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    La leader dell’opposizione taiwanese è in Cina per una “missione di pace”

    Tra simbolismo politico e nuove tensioni internazionali, la visita di Cheng Li-wun in Cina riapre il dossier sul futuro dello Stretto di Taiwan

    In copertina: Fonte: Wikimedia Commons
    Tianxia
    09 aprile 2026 | di Luciano Campisi

     

    Il 7 aprile, Cheng Li-wun, leader del Kuomintang (KMT), il principale partito di opposizione a Taiwan, è atterrata sul suolo della Repubblica Popolare Cinese su invito del presidente Xi Jinping, dando inizio a quella che lei stessa ha ribattezzato un “viaggio per la pace” che durerà fino a domenica 12 aprile. È la prima visita in Cina di un leader del KMT da quasi un decennio. 

    Il giorno dopo l’arrivo, Cheng si è recata a Nanchino, là dove ha reso onore al mausoleo di Sun Yat-sen (o Sūn Yìxiān in cinese mandarino), padre della nazione cinese. Sia in Cina che a Taiwan, Sun è considerato un eroe nazionale: fatto, questo, che rende il gesto carico di valore simbolico, nonché cornice perfetta per il primo discorso di Cheng Li-wun su suolo cinese. 

    Chi è Cheng Li-wun

    Per leggere questa visita è necessario capire chi è Cheng, la cui biografia non è del tutto lineare. Cinquantasei anni, ex conduttrice televisiva e poi parlamentare, Cheng è passata dall’essere una fervente sostenitrice dell’indipendenza di Taiwan a diventare una delle voci più critiche contro il governo di Lai, promuovendo invece un riavvicinamento con Pechino. Ancora oggi circolano testimonianze in cui è possibile leggere le sue critiche al regime di Chiang Kai-shek (leader storico del KMT e fondatore della Repubblica di Cina a Taiwan) e le sue posizioni esplicitamente pro-indipendenza. Le parole risalgono a quando Cheng era ancora una militante nelle file del DPP, il partito del presidente Lai. 

    Quando si parla di indipendentismo taiwanese è sempre bene specificare che, ancora oggi, il nome ufficiale di Taiwan è “Repubblica di Cina”, lo stesso che ha identificato il paese dalla caduta dell’impero Qing alla presa di potere del Partito Comunista. Chiang Kai-shek, persa la guerra civile, si ritirò presso Taiwan, instaurando un regime militare che durò fino al 1992, con le prime elezioni democratiche. Essere un indipendentista, dunque, significa voler rompere il legame storico e culturale che lega le due parti dello Stretto, riconoscendo i taiwanesi come tali e non più come “cinesi”.

    Dopo il cambio radicale di vedute avvenuto nel 2005, con il passaggio al KMT, la carriera politica di Cheng è stata un crescendo, arrivando nell’ottobre del 2025 a vincere le primarie del suo partito, sorprendendo sia osservatori esterni che aderenti al partito stesso. 

    Come gli altri esponenti del KMT, ha aderito al cosiddetto “Consenso del 1992”, una formula volutamente ambigua che permette a Taiwan e Cina di dialogare senza chiarire quale governo rappresenti la “vera” Cina, pur sostenendo, alla base, che vi sia una sola nazione cinese. Tale ambiguità ha permesso decenni di dialogo e cooperazione sotto il nome dell’ambiguità strategica

    Il contesto: la crisi dello Stretto, il blocco del bilancio difesa, Trump

    La visita non arriva dal nulla, avviene in una cornice di crescente pressione militare cinese sull’isola, nella quale lo Yuan legislativo (il parlamento taiwanese) è ostaggio dell’opposizione, che detiene la maggioranza dei seggi e che sta bloccando un piano del governo da 40 miliardi di spese per la difesa. Il governo del presidente Lai Ching-te (DPP) vorrebbe quei fondi per acquistare armamenti americani e dare nuovo slancio all’industria autoctona della difesa. Secondo il KMT, tale spesa non sarebbe altro che un assegno in bianco, nonché un ulteriore passo verso la guerra. 

    Oltre a questo c’è anche il contesto internazionale. Dagli Stati Uniti, il presidente Donald Trump ha lasciato intendere di essere disposto a discutere con Xi Jinping anche della questione delle armi vendute a Taiwan, introducendo, similmente a quanto fatto con l’Europa, un elemento di incertezza nel tradizionale sostegno americano all’isola. Un possibile incontro tra Trump e Xi a maggio rende le tempistiche della visita di Cheng ancora più impattanti: secondo Wen-Ti Sung, ricercatore presso l’Atlantic Council, la visita potrebbe contribuire a rendere la questione dello Stretto ancor più difficile per Taiwan, permettendo a Trump di togliersi un peso dall’agenda e di sfruttare i suoi interessi commerciali nell’area.

    Cosa dice Taipei

    Com’è facile immaginare, il governo del presidente Lai non ha apprezzato l’iniziativa. Chiu Chui-cheng, ministro per gli Affari con la Cina continentale, ha ricordato pubblicamente che Cheng Li-wun può visitare la Cina, ma non è autorizzata a negoziare a nome del governo eletto di Taiwan. “La pace può essere un ideale, ma non una fantasia”, ha detto. Il premier Cho Jung-tai ha chiesto una maggiore vigilanza sulle figure politicamente influenti che trattano con il Partito Comunista. 

    Le critiche vengono anche dall’interno del KMT; Asian Times nota che, dal punto di vista delle priorità diplomatiche, Cheng avrebbe dovuto visitare Washington prima di Pechino, e che la sequenza dei viaggi, anche qualora non fosse intenzionale, manda un messaggio difficile da fraintendere, sia per Taiwan che per gli USA.

    Cosa dice Pechino

    Dall’altro lato dello Stretto, sulla terraferma cinese, i toni sono di diverso tipo. L’Ufficio per gli Affari di Taiwan ha accolto la visita come un segnale schiacciante dell’opinione pubblica taiwanese e ha sottolineato che il dialogo e la cooperazione, anziché il conflitto, devono essere le strade da preferire. La televisione di stato CGTN ha dedicato ampio spazio alla visita, in uno storytelling che vorrebbe dimostrare come le due sponde dello Stretto di Taiwan siano pienamente capaci di gestire i propri affari. 

    Il commentatore cinese Xin Qiang, direttore del Centro per gli Studi su Taiwan dell’Università Fudan di Shanghai, ha sottolineato che il KMT rimane il principale partner del Partito Comunista Cinese a Taiwan da quando il DPP è al governo (cioè dal 2016), e che Pechino vede nella visita di Cheng un modo per dimostrare agli Stati Uniti di avere ancora leve politiche autonome sullo Stretto. 

    Il rischio politico per Cheng

    Il politologo Chen Fang-yu dell’Università Soochow di Taipei teme che Cheng stia favorendo la strategia del “Fronte Unito” di Pechino, che include l’accoglienza di politici taiwanesi per sottolineare che Taiwan è una questione interna alla Cina. Il nome, Fronte Unito, non è peraltro casuale: richiama alla storica alleanza proprio tra comunisti e nazionalisti che unirono la Repubblica Cinese prima e combatterono i giapponesi poi. Secondo il parere più ottimista di Sanho Chung, scienziato politico alla National Cheng Kung University, il clima politico taiwanese è cambiato drasticamente nell’ultimo decennio: l’identità taiwanese, intesa come distinta da quella cinese, è oggi più diffusa tra le nuove generazioni tanto che il KMT ha perso tre elezioni presidenziali consecutive, il che inquadra la visita di Cheng in un contesto ben diverso da quello del vertice tra Xi e Ma nel 2015 a Singapore. 

    Non è ancora chiaro se Cheng e Xi s’incontreranno di persona; tuttavia è ragionevole ritenere che l’incontro possa avvenire a Pechino, che è anche l’ultima tappa del viaggio. Se avvenisse, sarebbe la prima volta che un leader del KMT incontra il presidente cinese da quando il partito è all’opposizione. 

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