Che cosa sta accadendo in Iran? (1)
Breve storia delle proteste in Iran dal 1979 al 9 gennaio 2026
La storia delle mobilitazioni popolari in Iran sembrerebbe evidenziare una transizione da istanze prettamente ideologiche e settoriali a una contestazione sistemica al regime teocratico. Il primo periodo, che potremmo definire “fase del consolidamento”, vide le prime Resistenze realizzarsi tra il 1979 e il 1995, le cui cause sono da riscontrarsi nella transizione traumatica verso un ordinamento teocratico, guidato dall’Ayatollah Khomeini, che portò alle prime mobilitazioni a causa dell’imposizione dell’hijab, all’istituzione di codici di condotta islamici rigorosi (quali il divieto di bere alcolici e la segregazione di genere), e all’epurazione delle fazioni politiche non allineate. Le prime a reagire furono le donne con le marce del marzo 1979. Parallelamente, si sviluppò un violento conflitto tra lo Stato e i Mojahedin-e-Khalq (MEK). Negli anni ‘90 la natura delle proteste mutò in senso economico, con rivolte scaturite dall’inflazione e dal costo della vita a Mashhad e Qazvin. Il risultato fu un consolidamento definitivo del potere clericale attraverso l’istituzione del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica (IRGC). Il dissenso politico fu stroncato con ondate di esecuzioni, mentre le norme sociali restrittive vennero codificate in leggi permanenti.

Tra il 1999 e il 2003 si ebbe una seconda ondata di proteste tra tentativi di riformismo e il dissenso studentesco: in questo caso il conflitto fu istituzionale tra l’ala riformista, guidata dal presidente Khatami, e l’apparato conservatore. Il casus belli fu la chiusura del giornale Salam, simbolo della maggiore apertura verso una stampa libera. La rivolta ebbe il suo epicentro nelle università. In seguito a un raid delle milizie Basij nei dormitori dell’ateneo di Teheran, le proteste si estesero ai principali poli accademici del paese. Fu la prima volta che l’opinione pubblica internazionale ricevette immagini dirette della repressione studentesca. La crisi si concluse con un fallimento politico per i riformisti. Khatami non si oppose alla linea dura della Guida suprema e le condanne per le violenze delle forze di sicurezza furono solo simboliche, mentre centinaia di studenti subirono pene detentive e torture.
Una terza ondata si ebbe tra il 2007 e il 2012. Protagonista fu il Movimento verde. All’origine di questa mobilitazione ci fu il malcontento per le politiche populiste di Ahmadinejad, soprattutto il razionamento della benzina e l’accusa di brogli elettorali sistematici nelle elezioni presidenziali del 2009; nacque così il Movimento verde, caratterizzato da marce pacifiche di massa a Teheran e nelle grandi città. La richiesta di trasparenza elettorale si trasformò rapidamente in una critica alla legittimità della Guida suprema e la morte di Neda Agha-Soltan fornì al movimento un’icona del martirio civile. Il regime reagì con una repressione brutale coordinata tra la polizia e le milizie paramilitari. I leader dell’opposizione (Mousavi e Karroubi) vennero isolati politicamente e messi agli arresti domiciliari. Si assistette all’inizio della censura digitale sistematica con il blocco permanente dei principali social network.
Arriviamo così alle “rivolte della sussistenza” e alle crisi ambientali che caratterizzarono il periodo 2017 - 2021: l’erosione del potere d’acquisto dovuta alle sanzioni internazionali e alla gestione economica interna, unita alla rabbia per l’impiego di fondi statali in altri conflitti regionali, contribuì all’avvio di una nuova ondata di proteste. Nel 2019, il rincaro improvviso dei carburanti funse da detonatore.Le proteste del “novembre di sangue” videro una partecipazione massiccia delle classi popolari e dei centri provinciali. Lo Stato rispose con un blackout totale della rete Internet e con le armi. Seguirono quindi proteste per la gestione delle risorse idriche. Fu una delle fasi più letali della storia repubblicana. Le stime ufficiali e indipendenti divergono drasticamente: da 230 a 1.500 morti. Il divario tra la popolazione comune, rurale e operaia, e l’establishment si fece incolmabile.

By Matt Hrkac from Geelong / Melbourne, Australia - Solidarity with Iranian Protests, CC BY 2.0, Wikimedia Commons
Mahsa Amini e la rivoluzione culturale (2022 - 2023)
L’uccisione della giovane ragazza curda, Mahsa Amini, mentre era sotto la custodia della polizia morale per una presunta violazione del codice di abbigliamento, fu la goccia che fece traboccare il vaso.La rivolta, mossa dallo slogan “donna, vita, libertà”, ha travalicato i confini etnici e sociali. Le donne hanno rimosso collettivamente il velo in segno di sfida al regime. Le manifestazioni si diffusero internazionalmente, anche grazie al canto di Resistenza Baraye (trad. it. “per”, “a causa di”) di Shervin Hajipour e ripreso dai Coldplay, portando alla ribalta la questione dei diritti umani e delle libertà civili in Iran; il risultato fu la risposta del regime: oltre 20.000 arresti e l’uso della pena di morte come strumento di deterrenza politica. Sebbene le piazze siano state fisicamente sgomberate, il regime perse il controllo effettivo sull’osservanza dei precetti sociali in ampie zone urbane.
Cosa sta succedendo oggi?
Cosa sta accadendo in Iran tra il dicembre 2025 e il gennaio 2026?
In primo luogo, le cause. Nel solo 2025 si stima che le esecuzioni in Iran siano raddoppiate, raggiungendo una cifra vicina a 1.500. Comunque, le politiche economiche del regime hanno provocato un crollo verticale della moneta e l’esaurimento delle riserve: il riyal ha raggiunto i minimi storici, portando l’inflazione al 40%. La percezione di un’economia “alle corde”, aggravata dalle sanzioni e dalla corruzione, ha reso insostenibile il costo della vita per la popolazione urbana e rurale. Le ripercussioni del recente conflitto di 12 giorni contro Israele e gli Stati Uniti hanno drenato risorse, alimentando il risentimento per l’impiego di fondi statali in operazioni militari anziché in welfare. L’appello di Reza Pahlavi a formare un fronte unito ha fornito un catalizzatore politico alle masse, offrendo un’alternativa simbolica e credibile alla struttura clericale. Infine, anche il trattamento delle minoranze curde e lur nelle province occidentali ha innescato una reazione di solidarietà e scioperi generali coordinati.
In secondo luogo, le dinamiche. Dal dicembre 2025, un’ondata di scioperi nel settore commerciale e industriale ha paralizzato i centri nevralgici del paese, interessando oltre 100 centri abitati in tutte le 31 province iraniane. La protesta è poi passata dalle “semplici” rivendicazioni salariali a canti esplicitamente anti-regime (“Morte al dittatore”, “Mullah dovete andare”) e monarchici (“Lunga vita allo Scià”).
L’8 gennaio 2026, a Mashhad e Teheran, i manifestanti hanno rimosso i sistemi di sorveglianza statale (le telecamere) a Dezful e nelle regioni occidentali, le forze di sicurezza hanno risposto con il fuoco aperto contro la folla. Nelle province di Ilam, Kermanshah e Lorestan, i gruppi di opposizione curdi hanno paralizzato l’economia locale attraverso diversi scioperi generali dei commercianti.
In terzo luogo, gli esiti. Si stima che il bilancio delle vittime tra i partecipanti alle proteste oscilli tra le 34 e le 45 persone, inclusi 8 adolescenti, mentre i fermi effettuati superano le 2.270 unità. Anche tra le fila delle forze dell’ordine si contano perdite, con 8 agenti rimasti uccisi negli scontri. Per quanto riguarda le comunicazioni, il governo ha attuato un blocco informatico integrale su tutto il territorio, operazione validata da NetBlocks in data 9 gennaio 2026, con l’intento di disorientare l’organizzazione delle sommosse e impedire la diffusione di testimonianze visive oltre i confini.
Sul piano politico interno, si osserva una netta frattura tra l’approccio apparentemente più cauto del presidente Pezeshkian e la posizione intransigente dell’Ayatollah Khamenei, il quale ha sollecitato una repressione decisa contro i manifestanti. Parallelamente, il clima diplomatico internazionale si è fatto estremamente teso a causa della presa di posizione di Donald Trump. Gli Stati Uniti hanno infatti comunicato ufficialmente che un’eventuale prosecuzione dei massacri di civili potrebbe innescare un’operazione militare americana, scenario che aggraverebbe drasticamente il pericolo di un conflitto su vasta scala nella regione.
Tuttavia, oggi (10 gennaio 2026) il processo è in fase di sviluppo. La capillarità territoriale della rivolta e l’adesione della classe mercantile (storicamente vicina alla teocrazia) segnalano una crisi di consenso senza precedenti per l’apparato di sicurezza iraniano. Il fattore cruciale, tuttavia, che distingue questa dalle proteste precedenti, sta nel fatto che le motivazioni alla base delle precedenti proteste erano prevalentemente di carattere ideologico e le richieste riguardavano soprattutto una maggiore apertura (liberalizzazione) del regime nei confronti della popolazione. Ora, si aggiunge l’incapacità del governo di garantire la sussistenza minima. Un fattore meno cruciale, ma altrettanto significativo, è il supporto dei gruppi di opposizione curda.
Che conclusioni possiamo trarre?
In questa prima parte spero di aver fornito al lettore la chiarezza sull’evoluzione delle mobilitazioni in Iran tra il 1979 e il gennaio 2026, la quale evidenzia un mutamento qualitativo della conflittualità sociale, passata da istanze di riforma endogena a una messa in discussione radicale della legittimità dello Stato teocratico. La transizione dalle rivendicazioni post-elettorali del 2009 (ricordiamolo: elezioni non-libere) alla rivoluzione culturale del 2022 sembrerebbe aver trovato nel 2026 una sintesi definitiva tra crisi identitaria e collasso materiale. L’attuale ondata di proteste si distinguerebbe per la sincronia delle crisi, poiché la sovrapposizione tra l’iperinflazione, l’isolamento diplomatico e il costo umano del recente conflitto bellico potrebbe arrivare ad annullare il contratto sociale tra il regime e le sue basi storiche, incluse la classe mercantile e le aree rurali. Il superamento dell’approccio riformista è reso evidente dalla frattura tra la presidenza Pezeshkian e la Guida suprema, confermando l’esaurimento della via istituzionale e rendendo l’abbattimento del sistema l’unico obiettivo condiviso dalle piazze. Infine, l’internazionalizzazione del rischio, alimentata dalle pressioni esterne e dalle minacce di intervento militare statunitense, priva il regime della capacità necessaria per la repressione come affare esclusivamente interno. La persistenza e la capillarità delle sommosse sembrerebbero indicare che l’apparato repressivo affronti oggi una sfida esistenziale, in cui la perdita del controllo sui precetti sociali e sulla sussistenza economica trasformerebbe la rivolta da evento ciclico a processo rivoluzionario permanente.
- Per rispondere a queste domande propongo due testi: questo, per raccontare la storia, e un successivo, per analizzarla.
Per ripercorrere questa storia, cioè la storia di chi, valorosamente, ha rischiato e sta rischiando la propria vita con il solo fine di far terminare il regime teocratico dell’Iran, mi servirò di due fonti. Dal 1979 al 5 gennaio 2026 Timeline of protests in Iran after the 1979 Islamic revolution – Iranians from all walks of life are no strangers to protesting or striking over political, economic and other grievances (di Maziar Motamedi per Al Jazeera); dal 5 al 9 gennaio 2026 Huge anti-government protests in Tehran and other Iranian cities, videos show (di David Gritten per BBC).
Per facilitare la schematizzazione, dividerò ogni sezione in cause, dinamiche ed esito. ↩