Estero
15 gennaio 2026 | di Daniele Reggiardo
#Iran #proteste #rivoluzione

Come possiamo analizzare criticamente quello che sta accadendo in Iran?(1)

Nel primo articolo sull’Iran abbiamo ripercorso la storia che ha portato alla situazione delle attuali proteste. In questa seconda parte, invece, l’obiettivo è analizzare quanto accaduto con gli occhi delle Scienze sociali: tipo di regime (che è l’autoritarismo teocratico), le sue risorse simboliche, il ruolo fondamentale delle generazioni più giovani, delle donne. Si utilizzeranno infine le principali discipline delle Scienze politiche: la Sociologia politica, la Scienza politica, le Relazioni internazionali, il Diritto internazionale e, per concludere, l’Economia (microeconomia, macroeconomia, economia monetaria e internazionale).

Il tipo di regime: autoritarismo teocratico(2)

Per analizzare quanto sta accadendo, oltre alla cronologia dei fatti è necessario inquadrare il tipo di regime presente a Teheran. L’Iran si definisce come “repubblica” islamica, seguendo la tendenza tipica di diversi sistemi non-democratici (Repubblica democratica del Congo, Repubblica popolare democratica di Corea o Repubblica popolare cinese, ecc.) che adottano formalmente tale appellativo dall’alto valore simbolico, che costituisce motivo di attrazione per chi in Occidente supporta questi Stati. Il sistema vigente fonde elementi tipici dell’autoritarismo con quelli della teocrazia ed essendo il regime un autoritarismo teocratico, dobbiamo definire sia “autoritarismo” sia “teocratico”.

Contrariamente a quanto avviene in un’autocrazia, in cui il comando è quasi totalmente accentrato in un unico individuo, l’ordinamento iraniano prevede una ripartizione del potere tra vari organi e figure istituzionali. Tra queste spiccano la Guida suprema, attualmente Ali Khamenei, e il presidente, carica oggi ricoperta da Masoud Pezeshkian. Se si trattasse di una dittatura pura, l’autorità assoluta sarebbe invece concentrata nelle mani di una sola persona: il dittatore.

Per quanto riguarda la dicitura “teocratico”, all’interno di un sistema religioso il gruppo dirigente sfrutterà il capitale simbolico – composto da dogmi, principi morali e fedi religiose – per orientare sistematicamente il comportamento della popolazione stabilendo così un vero e proprio monopolio delle risorse simboliche (3). Detenendo il monopolio sulla produzione di significati e sulle verità di fede, l’oligarchia teocratica renderebbe pertanto di fatto quasi impossibile per i cittadini modificare i propri orizzonti etici poiché questi verrebbero costantemente e ossessivamente consolidati dai sistemi di indottrinamento. A differenza degli strumenti coercitivi e distruttivi, queste risorse immateriali risultano anzitutto intrinsecamente remunerative, poiché offrono ai sottoposti un senso di appartenenza e una definizione identitaria che essi percepiscono come valori positivi, ma ciò solo fino al momento in cui la loro esistenza sia percepita come fondamentale da parte della popolazione; per chi manifesta oggi, questa rilevanza non sussiste.
L’analisi del fenomeno può essere ulteriormente approfondita attraverso il modello della competizione (4): quando il controllo delle istituzioni garantisce un’elevata capacità di ridistribuzione di beni materiali e simbolici, la posta in gioco diventa troppo alta per rischiare il potere in libere elezioni. La teocrazia opererebbe allora come un potente strumento di regressione democratica, permettendo al regime di escludere le opposizioni, convincendole che ogni sfida all’ordine costituito sia un atto di empietà morale e un tentativo destinato al fallimento militare. In tal senso, la costante minaccia della forza verrebbe mitigata dalla sacralizzazione degli apparati repressivi; se l’esercito condivide i medesimi riferimenti identitari del clero, il rischio di defezioni diminuisce drasticamente, rendendo il passaggio alla democrazia un’opzione impraticabile. Tuttavia, con le più recenti proteste supportate anche dal più laico Reza Pahlavi, sembrerebbe evidente il fatto che i manifestanti, tramite un processo bottom-up, abbiano espresso una tendenza più laica, rendendo di fatto più labile il potere simbolico esercitato dall’élite al potere.

Il ruolo simbolico di Reza Pahlavi

Il ruolo di Reza Pahlavi può essere uno dei fattori determinanti. Lo descrive bene Gli ayatollah tremano | Reza Pahlavi è al centro della ridefinizione degli equilibri di potere in Iran (di Anahita Nahavandi per Linkiesta). Secondo Nahavandi, le idee di Pahlavi si configurerebbero come dimensione propositiva che supera la semplice opposizione frontale al regime. La sua immagine non fungerebbe da catalizzatore della frustrazione sociale e proporrebbe una visione mirante alla modifica dello status quo. Il contenuto dei messaggi a lui riconducibili si distingue per il loro carattere costruttivo, orientato alla definizione di un nuovo scenario istituzionale (non necessariamente tipico di una liberaldemocrazia, ma sicuramente più aperto rispetto al regime attuale). Pahlavi agisce come un polo di attrazione che condiziona il posizionamento degli altri soggetti politici. La sua presenza obbliga tanto le correnti riformiste quanto gli apparati di sicurezza a ricalibrare le proprie narrazioni e strategie di contenimento. Oltretutto, l’efficacia della sua comunicazione politica manifesterebbe una trasversalità che supera le tradizionali divisioni geografiche e ideologiche, trovando riscontro tanto nelle aree metropolitane quanto in contesti storicamente legati alla conservazione religiosa.

L’efficacia politica di Pahlavi si esplicherebbe mediante dinamiche che alterano profondamente il contesto iraniano contemporaneo. In primo luogo, egli eserciterebbe un controllo sostanziale sull’agenda pubblica attraverso una funzione di agenda-setting che stabilisce i criteri del confronto tra le istituzioni e la società civile, orientando i temi focali del conflitto interno. Tale influenza si traduce in capacità di mobilitazione concreta, poiché la sua figura agirebbe come catalizzatore in grado di trasformare l’adesione ideale in partecipazione attiva, determinando così la portata e la ricorrenza delle proteste collettive. Questa costante pressione obbligherebbe gli apparati di sicurezza a riconsiderare le proprie tattiche, inserendo la variabile Pahlavi come elemento critico nei calcoli di stabilità e sopravvivenza del sistema di potere. Inoltre, la natura della sua leadership si caratterizzerebbe per una dimensione prevalentemente simbolica e discorsiva. Pur in assenza di un programma burocratico minuzioso o di piani dettagliati in ambito macroeconomico e amministrativo, la centralità di Pahlavi risiederebbe nella sua percezione come asse portante di una potenziale transizione sistemica. Egli opererebbe come un contenitore di istanze popolari in cui confluiscono le aspirazioni di mutamento sociale, consolidando la propria rilevanza attraverso una legittimazione diffusa che lo identifica come il riferimento reale per il superamento dello status quo. La “vaghezza” della sua proposta, quindi, potrebbe essere un modo interessante per aumentare l’in-group, cioè unire tutti sotto un’unica bandiera, messe da parte le differenze, per il raggiungimento dell’obiettivo comune: il cambio di regime.

Il ruolo delle donne e dei giovani

L’idea è che le donne agiscano come il motore di una rivoluzione culturale che sfida la legittimità simbolica del regime e che i giovani forniscano la massa critica e l’innovazione necessaria per trasformare lo scontento sociale in una minaccia politica esistenziale per la struttura teocratica.

In primis, il protagonismo femminile in Iran può essere interpretato attraverso il modello dei nuovi movimenti sociali di Alberto Melucci (5). Secondo questo approccio, i movimenti contemporanei non lotterebbero solo per interessi materiali, ma per la riappropriazione di spazi di soggettività e per la costruzione di un’identità che si oppone alla penetrazione dello Stato nella vita privata. Fin dal 1979, le donne hanno reagito all’imposizione di codici di condotta islamici. Questa azione è sì una protesta politica, ma potrebbe anche essere un tentativo di “farsi riconoscere” come attori – anzi, sarebbe meglio dire “attrici” – autonomi rispetto alle rappresentazioni culturali dominanti. Il culmine di questa dinamica si potrebbe osservare nel 2022 con lo slogan “donna, vita, libertà”, quando la rimozione del velo diventò una pratica di azione sociale diretta mirata ad avere un impatto non-mediato sulla società. Inoltre, le donne, attraverso la rivendicazione dei diritti umani e della cooperazione (valori verso cui tendono a mostrare maggiore propensione rispetto agli uomini), spingerebbero il sistema verso un modello laico-libertario, fondato sulla riconciliazione e il libero sviluppo individuale (6).

Inoltre, l’importanza della componente giovanile e studentesca risulta evidente sia nel 1999 che nel 2026. Dal punto di vista sociologico, i ragazzi iraniani rappresenterebbero una vera e propria generazione politica che condivide ideali simili e un’attitudine critica verso l’ordine costituito (lo status quo creato dai padri). Se le coorti più anziane tendono a privilegiare la sicurezza e la stabilità, le nuove generazioni pongono al centro del dibattito la trasformazione profonda del sistema e l’equità sociale. Questo fenomeno trova radici in una socializzazione di tipo riflessivo: i giovani rielaborano i valori in modo autonomo rispetto ai padri, reagendo alle criticità istituzionali, come dimostrato dalle proteste universitarie del secolo scorso e dal recente attivismo del biennio 2025-2026.

Sul piano delle dinamiche collettive, le proteste di questi giorni starebbero segnando un’evoluzione nelle strategie di protesta. Si sta assistendo a una transizione dalla logica dei grandi numeri, caratterizzata dalle oceaniche manifestazioni del 2009 e del 2022, ma finora risultata fallimentare nel suo intento, verso la logica del danno materiale. Quest’ultimo approccio si focalizza sul sabotaggio delle infrastrutture di controllo governativo e sull’adesione a scioperi strategici capaci di bloccare l’economia, mirando a colpire l’efficienza operativa del potere centrale anziché limitarsi alla sola presenza in piazza.

La Sociologia politica

Per comprendere la traiettoria del regime iraniano è utile, in prima istanza, analizzare la sua natura attraverso la teoria delle élite (Mosca e Pareto) e le categorie weberiane del potere.
Secondo Gaetano Mosca (7), ogni classe politica giustificherebbe il proprio potere attraverso una “formula politica”, ovvero un principio astratto (in questo caso il diritto divino e il carisma di Khomeini) che renderebbe l’obbedienza un dovere morale e non solo una costrizione. L’evoluzione storica delle proteste mostrerebbe lo sgretolamento di questa formula. Nella fase 1979-1995, il regime godeva di una certa legittimità basata sulla tradizione e sul carisma. Nel 2026, l’incapacità di garantire sia benefici materiali (sussistenza) che simbolici sembrerebbe aver eroso la “credenza nella legittimità”. Detto in termini weberiani, sembrerebbe aver lacerato la parte di “legittimità” sul monopolio delle risorse di violenza. Di conseguenza, il regime è regredito dall’autorità alla pura potenza, definita come la capacità di imporre la propria volontà tramite la forza fisica (le esecuzioni e l’uso delle armi), indipendentemente dal consenso dei dominati.
La frattura interna tra il presidente Pezeshkian e la Guida suprema Khamenei evidenzierebbe una sclerosi nella circolazione delle élite. Il sistema teocratico sembra aver impedito l’assorbimento di elementi nuovi e capaci (contro-élite), chiudendosi in una casta oligarchica (8). Secondo Pareto (9), quando una classe dirigente non riesce più a integrare le istanze emergenti e perde la capacità di usare la forza in modo efficace o consensuale, il suo declino è inevitabile e spesso violento.

In seconda istanza, è utile anche applicare il modello (10) secondo cui il sistema politico iraniano potrebbe essere inquadrato come una “scatola nera” che riceve input dall’ambiente sociale e internazionale. Gli input sono le richieste di sussistenza economica, le libertà civili, la fine della corruzione; il sostegno al regime, che è crollato drasticamente con la classe mercantile/borghese in rivolta; e lo stress ambientale, soprattutto le sanzioni internazionali e le minacce militari di Israele e Stati Uniti – non ultima, l’inflazione al 40%. Il regime pare non essere più in grado di convertire questi input in output decisionali accettabili (policies). L’unica risposta prodotta è la repressione (output coercitivo). Tuttavia, poiché il feedback è interrotto (nel senso che il regime non ascolta o non può rispondere alle domande del popolo, l’input), il ciclo si rompe: la repressione non genera più stabilità, ma alimenta ulteriori domande radicali (“morte all’autocrate”), portando il sistema verso il sovraccarico e la potenziale disintegrazione.

La Scienza politica (11)

Il modello “uscita-voce-lealtà” (12) è probabilmente la soluzione più efficace ai fini dell’analisi. Possiamo considerare la lealtà come in esaurimento: ben in pochi sembrano sostenere il regime (status quo), altrimenti in un paese così repressivo non si verificherebbero proteste di questa portata. Possiamo quindi considerare due sole opzioni possibili per il cittadino iraniano insoddisfatto: l’uscita, cioè l’abbandono del sistema (emigrazione) o il sottrarsi economicamente (scioperando, partecipando al mercato nero); la voce, cioè protestare, lamentarsi e chiedere riforme, anche se il costo è elevato, talvolta la vita. In questo caso, otteniamo due equilibri. Da un lato, fino al 2009 il regime ha ignorato qualsiasi forma di voce (le proteste studentesche e il Movimento verde) perché riteneva che i cittadini non avessero una credibile opzione di uscita o che fossero ancora vincolati alla lealtà rispetto al sistema islamico (anche se, in realtà, la diaspora iraniana all’estero contava circa 4 milioni di persone già nel 2021). Secondo il modello, se lo Stato sa che il cittadino non ha vie di fuga credibili o è leale, risponderà a qualsiasi forma di voce (di protesta) semplicemente ignorandola. Dall’altro lato, nel dicembre 2025 questo equilibrio potrebbe essere cambiato. L’analisi dei fatti fino al gennaio 2026 mostrerebbe un mutamento strutturale in quanto la crisi economica e la repressione brutale hanno azzerato la lealtà. Senza lealtà, i cittadini sono più propensi a utilizzare l’uscita o una voce radicale, anche violenta rispetto al passato; gli scioperi generali descritti nella sezione storica (che paralizzano oltre 100 centri abitati e il settore mercantile) trasformano poi la voce in una minaccia economica reale. In termini di teoria dei giochi, i cittadini stanno dimostrando di avere un potere contrattuale: possono privare lo Stato delle risorse necessarie per la sua sopravvivenza – meno persone lavorano, meno soldi ci sono per l’élite. Di fronte a questa minaccia credibile, lo Stato (come previsto dal modello quando la lealtà è assente) non sta rispondendo con concessioni, ma sta tentando di alzare il costo della protesta attraverso una repressione letale. Tuttavia, la modernizzazione e la crisi economica rendono la società più complessa e difficile da reprimere totalmente senza distruggere l’economia stessa da cui il regime dipende (13). I cittadini iraniani saranno in grado di rovesciare il regime distruggendo il sistema economico attuale per poi riformarlo da capo?

Un’altra chiave interpretativa efficace è la teoria del selettorato (14). Il regime iraniano può essere interpretato come una struttura politica definita da un ampio selettorato a fronte di una coalizione vincente ristretta, una configurazione che accomuna spesso le monarchie assolute e i sistemi autoritari. In questo schema, la coalizione vincente rappresenta quella cerchia ristretta composta dai vertici del clero, dai Guardiani della rivoluzione e dalle élite finanziarie, la cui approvazione è indispensabile per la stabilità della leadership. Al contrario, il selettorato comprende la cittadinanza complessiva, che pur partecipando formalmente alla vita pubblica non dispone di un potere decisionale concreto.
Il meccanismo di conservazione del potere si basa sulla capacità della Guida suprema di garantire vantaggi materiali esclusivi ai membri della coalizione dominante. Finché i benefici economici e le posizioni di prestigio superano le incertezze di un eventuale ribaltamento politico, la fedeltà del gruppo di potere rimane salda, seguendo una precisa norma di convenienza. Tuttavia, la congiuntura critica del gennaio 2026 evidenzia una pericolosa contrazione delle risorse disponibili. La svalutazione monetaria e l’impiego massiccio di capitali nei teatri bellici esterni limitano drasticamente la possibilità del leader di sovvenzionare i propri sostenitori, innalzando proporzionalmente il pericolo di colpi di mano o tradimenti interni. Un segnale particolarmente allarmante per la stabilità del sistema è il distacco dei mercanti, un ceto storicamente legato alla teocrazia che ora invece sembra avvicinarsi ai moti di piazza. Quando i pilastri della coalizione percepiscono che l’attuale gestione non è più in grado di tutelare i loro interessi nel lungo periodo, tendono a rivolgersi verso una figura alternativa. In questo scenario, il ruolo di Reza Pahlavi diventa centrale come catalizzatore dell’opposizione (15).

La politica internazionale

Analizzando la situazione dal punto di vista delle Relazioni internazionali non si può prescindere da che cosa dicono le principali teorie, dalle tre immagini di Waltz (individuale, statale, sistemica) e dai modelli specifici che bene si adattano al contesto (la teoria polieuristica, il modello della teoria burocratica, il ruolo delle norme e della società civile transnazionale).

Primo, le principali teorie delle Relazioni internazionali:

Il Liberalismo.
L’analisi liberale evidenzia il fallimento dell’interdipendenza economica come stabilizzatore. Le sanzioni e l’isolamento dai mercati globali hanno eroso il contratto sociale, dimostrando che l’assenza di integrazione nelle istituzioni internazionali incrementa la propensione al conflitto interno ed esterno. Inoltre, la natura non-democratica del regime impedirebbe l’attivazione dei meccanismi della pace democratica: l’assenza di accountability elettorale permette alle élite di perseguire politiche estere costose (proxy wars, le guerre per procura) senza il consenso dei governati, fino al punto di rottura attuale.

Il Costruttivismo.
Il Costruttivismo guarda al conflitto dal punto di vista dell’identità: chi e cosa vogliono essere i giovani iraniani? Quelli della non-democrazia teocratica oppure quelli liberi? La politica estera iraniana è stata storicamente costruita su una norma identitaria di rigetto contro l’Occidente. Tuttavia, l’emergere di norme concorrenti trasmesse transnazionalmente, supportate dalla diaspora e da figure come Reza Pahlavi, sembrerebbe aver innescato una crisi di legittimità ontologica. La struttura sociale non è data solo dalla distribuzione materiale (armi, ricchezza – come prevede la teoria del selettorato), ma dalle idee condivise; la delegittimazione dei simboli teocratici (l’imposizione del velo sciolta come protesta, gli slogan anti-USA) indebolisce la capacità del regime di mobilitare risorse per la politica estera.

Il Realismo.
Al di là delle diverse tipologie di Realismo, ciò che potrebbe maggiormente preoccupare la Comunità internazionale è la stabilità dell’area. Nel breve periodo, per esempio, la debolezza del regime attuale potrebbe portare a interventi esterni – soprattutto da parte di Israele e degli Stati Uniti – e, nel lungo periodo, la ridefinizione delle forze in gioco: Stati arabi, Cina, Israele, Russia e pirateria (Houthi).

Secondo, le tre immagini di Waltz:

  • La prima immagine (l’individuo).
    Khamenei opera secondo un sistema di credenze rigido, secondo i dettami religiosi e dovendo soddisfare le aspettative dei sostenitori, nel quale ogni concessione è percepita come un segnale di debolezza che inviterebbe a ulteriori pressioni (effetto domino). È logico: altrimenti non sarebbe una teocrazia. Al contrario, Reza Pahlavi agisce come imprenditore normativo, utilizzando una comunicazione potenzialmente efficace per ridefinire l’interesse statale non più in termini teocratici, ma secolari.
     
  • La seconda immagine (lo Stato).
    A livello statale è cruciale il ruolo dell’opinione pubblica in politica estera. Contrariamente alla visione realista classica che vede il pubblico come irrilevante, i costi della politica estera (sanzioni, fondi alle milizie regionali) hanno generato un vincolo domestico insormontabile. Si osserva il fenomeno della “elasticità della domanda” di politica estera: la popolazione, di fronte al crollo della sussistenza (inflazione al 40%), non accetta più il trade-off tra “welfare e cannoni”. La percezione pubblica che le risorse siano drenate da avventure estere anziché dal welfare interno ha trasformato la politica internazionale in un vettore di instabilità interna, attivando meccanismi che minacciano la sopravvivenza del regime in modo simile alle minacce interne. In altre parole, la decisione dei “membri che contano” della Comunità internazionale di isolare l’Iran apponendo sanzioni influenza l’instabilità interna.
     
  • La terza immagine (il Sistema internazionale).
    L’anarchia del Sistema internazionale e la struttura tendenzialmente unipolare a guida Stati Uniti impongono vincoli stringenti – anche se, nel contesto sub-regionale (MENA Region, Middle-East and North-Africa Region), è la regione, mentre la sub-regione è la zona del Medio Oriente), è necessario tenere in considerazione l’approccio di un sistema tendenzialmente multipolare. La posizione degli Stati Uniti (che rappresentano una minaccia credibile della forza, come si è visto nel 2025) e l’isolamento diplomatico riducono lo spazio di manovra dell’Iran. In assenza di un bilanciatore esterno efficace (Russia o Cina), l’Iran subisce la pressione strutturale di un sistema che penalizza gli Stati revisionisti privi di capacità di deterrenza economica o militare convenzionale sufficiente. In effetti, le recenti vicende in Venezuela e in Siria sembrano far pensare che Putin non sia materialmente in grado di intervenire, forse per overstretching generato dall’invasione dell’Ucraina, e che la Cina non ne abbia l’intenzione.

Terzo, le teorie specifiche:

La teoria polieuristica (Mintz, 2003).
Questa teoria, elaborata da Mintz, è la più adatta a spiegare il decision-making process di Khamenei di fronte alle proteste. La teoria postula un processo decisionale a due stadi. In primis, il primo stadio è la fase non compensatoria nella quale il decisore scarta tutte le alternative che minacciano la sopravvivenza politica del regime, indipendentemente dai benefici su altri piani (economico o diplomatico). Nel caso iraniano, l’opzione “liberalizzazione/apertura”, pur potendo alleviare le sanzioni e le proteste, viene scartata a priori perché percepita come letale per la tenuta del sistema teocratico (principio del “non-suicidio”, come invece è accaduto per la Polonia alla fine della Guerra fredda). In secundis, il secondo stadio è la fase razionale. Tra le opzioni rimanenti (repressione moderata, repressione violenta, diversione esterna), il regime sceglie quella che massimizza l’utilità relativa. La scelta della repressione violenta (l’uso delle armi, le esecuzioni raddoppiate in numero) e del blocco Internet, nonostante i costi reputazionali internazionali e il rischio di intervento USA, risulta l’unica opzione “sopravvivenza”. La teoria spiegherebbe perché il regime attuale persegua politiche apparentemente irrazionali (che distruggono l’economia): la sopravvivenza politica è la dimensione non-compensabile. Un ruolo centrale, in questo caso, possono giocarlo i vari bias cognitivi di cui i leader possono essere soggetti (come l’avversione al rischio) e la razionalità limitata;

Il modello della politica burocratica (Allison, Halperin; 1972).
L’analisi storico-cronologica evidenzia una frattura tra il presidente Pezeshkian (approccio apparentemente più cauto) e la Guida suprema/apparati di sicurezza (posizione intransigente). Secondo questo modello (16), la politica estera non è un output unitario razionale, ma la risultante di negoziazioni e scontri tra diverse agenzie statali. Quindi, l’IRGC (Guardie della rivoluzione) detiene il monopolio delle risorse di violenza e interessi economici vasti; la presidenza gestisce l’amministrazione civile e la diplomazia formale. La risposta alla crisi (blocco di Internet, repressione) rifletterebbe la dominanza dell’apparato securitario sulla burocrazia civile. La politica estera diventa perciò incoerente: i tentativi diplomatici del governo civile vengono sabotati dalle azioni sul campo dell’apparato militare. L’esito osservato (l’escalation delle proteste) indicherebbe che l’equilibrio burocratico si sia spostato totalmente verso gli hardliners (l’élite, cioè la fazione che detiene una posizione intransigente e che domina il processo decisionale), rendendo la politica estera iraniana impermeabile alle istanze di moderazione interne ed esterne.

La distinzione tra “interno/domestico” ed “esterno/internazionale” sembra essere collassata. Le proteste guidate dalle donne e dai giovani, supportate dalla diaspora e da figure come Reza Pahlavi, non sono solo eventi domestici ma atti di politica estera dal basso. L’uso di simboli globali (la canzone ripresa anche dai Coldplay, gli slogan universali) internazionalizza il conflitto. I gruppi domestici bloccati (l’opposizione interna) aggirano lo Stato appellandosi agli alleati internazionali (diaspora, media, governi occidentali). La risposta del regime (blocco di Internet totale confermato da NetBlocks) è un tentativo disperato di spezzare questo circuito transnazionale. Tuttavia, l’efficacia di Pahlavi nel fare agenda-setting dimostrerebbe che il regime abbia almeno in parte perso il monopolio della narrazione di politica estera. A internazionalizzare ulteriormente il conflitto è una possibile fuga dell’élite verso paesi amici, come accaduto per Assad in Siria.

Un intervento dall’esterno, per esempio militare da parte di Donald Trump o di Benjamin Netanyahu, potrebbe quindi cambiare la situazione?
Dal punto di vista della Scienza politica e della teoria del selettorato, l’irruzione di una forza esterna modificherebbe i calcoli strategici della coalizione al potere. Invece di favorire un collasso immediato, la minaccia straniera potrebbe innescare un processo di coesione interna noto come rally ‘round the flag, rallentando eventuali defezioni tra i ranghi del regime. Coerentemente con la teoria polieuristica, la leadership di Khamenei percepirebbe ogni concessione o liberalizzazione come un segnale di debolezza letale, preferendo raddoppiare gli sforzi repressivi per garantire la sopravvivenza del sistema. Il regime cercherebbe inoltre di rinvigorire la propria legittimità simbolica dipingendo i disordini non come espressioni di malessere civile, ma come un tradimento orchestrato da potenze ostili, tentando così di mobilitare nuovamente le componenti della popolazione ancora legate al sentimento anti-Occidentale. L’internazionalizzazione del conflitto avrebbe ripercussioni profonde sulla percezione della contro-élite e sul tessuto sociale. La figura di Reza Pahlavi, pur agendo come perno simbolico dell’opposizione, rischierebbe di veder compromessa la propria autorità qualora venisse percepito come un leader imposto da eserciti stranieri, frammentando la fragile alleanza tra le correnti repubblicane e le minoranze etniche del paese. Parallelamente, l’impiego della forza bellica trasformerebbe la dinamica della protesta da una logica basata sulla resistenza civile e il danno economico a una logica di guerra totale. Questo scenario aumenterebbe drasticamente i costi di uscita per i membri dell’apparato di sicurezza che, temendo ritorsioni violente in caso di caduta del regime, preferirebbero continuare a sostenere la struttura di potere esistente piuttosto che sperare in future amnistie o transizioni pacifiche.
Da un punto di vista leggermente più sociologico, inoltre, Gaetano Mosca suggerisce che un sistema stabile debba poggiare su un principio di legittimità accettato dalla popolazione. Se il cambio di regime venisse percepito come un’imposizione dall’esterno (con le armi), in linea con l’idea costruttivista, il paese soffrirebbe di un deficit di legittimità originario, rendendolo vulnerabile alla narrazione delle contro-élite radicali che lo dipingerebbero come un governo fantoccio. Nonostante possa avere effetti minimi sull’esito immediato della protesta (che è la riuscita della rivoluzione), ciò renderebbe, nel lungo periodo, il sistema (ora “democratico”) più instabile, esponendolo a un maggior rischio di crisi interne. In altre parole, il nuovo Iran potrebbe, dopo un certo numero di anni, cadere in una frammentazione che lo spingerebbe verso una regressione autoritaria; per esempio, questo successe in Afghanistan (17). La legittimità del governo, per garantire la stabilità del sistema, è preferibile che sia endogena e bottom-up, non esogena, imposta dall’esterno.

Il Diritto internazionale

In questo scenario, la minaccia degli Stati Uniti, di Israele, o di entrambi, di intervenire militarmente in Iran per fermare la repressione sui civili si scontra con uno dei pilastri fondamentali del Diritto internazionale: il divieto dell’uso della forza sancito dalla Carta ONU. In linea di principio, l’ultimatum di Washington costituirebbe una violazione della sovranità iraniana, a meno che non rientri nelle rigide eccezioni previste, ossia la legittima difesa o un’esplicita autorizzazione del Consiglio di sicurezza. Senza questi presupposti, un attacco basato solo sulla volontà di interrompere le violenze interne verrebbe classificato giuridicamente come un atto di aggressione illegittimo – esattamente come accaduto in Venezuela.
Tuttavia, la dottrina strategica americana abbraccia spesso il concetto di “difesa preventiva”: qualora il caos interno a Teheran rischiasse di degenerare in attacchi diversivi o nell’uso di armamenti non-convenzionali, l’intervento verrebbe presentato non come un attacco, ma come una necessità improrogabile per neutralizzare una minaccia imminente alla sicurezza nazionale e internazionale.
Molto più debole appare invece la strada dell’intervento puramente umanitario. Sebbene la dottrina della responsabilità di proteggere (R2P) stabilisca che la Comunità internazionale debba agire contro genocidi o crimini contro l’umanità – quest’ultima è fattispecie nella quale rientrano le esecuzioni sommarie e le torture perpetrate dal regime – tale azione richiede imprescindibilmente il via libera del Consiglio di sicurezza ONU. Dato il probabile veto di Russia o Cina, un’operazione unilaterale americana ricalcherebbe il controverso precedente del Kosovo del 1999: un intervento considerato da molti eticamente necessario per salvare vite umane, ma formalmente illegale sul piano giuridico.

Al di là della possibilità legale o meno dell’intervento, a incidere rimangono la personalità di Donald Trump, la sua amicizia con Reza Pahlavi, il suo rapporto con Benjamin Netanyahu, le elezioni di medio termine americane, un’eventuale rappresaglia sostenuta dagli alleati dell’Iran e, infine, la percezione da parte israeliana di una minaccia esistenziale imminente.

L’economia

L’analisi suggerisce una situazione critica. L’allocazione delle risorse statali verso le operazioni militari e i conflitti regionali configura un classico trade-off tra welfare e cannoni (già precedentemente accennato), in cui il potenziamento bellico avviene a discapito dei servizi pubblici, generando un’inefficiente distribuzione del capitale statale. Tale squilibrio strutturale si manifesta attraverso l’inflazione e il crollo del tasso di cambio, con una svalutazione del riyal e un’inflazione che raggiunge il 40%, indici di una profonda instabilità monetaria. La capacità produttiva è ulteriormente compromessa da gravi shock dell’offerta causati da scioperi generalizzati che paralizzano il comparto industriale e commerciale, riducendo l’offerta aggregata. Il quadro è aggravato dalle sanzioni economiche internazionali che impongono un’autarchia forzata, limitando drasticamente il commercio e l’efficienza tecnologica. Il deterioramento sistemico del potere d’acquisto conduce infine a un’economia di sussistenza, dove le proteste evolvono da istanze ideologiche a necessità primarie, alimentando le rivolte “della sussistenza”.

Parlando nel breve periodo, l’attuale configurazione dell’economia iraniana si delinea come uno shock dell’offerta aggregata in negativo. La paralisi produttiva, derivante dagli scioperi coordinati in oltre 100 centri abitati, determina una traslazione della curva dell’offerta aggregata verso sinistra (vuol dire che l’economia sta subendo uno shock dell’offerta aggregata negativo). In conformità con i modelli macroeconomici, tale contrazione genera un duplice effetto distorsivo: da una parte, una riduzione del prodotto interno lordo reale e, dall’altra, un contestuale incremento del livello generale dei prezzi, configurando un fenomeno di stagflazione.
L’analisi monetaria evidenzia un’inflazione al 40% alimentata dalla svalutazione del riyal: attraverso l’equazione della Teoria quantitativa della moneta, si rileva che la crisi di fiducia nelle istituzioni accelera la velocità di circolazione della moneta. Gli agenti economici, nel tentativo di preservare il valore reale dei propri asset, si disfano della valuta locale per acquisire beni rifugio o valuta estera, alimentando una spirale inflazionistica che prescinde dalle manovre sull’offerta di moneta da parte della Banca centrale.
Sotto il profilo microeconomico, la transizione verso le rivolte della sussistenza riflette una trasformazione del vincolo di bilancio delle famiglie. Il rincaro dei beni primari ha eroso il surplus del consumatore, spostando la popolazione rurale e mercantile al di sotto della soglia di utilità minima (cioè la soglia della povertà). La domanda di beni essenziali, caratterizzata da un’elevata anelasticità rispetto al prezzo, rende l’incremento del costo della vita una variabile non più compensabile, trasformando lo squilibrio economico in un fattore di instabilità politica irreversibile.

Nel lungo periodo, invece? Il dilemma Guns vs Butter descrive la scelta strategica dell’Iran di privilegiare la spesa militare rispetto al welfare. Tale posizionamento sulla frontiera delle possibilità di produzione non riflette solo una preferenza politica, ma, nel contesto attuale, rivela una contrazione della frontiera stessa. Le sanzioni internazionali e l’isolamento tecnologico agiscono come fattori recessivi che riducono le opzioni di consumo totale della società.
La repressione sistematica e l’elevato numero di esecuzioni capitali (stimate in 1.500 nel 2025) configurano una distruzione deliberata di capitale umano. Secondo i modelli di crescita endogena, il progresso economico dipende dall’accumulazione di conoscenze e competenze. L’instabilità politica e la violenza di Stato agiscono, in questo senso, come disincentivi agli investimenti in istruzione e innovazione, provocando una fuga di cervelli e riducendo il PIL potenziale nel lungo termine. La forza lavoro residua subisce un decremento della produttività marginale a causa del clima di insicurezza e della mancanza di infrastrutture sociali.
La gestione inefficiente delle risorse idriche e la corruzione strutturale sono sintomi di quelle che Acemoglu e Robinson definiscono “istituzioni estrattive”. Tali apparati non mirano alla massimizzazione del benessere collettivo, ma al drenaggio delle risorse/rendite a favore di una ristretta élite (analogamente a quanto accade alle risorse russe con gli oligarchi). Il risultato è un’economia che opera permanentemente al di sotto della propria capacità produttiva massima; il sistema non si trova in equilibrio, ma in un punto interno di inefficienza tecnica, dove le risorse esistenti non vengono utilizzate per generare crescita per tutti, bensì per mantenere il controllo coercitivo da parte dell’élite.

Per quanto riguarda gli effetti sull’economia internazionale: nel breve periodo, il panorama energetico e la gestione delle aspettative influenzano profondamente l’economia globale nonostante il regime sanzionatorio. La tensione nel Golfo Persico, area nevralgica per gli approvvigionamenti, condiziona le previsioni degli investitori internazionali; l’eventualità di un’escalation bellica o di un coinvolgimento diretto degli Stati Uniti genera un immediato innalzamento dei premi per il rischio sulle quotazioni del greggio. Questo fenomeno si traduce in potenziali shock esterni che colpiscono duramente i bilanci dei paesi dipendenti dalle importazioni energetiche, alterando gli equilibri di prezzo mondiali.
Il crollo verticale del riyal può essere analizzato attraverso la teoria dell’asset approach applicata al mercato valutario, nel quale il valore della moneta riflette le proiezioni future sull’economia del paese. Gli attori finanziari, prevedendo una svalutazione sistematica alimentata dal disordine interno e dall’isolamento digitale forzato dai blocchi delle comunicazioni, accelerano il deflusso dei capitali verso l’estero. In questo scenario, la valuta statale perde di fatto la sua convertibilità nei canali bancari istituzionali, incentivando la proliferazione di circuiti di scambio sommersi (ciò è già successo in Argentina); questi mercati paralleli impongono tassi di cambio estremamente penalizzanti, rendendo quasi insostenibile l’acquisto di forniture estere essenziali come la strumentazione tecnologica e i prodotti farmaceutici.

Nel lungo periodo, l’imposizione di sanzioni e l’isolamento digitale sistematico stanno tagliando fuori Teheran dai circuiti finanziari mondiali e l’Iran vede svanire i profitti derivanti dal vantaggio comparato. Costretto all’autosufficienza forzata o a scambi illegali, lo Stato deve ora produrre internamente beni per i quali manca di efficienza produttiva (quella che, precedentemente, si è definita come una situazione di autarchia), causando un crollo verticale della ricchezza collettiva. Inoltre, il clima di instabilità perenne trasforma l’Iran in un’area inaccessibile per gli investitori globali più prudenti. Questa condizione preclude non solo l’afflusso di liquidità, ma interrompe anche quel fondamentale scambio di competenze tecnologiche indispensabile per rinnovare il settore energetico e industriale. Di conseguenza, il paese è destinato a un declino tecnologico strutturale nei confronti dei propri competitor regionali, salvo interventi rapidi e radicali.

Risultato

Per cercare di immaginare gli esiti possibili servirebbe una squadra di politologi e di matematici, riuniti sotto l’ombrello della teoria dei giochi. Tuttavia, nel testo si è delineata una situazione precisa per la quale il successo della transizione politica verso una maggiore democratizzazione in Iran e il conseguente cambio di regime risultano a mio parere condizionati dalla convergenza di variabili endogene ed esogene, analizzabili attraverso, ma non solo, la teoria della scelta razionale e il modello del selettorato (proposti).

Il collasso dell’autoritarismo teocratico potrebbe pertanto essere subordinato alle seguenti condizioni: la scomposizione della coalizione vincente (leadership iraniana sarà in grado di garantirsi la lealtà dei propri apparati repressivi?) e garanzie post-transizione (risulta fondamentale l’offerta di un’amnistia o di un’integrazione nel nuovo assetto istituzionale per neutralizzare il timore di persecuzioni future per polizia e reparti di sicurezza), il ruolo di Reza Pahlavi, che deve configurarsi come un’alternativa simbolica credibile, in grado di spezzare il monopolio del capitale sacro detenuto dall’élite clericale (18), l’isolamento internazionale del regime (la neutralità di attori sistemici quali Russia e Cina è un requisito fondamentale. Un mancato intervento esterno a supporto di Teheran ridurrebbe drasticamente la capacità di resistenza del regime di fronte alle spinte bottom-up. Inoltre, rilevante potrebbe essere la promessa dell’Occidente (UE in primis) di rimuovere le sanzioni a regime sostituito, i fallimenti decisionali delle élite (l’incapacità di alternare concessioni e repressione in modo efficace accelererebbe lo sgretolamento della formula politica teocratica).

Per terminare il ragionamento, si ritiene che la combinazione di tutti questi fattori, endogeni ed esogeni, in misura diversa, possa decretare il successo del tentativo rivoluzionario.

Per concludere e tirare le fila del discorso, l’architettura istituzionale iraniana sembra attraversare una profonda crisi d’identità, causata dal logoramento del dogma religioso e dall’incapacità cronica di garantire servizi e benessere alla popolazione. Il potere politico, seguendo una strategia di pura autoconservazione che ignora le necessità dell’economia, ha finito per trasformare i cittadini in una controparte sociale laica e consapevole. Dal punto di vista della scienza politica, la possibilità che le proteste sfocino in una reale democratizzazione o in un ribaltamento del sistema potrebbe dipendere dalla capacità di incrinare il blocco di potere principale, stimolando la diserzione dei ranghi intermedi delle forze di sicurezza. Per far sì che ciò avvenga occorrerebbe che la forza d’urto degli scioperi economici si saldi a una proposta istituzionale solida, guidata da figure di coordinamento esterno come Reza Pahlavi (assunto, però, che egli sia una figura includente e non escludente). Soltanto promettendo l’impunità o il reinserimento futuro ai funzionari tecnici e ai militari sarà probabilmente possibile disinnescare l’uso della violenza e avviare il passaggio verso uno Stato laico e rappresentativo. A ciò, si aggiunga il fatto che un’eventuale apertura, seppur minima, da parte del regime, anche solo tramite un discorso al paese, potrebbe causare una cascata rivoluzionaria inarrestabile; al contrario, una chiusura ulteriore sarebbe catastrofica, chiudendo ogni possibilità di uscita da parte dei manifestanti e sfociando in una repressione ancora più violenta.
La riflessione sul possibile crollo del sistema di potere iraniano si colloca in un orizzonte teorico dove l’instabilità finanziaria e le rivolte di piazza sono considerate variabili necessarie ma non sufficienti a determinare la fine di un regime. Al momento, l’equilibrio del governo è scosso da un isolamento economico severo e dal venir meno delle politiche redistributive, elementi che hanno spezzato il consenso storico delle classi meno abbienti. Si osserva inoltre una frammentazione tra i vari centri di comando, che vede contrapposti la presidenza, le gerarchie clericali e le agenzie di sicurezza. La letteratura sociologica insegna tuttavia che le non-democrazie sanno resistere a crisi durissime se mantengono l’unità degli organi repressivi e se l’opposizione resta frammentata..

La tenuta del sistema iraniano si fonda sulla compattezza dei Pasdaran, i quali operano come un attore ibrido con enormi interessi economici, militari e ideologici, e sull’assenza di un polo alternativo capace di unificare il paese. Il potere centrale ha fino a oggi dimostrato una spiccata flessibilità nel gestire il malcontento, alternando pugno di ferro e concessioni calcolate per placare momentaneamente gli animi. Di conseguenza, i tumulti attuali non indicano necessariamente una transizione democratica imminente, quanto piuttosto una voragine di credibilità che può condurre a scenari tra loro diversi: un inasprimento della dittatura, una riorganizzazione interna del potere o, sebbene più complesso, un collasso sistemico. In ultima analisi, la traiettoria degli eventi sarà tracciata non solo dalla persistenza della protesta, ma soprattutto dalla tenuta dei patti interni alle classi dirigenti e dalle scelte tattiche dei vertici dello Stato.


 

  1. Questa analisi riconosce apertamente i propri limiti metodologici e i rischi di distorsione cognitiva, elementi necessari per garantire una corretta onestà intellettuale. Il primo ostacolo è rappresentato dal pregiudizio di selezione, poiché la focalizzazione dei media sulle grandi aree urbane rischia di far apparire la rivolta più uniforme di quanto non sia nelle zone periferiche. Inoltre, si segnala il pericolo del presentismo, che tende a leggere i cicli di protesta passati solo come precursori di quelli attuali, ignorando le specificità storiche e l’autonomia di ogni singolo evento sociale. Un’ulteriore criticità riguarda l’applicazione di schemi interpretativi occidentali che vedono in ogni dissenso una richiesta di democrazia, trascurando motivazioni più concrete come la sopravvivenza economica o le istanze identitarie: non è detto che una protesta contro un regime non-democratico sia motivata da istanze democratiche, ma potrebbe essere che possa semplicemente volere “un po’ più” di apertura. A ciò si aggiunge l’estrema precarietà dei dati numerici su arresti e vittime, spesso manipolati nei contesti non-liberi e pertanto da considerarsi semplici stime. L’esplicitazione di tali vincoli non depotenzia il lavoro di ricerca, ma lo eleva a un livello di maggiore rigore scientifico, favorendo un approccio analitico prudente e lontano da facili determinismi.
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  2. La distinzione è fondamentale per tre motivi: primo, per mettere in guardia il lettore da chi descrive la realtà iraniana ignorandone la natura di autoritarismo teocratico, che dimostra probabilmente una scarsa conoscenza della materia. Secondo, perché la distribuzione delle cariche tra più soggetti aumenta sensibilmente la capacità di sopravvivenza del regime stesso, in linea con la teoria del selettorato di Bueno de Mesquita. Terzo, perché (in linea con la teoria elitista) in Iran l’oligarchia clericale si è chiusa, poiché impedisce il ricambio delle élite e si trasforma quindi in una casta che difende i propri privilegi. Questo blocco ha creato una frattura tra governanti e governati, con la conseguenza che le contro-élite (cioè i governati) debbano obbligatoriamente cercare delle soluzioni extra-istituzionali per far sentire la propria voce.
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  3. Stoppino (1983)
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  4. Luo et al. (2024), i quali chiariscono i motivi per cui una classe dirigente preferisca la non-democrazia alla (liberal)democrazia in base alla gestione della forza e della ricchezza
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  5. Citato in Raniolo, 2024.
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  6. Secondo la tipologia coniata da David Apter (citata in De Nardis, 2023).
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  7. Citato in De Nardis, 2023.
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  8. Come già accennato nel paragrafo 1
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  9. Citato in De Nardis, 2023.
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  10. David Easton citato in De Nardis, 2023.
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  11. Per semplicità escludo dal ragionamento il discorso sulle preferenze manifeste e latenti, che porta alla cascata rivoluzionaria. Non lo ritengo necessario: le persone sono già in piazza e in grande quantità.
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  12. Hirschman (1970)
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  13. Clark, Golder e Golder (2011).
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  14. Bueno de Mesquita et al., 2003
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  15. Come già sottolineato, egli funge da punto di raccordo per i dissidenti, offrendo una visione di cambiamento che permette ai burocrati e ai militari disillusi di intravedere un nuovo assetto istituzionale. La sua strategia di mantenere linee programmatiche generiche risulta allora funzionale a raccogliere un appoggio eterogeneo, consentendo a diverse fasce sociali di identificarsi nella sua proposta di transizione.
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  16. ripreso da Smith, Hadfield, Dunne, 2024
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  17. Il tentativo ventennale di nation-building democratico è fallito precisamente per l’incapacità di generare una formula politica (Gaetano Mosca) che non fosse percepita come estranea alla cultura locale. Il crollo immediato del governo di Kabul dopo il ritiro delle truppe americane (deciso da Trump) dimostra come le istituzioni prive di legittimità endogena siano destinate all’obsolescenza non appena viene meno il sostegno coercitivo esterno.
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  18. La sua funzione di agenda-setting è decisiva per unificare l’opposizione sotto un’unica identità statale laica. È tuttavia necessario valutare se questa figura non rischi di attivare fratture latenti tra le fazioni repubblicane, laiche e le minoranze etniche (curdi, lur), le quali potrebbero percepire un ritorno alla monarchia come una minaccia alla propria autonomia. La vaghezza della proposta è sia un punto di forza per l’aggregazione sia un punto di debolezza per la stabilità post-rivoluzionaria.
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