sostegno sia dalle agenzie governative che dalle corporazioni private.

Il volto umano di questa nuova diplomazia è rappresentato dalle celebrità sportive che, trascendendo il loro ruolo di atleti, agiscono come diplomatici informali o ambasciatori di buona volontà. Campioni del calibro di Roger FedererLionel Messi utilizzano la loro visibilità globale per focalizzare l’attenzione dei media e del pubblico su svariate cause internazionali, operando come veri e propri ‘celebrity diplomats’. Non per niente, la Roger Federer Foundation supporta attività educative in Sudafrica e in altri Stati, mentre la Fundación Leo Messi tenta di garantire sostegno, soprattutto medico, ai bambini indigenti. Questo modello si distingue nettamente dal passato per i suoi obiettivi: non si limita più alla mera ricerca del prestigio statale all’estero attraverso la vittoria delle medaglie, ma si concentra sulla promozione di valori universali quali la parità di genere, l’inclusione sociale e la disciplina, implementando programmi sostenibili che mirano a costruire relazioni durature tra i popoli piuttosto che semplici dimostrazioni di superiorità atletica.

Il potere di riconoscimento e l’identità nazionale

Il riconoscimento da parte delle Organizzazioni sportive internazionali, e in particolare l’ammissione nel Comitato olimpico internazionale, conferisce a un’entità politica una forma di ‘sovranità sportiva’ che spesso funge da anticamera o surrogato della legittimità statuale piena[6]. Storicamente, l’accreditamento[7] di un Comitato olimpico nazionale ha permesso a entità come la Germania-Est di affermare la propria esistenza autonoma sulla scena globale ben prima del riconoscimento diplomatico da parte della maggioranza della Comunità internazionale. Tuttavia, questo meccanismo di legittimazione comporta obblighi precisi riguardo alla giurisdizione territoriale. Un caso emblematico e recente riguarda la sospensione del Comitato olimpico russo: tale provvedimento non scaturisce esclusivamente dalla violazione della tregua olimpica o dall’aggressione militare in sé, ma da una specifica infrazione tecnico-giuridica della Carta olimpica. La Russia, annettendo unilateralmente i consigli sportivi regionali ucraini (come quelli di Donetsk, Kherson, Luhansk e Zaporizhzhya) all’interno della propria struttura sportiva nazionale, ha violato l’integrità territoriale di un altro membro del CIO, infrangendo il principio fondamentale che delimita la giurisdizione di ogni Comitato nazionale.

Per gestire le dispute di sovranità intrattabili, le istituzioni sportive hanno sviluppato soluzioni pragmatiche note come la ‘formula olimpica’. L’esempio è la gestione della questione di Taiwan (Repubblica di Cina) rispetto alla Repubblica popolare cinese. Per permettere la partecipazione degli atleti taiwanesi senza violare la politica di ‘una sola Cina’ imposta da Pechino, è stata coniata la denominazione ‘Chinese Taipei’ (1979), adottato anche per altri contesti internazionali quali Miss universo e l’Organizzazione mondiale della sanità. Questo espediente semantico e protocollare consente a Taiwan di mantenere una partecipazione autonoma alle competizioni (e alle organizzazioni) globali, pur rinunciando ai simboli ufficiali della sovranità statale come la bandiera e l’inno nazionale, dimostrando come lo sport possa creare spazi di compromesso inaccessibili alla diplomazia tradizionale.

Tra l’altro, lo sport funge da veicolo primario per l’affermazione delle identità sub-nazionali che, pur non rivendicando o non possedendo una sovranità statale completa, utilizzano le competizioni per proiettare una distinta autonomia culturale e politica. Regioni come la Catalogna, pur non essendo riconosciute dalla FIFA o dal CIO a causa dell’opposizione dello Stato sovrano di appartenenza (in questo caso la Spagna), mantengono squadre rappresentative che competono in incontri non-ufficiali. Queste selezioni, spesso guidate da figure di alto profilo tecnico, non cercano solo la vittoria sul campo, ma operano come strumenti di paradiplomazia, e rafforzano il senso di ‘nazione’ mantenendo viva la rivendicazione di un’identità distinta da quella dello Stato centrale.

Ciò che, per concludere, è necessario precisare, è la differenza tra nation brandingsportswashingIn primis, il nation branding è una pratica proattiva di gestione della reputazione nazionale che mira a promuovere i valori, la cultura e le opportunità economiche di un paese per attrarre investimenti e capitali esteri. Questa attività è una componente strutturale del soft power e si fonda sulla proiezione di attributi identitari positivi e verificabili. Per esempio, il governo neozelandese utilizza il successo degli All Blacks nel rugby e i paesaggi naturali per promuovere un’immagine di sostenibilità ambientale e qualità della vita. L’obiettivo è incrementare il turismo e le esportazioni di prodotti agricoli attraverso la percezione di un paese incontaminato e coeso. In secundis, lo sportswashing è un costrutto critico utilizzato da osservatori esterni, organizzazioni non-governative e media per descrivere l’impiego di eventi sportivi di alto profilo con l’obiettivo di occultare violazioni dei diritti umani o di riabilitare una reputazione politica compromessa. Se il nation branding è finalizzato alla costruzione di un’identità nazionale competitiva e di lungo periodo, lo sportswashing è una manovra reattiva o difensiva che sfrutta il prestigio atletico per generare una distrazione etica. Entrambi i fenomeni sono espressioni della lotta per l’influenza simbolica e dimostrano come la legittimazione globale sia un obiettivo centrale della politica estera contemporanea. Per esempio, il Qatar ha ospitato il Mondiale di calcio per spostare l’attenzione internazionale dalle critiche riguardanti il sistema della kafala [8] e le condizioni di lavoro dei migranti. L’evento è servito a proiettare un’immagine di modernità e apertura globale, cercando di neutralizzare le denunce delle organizzazioni per i diritti umani attraverso la visibilità mediatica del calcio.

I limiti e il lato oscuro della diplomazia sportiva

Nonostante la retorica idealista che circonda lo sport, esiste però anche un lato oscuro in cui la competizione atletica esacerba le tensioni internazionali e si trasforma in quella che George Orwell ha definito incisivamente ‘guerra senza gli spari’. Invece di unire, lo sport può acuire l’estraniamento tra i popoli attraverso l’uso tribale di bandiere e inni, alimentando un nazionalismo aggressivo che talvolta trascende il campo di gioco per sfociare in conflitti reali. L’esempio storico più drammatico è la cosiddetta ‘Guerra del Calcio’ del 1969 tra Honduras ed El Salvador, in cui le tensioni legate a una partita di qualificazione ai Mondiali hanno fatto da catalizzatore per la rottura delle relazioni diplomatiche e lo scoppio delle ostilità militari. Anche in assenza di una guerra aperta, le rivalità sportive possono degenerare in violenza tra tifoserie, dimostrando come lo sport possa essere manipolato per canalizzare l’aggressività e il fanatismo piuttosto che la diplomazia.

In secondo luogo, un limite strutturale della diplomazia sportiva risiede nella natura temporale ed effimera dei mega-eventi. Sebbene tornei come le Olimpiadi offrano una piattaforma unica per focalizzare l’attenzione globale sui diritti umani e sulle riforme politiche, questa leva diplomatica è efficace quasi esclusivamente nella fase preparatoria. Una volta iniziata la competizione, la narrazione sportiva prende il sopravvento e le preoccupazioni etiche o politiche tendono a svanire istantaneamente, permettendo ai regimi ospitanti di tornare alle loro pratiche precedenti non appena i riflettori si spengono. Il caso della Russia nel 2014 è emblematico: la pressione internazionale esercitata prima delle Olimpiadi di Sochi è evaporato con l’inizio dei giochi e, poche settimane dopo la cerimonia di chiusura, il governo russo ha dato corso all’annessione illegale della Crimea, dimostrando come l’evento non avesse imposto alcun vincolo duraturo al comportamento dello Stato ospitante.

In terzo luogo, l’efficacia della diplomazia sportiva è spesso compromessa da gravi problemi di governance all’interno delle Organizzazioni sportive internazionali. A differenza dei diplomatici di professione, che sono vincolati da protocolli e responsabilità verso i propri Stati, i funzionari sportivi operano spesso in un vuoto di accountability, con comportamenti che contraddicono le norme diplomatiche di dignità e correttezza. La credibilità di queste istituzioni è stata minata da scandali ricorrenti, come la corruzione legata all’assegnazione delle Olimpiadi di Salt Lake City o le accuse di brogli e tangenti riguardanti la selezione del Qatar per i Mondiali di calcio del 2022. Questa discrepanza tra i nobili valori universali promossi sul campo e la realtà opaca delle decisioni amministrative finisce per indebolire il potenziale dello sport come strumento credibile di relazioni transnazionali.

Conclusione

In conclusione, lo sport si configura come un efficace strumento di soft power e un vettore di diplomazia pubblica capace di integrare i canali formali della politica estera, pur non rappresentando una soluzione definitiva alle criticità sistemiche globali. Sebbene la sua natura universale permetta di superare momentaneamente l’estraniamento tra i popoli – come dimostrato, per esempio, dalla centralità degli scacchi nelle dinamiche di confronto simbolico durante la Guerra fredda –, esso non possiede la forza strutturale per sradicare tout court la povertà o risolvere i conflitti etnici e territoriali profondamente radicati. La capacità della competizione atletica di generare il dialogo costruttivo rimane infatti subordinata alla volontà politica degli Stati e alla stabilità delle istituzioni internazionali, e oscilla tra il potenziale di riconciliazione e il rischio di esacerbare i nazionalismi attraverso quella ‘guerra senza spari’ di cui scriveva Orwell.

Il superamento del paradigma tradizionale della diplomazia sportiva richiede una collaborazione sistematica tra i teorici delle Relazioni internazionali, i funzionari diplomatici e i professionisti del settore atletico. Nell’era della globalizzazione, l’integrazione dello sport nelle strategie di politica estera non deve limitarsi alla ricerca sporadica di prestigio attraverso la vittoria di medaglie, ma deve puntare alla costruzione di reti stabili e inclusive che coinvolgano tutti: attori statali, attori non-statali (ONG e organizzazioni internazionali) e società civile. Il futuro della disciplina (che è la ‘diplomazia dello sport’) risiede nella capacità di sfruttare il networking diplomatico per promuovere valori universali e programmi di sviluppo sostenibili, trasformando l’evento sportivo da vetrina effimera a piattaforma permanente per la cooperazione transnazionale e il rafforzamento della società civile globale.

In ogni caso, la visione comune secondo la quale lo sport non sia politica e non debba a essa sottostare è ingenua se non propriamente falsa.

  1. Allison, L. (1986). The Politics of Sport. Manchester University Press.
  2. Cooper et al, 2013: 708.
  3. Constantinou et al., 2013: 617.
  4. Cooper et al, 2013: 708.
  5. Constantinou et al., 2013: 617.
  6. Per approfondire: Düerkop, S., & Ganohariti, R. (2021). Sovereignty in sports: non-sovereign territories in international football. International Journal of Sport Policy and Politics, 13(4), 679–697. https://doi.org/10.1080/19406940.2021.1947347  
  7. L’accreditamento di un Comitato olimpico nazionale è l’atto formale di riconoscimento emesso dal Comitato olimpico internazionale che conferisce a un’organizzazione il diritto esclusivo di rappresentare un territorio e i suoi atleti all’interno del movimento olimpico. Tale procedura attribuisce una forma di soggettività sportiva internazionale che permette l'utilizzo di simboli nazionali, come la bandiera e l’inno, in contesti di eccezionale visibilità globale. Poiché il riconoscimento del Comitato olimpico internazionale risponde a criteri tecnici e sportivi interni alla Carta olimpica e non alle norme del diritto internazionale pubblico, esso può precedere la legittimazione diplomatica ufficiale di uno Stato. Questo meccanismo trasforma l’accreditamento in uno strumento di pre-riconoscimento politico, garantendo a entità in cerca di sovranità o autonomia una presenza autonoma sulla scena mondiale che anticipa l’ingresso nelle organizzazioni intergovernative.
  8. Il niẓām al-kafāla è un regime di tutela legale vigente nelle monarchie del Golfo che vincola i lavoratori immigrati, occupati nell’edilizia o nell’ambito domestico, a un garante locale responsabile del loro permesso di soggiorno e della loro posizione contrattuale.
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