Lo scorso 19 gennaio, la Prima Ministra giapponese, Sanae Takaichi, aveva alzato la posta, annunciando elezioni anticipate e scommettendo sulla sua popolarità dopo appena 110 giorni di governo. Il tempo le ha dato ragione: quelle dell’8 febbraio rischiano di passare alla storia come una delle elezioni più importanti svoltesi in Giappone. Secondo quanto riportato da Reuters, il Partito Liberal-Democratico ha ottenuto la sua più netta vittoria in un sistema in cui, dal ‘55, governa praticamente indisturbato. Takaichi ha ottenuto 316 seggi su 465, che diventano 352 grazie alla coalizione di recente stipulazione con il Japan Innovation Party. Un tal numero di seggi assicura i due terzi richiesti per modificare la costituzione, anche senza la maggioranza nella camera alta, nella quale la coalizione raggiunge appena 120 seggi, contro i 121 dell’opposizione.
Quello che gli elettori hanno affidato a Sanae Takaichi non è soltanto un mandato di governo, ma qualcosa che assomiglia più al potere di riscrivere le regole del gioco.
I moderati escono di scena
Il dato più clamoroso non sta nei numeri del PLD, ma nel naufragio della Centrist Reform Alliance (CRA). Questa coalizione aveva rappresentato l’ultimo tentativo di costruire un’alternativa credibile al conservatorismo giapponese, raggruppando l’opposizione di centrosinistra e, soprattutto, includendo il Komeito. Quest’ultimo dettaglio non è affatto secondario. Il Komeito, partito di ispirazione buddhista legato alla Soka Gakkai, era dal 1999 l’anima moderata del governo conservatore, nonché il suo contrappeso sociale: la garanzia che il PLD non sarebbe mai scivolato troppo a destra. Un partito che predicava pacifismo, welfare e moderazione fiscale, e che in cambio di questa funzione di freno otteneva posti nel governo e influenza sulle politiche sociali. In ottobre, il Komeito aveva rotto la sua storica alleanza (lunga ben 26 anni) con il PLD, installando in alcuni osservatori l’idea che il PLD fosse destinato a una rovinosa discesa nell’oblio della politica giapponese, cedendo il posto alla sopra citata alleanza centrista. Il discorso era legittimo: le elezioni della camera bassa del 2024 avevano segnato la seconda peggior sconfitta del Partito Liberal Democratico, il quale aveva persino perso la maggioranza. Inoltre, senza il Komeito, il PLD avrebbe perso il voto moderato, quello delle periferie urbane, delle famiglie preoccupate per il welfare, degli elettori che votavano conservatore ma non nazionalista. L’ascesa del Sanseito, un partito di estrema destra di configurazione populista, aveva peraltro indotto a pensare che il partito di Takaichi potesse rischiare un’insidia proprio da destra. Le elezioni di domenica hanno invece dimostrato il contrario, dando ragione alla Prima Ministra sulla possibilità che il partito potesse vincere senza dover temperare le proprie posizioni; anzi, che potesse vincere proprio perché s’è scelto di non moderarle più.
Questo ci dice qualcosa di significativo sull’elettorato giapponese contemporaneo. Dopo tre decenni di stagnazione economica e con la percezione crescente di una Cina sempre più aggressiva, una fetta consistente di giapponesi sembra aver deciso che la moderazione non paga. Meglio una scomoda chiarezza rispetto alla mediazione perpetua. È una dinamica che abbiamo visto in altre democrazie mature: quando l’ansia per il futuro supera una certa soglia, gli elettori smettono di premiare il centro e si spostano verso chi promette soluzioni nette, anche drastiche (e spesso, aggiungerei, fantasiose).
Il Japan Innovation Party: l’Anti-Establishment che si allea con l’Establishment
Il JIP nasce a Osaka nel 2010 dalle ceneri di un movimento riformista locale che fa dell’efficientismo amministrativo la sua battaglia e che si basa su una retorica forte. Questa retorica, descritta come Anti-Establishment, è tuttavia lontana da quella di stampo occidentale del Sanseito o di partiti interni ai paesi all’Unione Europea. Dai populismi europei, il JIP eredita in parte i toni e la lotta alla burocrazia: come dichiara apertamente sul suo sito ufficiale, il partito si fonda sulla filosofia dell’autosufficienza. Dice: “individui autosufficienti, regioni autosufficienti, nazione autosufficiente". Qualcosa che ricorda la Lega degli albori, senza velleità di secessionismo.
Il partito nasce dall’ambizione di Toru Hashimoto, governatore di Osaka e personalità televisiva, di abolire la città di Osaka stessa e ristrutturarla in quartieri speciali sul modello dei 23 distretti centrali di Tokyo: il cosiddetto Osaka Metropolis Plan. Hashimoto vuole uno stato più snello, più efficiente, più “aziendale”. La sua proposta include riforme costituzionali (educazione gratuita, riforma della struttura di governance, istituzione di una Corte Costituzionale), riduzione dei premi assicurativi sociali, e decentralizzazione radicale del potere da Tokyo alle regioni.
L’alleanza con il PLD era qualcosa di fantascientifico fino a pochi mesi fa. Il JIP è stato il principale partito di opposizione conservatrice per anni: parlava criticamente del “sistema del 1955”, cioè quel sistema nato con l’egemonia politica del PLD, proponendo ai suoi elettori un impegno a romperlo, quel sistema. Tuttavia, l’accordo di coalizione di ottobre 2025 ha messo fine all’opposizione sistemica del JIP. Il partito ha presentato a Takaichi un documento di 12 punti politici, nel quale si chiedono: riduzione di un decimo dei seggi parlamentari, riforma sulla sicurezza sociale, educazione superiore gratuita, l’istituzione di una “capitale secondaria” a Osaka.
Entrambi i partiti concordano su una linea dura su sicurezza nazionale e immigrazione, nonché sull’intenzione di voler riscrivere la costituzione pacifista imposta al Giappone subito dopo il secondo conflitto mondiale. Come nota il Council on Foreign Relations: “Nell’accordo di coalizione del 2025 con il PLD, il JIP ha accettato di stabilire un comitato per la revisione dell'Articolo 9”, l’articolo costituzionale che rinuncia alla guerra e che da decenni è motivo di discussione interna. Il comitato ha dato il via alle delibere sugli emendamenti costituzionali nel novembre 2025, con l’obiettivo di presentare una bozza alla Dieta entro la fine di marzo 2026.
È un matrimonio, questo, che si profila sin da subito come rischioso: i partiti alleati del Partito Liberal-Democratico tendono a sparire e, peraltro, il conservatorismo tradizionale di Takaichi e il tecnocratismo riformista del JIP paiono non poter convivere. Eppure, alcuni temi hanno assunto un tal peso in Giappone da poter permettere anche alleanze paradossali.
Sanaenomics
L’idea di Takaichi dell’economia giapponese, ribattezzata come “Sanaenomics”, richiamando l’“Abenomics” di Shinzo Abe, suo maestro politico, è più di un semplice pacchetto di stimoli. Quella di Takaichi è una visione complessiva, nella quale economia e sicurezza nazionale si fondono fino a diventare indistinguibili. Come accennato, Takaichi è allieva di Shinzo Abe e da egli riparte: là dove l’Abenomics si era fermata (la ricetta delle tre frecce: politica monetaria ultra-espansiva, stimoli fiscali aggressivi e riforme strutturali), Takaichi aggiunge una quarta freccia, la sicurezza economica come priorità nazionale.
Takaichi vede gli investimenti massivi in semiconduttori, AI e fusione nucleare come persecuzione di una strategia di difesa stringata. Come spiega un’analisi del CFI (Capital Finance International), questo approccio riflette perfettamente il ruolo che aveva in precedenza Takaichi (quello di ministra della sicurezza economica): le preoccupazioni sulle dipendenze cinesi, in quel contesto, erano all’ordine del giorno, contribuendo a plasmare, nella futura prima ministra, una forma mentis semi-autarchica nella costruzione di supply-chains dinamiche e resilienti.
Il programma sui semiconduttori è particolarmente ambizioso. Tokyo sta riversando miliardi in joint venture su TSMC, con la prima fabbrica inaugurata a Kumamoto nel febbraio 2024. L’obiettivo dichiarato è produrre chip a 2 nanometri entro la fine del decennio attraverso aziende domestiche come Rapidus. Quella giapponese non è mera indulgenza verso Taipei: l’idea è assicurarsi una soluzione al peggiore degli scenari per la regione dell’Asia-Pacifico. Taiwan produce oltre il 90% dei chip più avanzati al mondo, e se lo Stretto diventasse un campo di battaglia, l’economia globale collasserebbe. Il Giappone vuole costruirsi un’assicurazione contro questo scenario, con Takaichi che ha fatto di questa assicurazione una priorità di governo.
Sul fronte del consumo, l’abolizione delle tasse temporanee su benzina e gasolio è una mossa che racconta molto della filosofia economica della leader conservatrice. Con un accordo trasversale tra sei partiti di governo e opposizione, una sovvenzione di 10 yen al litro sarà integrata da ulteriori tagli fino a raggiungere una riduzione totale di 25,1 yen (sempre al litro). In teoria, un conservatore fiscale dovrebbe essere ossessionato dal pareggio di bilancio (basti guardare alla CDU di Merkel in Germania). Takaichi, invece, non lo è. La sua posizione, semplificando all’osso, è: esiste un’inflazione buona e un’inflazione cattiva. Quella buona è quella che si genera dalla domanda, che segnala un’economia che cresce. Quella cattiva è quella originatasi dai costi, che comprime il potere d'acquisto senza generare crescita. E contro l’inflazione cattiva, lo stato deve intervenire direttamente, anche a costo di rinunciare a entrate fiscali.
Ma il pezzo forte della Sanaenomics è la pressione sulla Banca centrale del Giappone. Il governatore Ueda aveva tentato, con la delicatezza di un cesellatore di bonsai, di normalizzare la politica monetaria. Dopo anni di tassi negativi e di Quantitative Easing massiccio, aveva iniziato a rialzare i tassi, millimetro per millimetro. Takaichi ha fatto capire che questa strada non le piace. Vuole tassi bassi, liquidità abbondante, credito facile per le imprese. I tassi d’interesse a lungo termine hanno raggiunto il 2,35% a gennaio 2026, il livello più alto in circa 27 anni, mentre gli investitori manifestano crescente preoccupazione per le prospettive fiscali del Giappone.
È una scommessa azzardata. La Banca Centrale ha già un bilancio gonfio come un pallone, con asset pari a oltre 550 mila miliardi di yen. Ma Takaichi ragiona in termini politici: sa che un rialzo dei tassi strozzerebbe la ripresa, farebbe impennare il costo del debito pubblico (già al 260% del PIL) e probabilmente scatenerebbe una fase recessiva. E sa anche che una recessione, per un governo, è letale. Meglio rischiare l’inflazione, piuttosto.
In questo quadro, emerge un paradosso affascinante. Il Giappone è rimasto intrappolato per tre decenni in quella che l’economista Richard Koo ha chiamato “balance sheet recession”, una recessione in cui imprese e famiglie, traumatizzate dallo scoppio della bolla immobiliare del 1991, sono più interessate a ripagare i debiti che a spendere e investire. Ogni tentativo di stimolare l’economia con politiche convenzionali ha fallito perché il problema non era la mancanza di liquidità ma la mancanza di voglia di spendere (come accade, per motivi differenti, in Cina). Takaichi ha scelto una strada alternativa: invece di cercare di convincere privati timorosi a spendere, a spendere è direttamente lo stato. E lo fa su beni che hanno un valore strategico di lungo periodo: tecnologia, difesa, infrastrutture critiche. Il Giappone è uno stato “sviluppista”, là dove il libero mercato incontra la programmazione e l’intervento statale, dunque un tale intervento non dovrebbe stupire.
Taiwan e crisi diplomatica
Sul fronte della politica estera, Takaichi sta portando a termine il piano già abbozzato da Shinzo Abe. In fatto di difesa, l’obiettivo dichiarato è raggiungere il 2% del PIL in spesa militare prima del 2027, con la promessa di una revisione completa della Strategia di Sicurezza Nazionale per il 2026 (un documento che ridefinirà la dottrina militare giapponese per i prossimi anni e che sarà, probabilmente, il lascito dell’ex PM Ishiba e di Takaichi).
La spinosa questione intorno a Taiwan è diventata il banco di prova di questa nuova postura, e ha generato la più grave crisi sino-giapponese degli ultimi decenni. In un discorso alla Dieta tenuto a Novembre, Takaichi ha descritto esplicitamente, per la prima volta nella storia nipponica, uno scenario ipotetico riguardante Taiwan, etichettandolo come problema di sicurezza nazionale. Le implicazioni sono chiare: Tokyo potrebbe esercitare il diritto all’autodifesa (previsto dalla Costituzione attuale) se la Cina attaccasse Taipei, rendendo possibile l’intervento armato giapponese nello Stretto di Taiwan.
La reazione di Pechino è stata furibonda. La portavoce del Ministero degli Esteri cinese Mao Ning ha dichiarato che “le osservazioni errate del primo ministro giapponese Sanae Takaichi su Taiwan hanno profondamente eroso la base politica delle relazioni sino-nipponiche e scatenato forte indignazione e condanna da parte del popolo cinese”. Pechino ha chiesto formalmente a Tokyo di ritirare le osservazioni, minacciando “contromisure forti e risolute” se il Giappone “rifiuta di ritirarle o addirittura continua a perseguire la strada sbagliata”.
Il 18 novembre, all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite sulla riforma del Consiglio di Sicurezza, il rappresentante permanente cinese Fu Cong ha dichiarato che il Giappone è “totalmente non qualificato per richiedere un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza”. Il 22 novembre, Fu ha consegnato una lettera al Segretario Generale dell'ONU António Guterres affermando che se il Giappone dovesse intervenire militarmente in caso di guerra tra Cina e Taiwan, ciò costituirebbe un atto di aggressione e che la Cina eserciterebbe il diritto di autodifesa secondo la Carta ONU e il diritto internazionale.
La Cina ha inoltre messo in atto una serie di misure punitive: sospensione delle importazioni di prodotti ittici giapponesi, invio di navi della guardia costiera nelle acque contese delle isole Senkaku, esercitazioni militari congiunte con la Russia attraverso lo Stretto di Miyako. Il 29 dicembre, il Comando del Teatro Orientale dell'Esercito di Liberazione Popolare ha annunciato una grande esercitazione militare intorno a Taiwan con il nome in codice “Missione Giustizia 2025”, coinvolgendo forze terrestri, marittime, aeree e missilistiche.
La crisi ha anche rivelato limiti nel supporto americano. Quando l’ambasciatore USA in Giappone, George Edward Glass, ha riaffermato l’impegno americano alla difesa del Giappone, incluse le isole Senkaku, Donald Trump non ha offerto un equivalente supporto pubblico.
Secondo un sondaggio NHK di dicembre, il 67% degli intervistati giapponesi era preoccupato per l’impatto dei controlli all’esportazione annunciati dalla Cina sul Giappone. Un sondaggio Nikkei del 2021 aveva rilevato che il 74% dei giapponesi era d'accordo con il coinvolgimento nel mantenimento della stabilità nello Stretto di Taiwan.
Il Giappone ha risposto rafforzando la cooperazione trilaterale con Stati Uniti e Filippine, conducendo esercitazioni congiunte e stabilendo un Centro di Coordinamento Multinazionale per operazioni di assistenza umanitaria.
Takaichi sta scommettendo sul fatto che una deterrenza credibile renderà il conflitto meno probabile. Ma se la scommessa dovesse andare male, il Giappone pagherebbe un prezzo altissimo. La Cina è il primo partner commerciale del Giappone. In caso di conflitto militare sullo Stretto, le basi americane in Giappone (Okinawa, Yokosuka, Misawa) diventerebbero bersagli primari per i missili cinesi.
La demografia
E poi c’è la demografia, il convitato di pietra di ogni discorso sul Giappone. L’età mediana è 50,2 anni, il tasso di fertilità è crollato a 1,15, ben al di sotto del 2,07 necessario per la stabilità, e nel 2024 le nascite sono state 686.061, il minimo storico dal 1899.
Le proiezioni indicano un crollo demografico da 128 milioni (2010) a 87 milioni entro il 2060 (si parla di un terzo in meno di popolazione!). Gli over-65 superano già il 29%, percentuale destinata ad arrivare al 40% entro il 2060. La forza lavoro potrebbe contrarsi da 69,3 milioni (2023) a 49,1 milioni entro il 2050, mentre il 51% delle aziende già lamenta carenze di personale.
In questo quadro i costi esplodono: 132 trilioni di yen per la sicurezza sociale nel 2020, con gli over-85 che costano oltre 1 milione di yen pro capite contro i 340.000 della media nazionale.
La Sanaenomics, con spesa militare espansiva e stimoli generosi, dovrà confrontarsi con questa realtà: le ricette keynesiane funzionano quando una popolazione giovane può ripagare i debiti. Ma se il domani è composto da meno giovani e sempre più anziani, chi paga il conto? Takaichi non ha risposte convincenti. Gli incentivi alla natalità (bonus, asili gratuiti, congedi parentali) hanno fallito ovunque, scoraggiati da pressioni finanziarie e ruoli di genere che obbligano le donne a scegliere tra carriera e maternità. L’alternativa sarebbe l’immigrazione, ma Takaichi e il JIP mantengono una linea dura: tetti sui residenti stranieri, restrizioni sugli acquisti immobiliari. L’accordo PLD-JIP promette una “strategia demografica” con obiettivi numerici chiari, ma l'immigrazione di massa resta tabù e la strategia non pervenuta.
Per tirare le somme, la vera prova arriverà nei prossimi mesi, quando le promesse dovranno trasformarsi in politiche concrete e le politiche concrete in risultati misurabili. Solo allora capiremo se febbraio 2026 è stato davvero un punto di svolta nella storia politica giapponese o solo l’ennesima illusione ottica di un sistema che, per quanto voglia cambiare, finisce sempre per girare in tondo.
La storia del Giappone postbellico è piena di “nuovi inizi” che si sono rivelati falsi allarmi. Shinzo Abe era un nuovo inizio, ad esempio. Takaichi vuole che il suo sia diverso e ha chiesto un mandato forte per questo motivo. Ha i numeri in parlamento per farlo; ha un alleato inaspettato che condivide la sua visione di un Giappone più assertivo, più efficiente, più competitivo. Ha la Cina come nemico esterno perfetto per cementare il consenso interno.
Ma deve anche affrontare un’equazione impossibile: crescere con una popolazione in declino, competere tecnologicamente senza immigrazione di massa, espandere la spesa militare con un debito pubblico già mostruoso, sfidare la Cina senza perdere il suo principale partner commerciale, trasformare l’economia senza una rivoluzione culturale che nessun governo democratico può imporre, mantenere l’alleanza americana in un’era in cui Washington è sempre più transazionale e meno ideologica.
Come osserva il Diplomat, un risultato elettorale del genere garantisce al governo una rara dominanza legislativa in un momento di crescente insicurezza regionale. Questa dominanza porta però con sé il peso schiacciante della responsabilità totale. Non ci sono più scuse, non ci sono più capri espiatori, non ci sono più partner coalizionali moderati che possono assorbire parte del malcontento e ammansire gli elettori.
Resta da vedere se Takaichi ha dalla sua anche la fortuna, perché in politica, alla fine, conta anche quella. E la fortuna, nel XXI secolo dell’Indo-Pacifico, è una risorsa sempre più scarsa.


