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Attualità
22 maggio 2026 | di Daniele Reggiardo


N.B. L’articolo è stato scritto prima dell’attacco statunitense all’Iran del 28 febbraio 2026.

1. Introduzione

Il dibattito sull’incremento degli investimenti militari divide significativamente l’opinione pubblica italiana e i suoi rappresentanti politici. Un’indagine condotta da YouTrend per SkyTG24 evidenzia visioni contrastanti riguardo al potenziamento degli armamenti, tematica approfondita da Euronews attraverso diverse interviste effettuate a Roma.
La questione della spesa per la Difesa – che non comprende solo gli armamenti – occupa attualmente il centro del dialogo europeo, in particolare in seguito alle riflessioni sul progetto ReArm Europe, nel quale si intensificano le sollecitazioni verso i Membri che ancora non hanno raggiunto la soglia del 2% del PIL destinata a questo settore, come previsto dagli accordi NATO; anche se, più di recente, tale soglia è stata spostata al 5%.
I dati emersi dal sondaggio delineano un paese diviso a metà, eppure il Consiglio supremo di Difesa (art. 87 Cost.) tenutosi il 17 novembre 2025 parla chiaro: le minacce esistono.

In questo articolo ci si pone l’obiettivo di indagare i report pubblici al fine di capire quali sono le minacce alla sicurezza nazionale italiana. Nonostante il quadro possa essere solo parziale, poiché non abbiamo accesso ai dati di intelligence, alla diplomazia segreta e alle informazioni riservate, risulta comunque un buon punto di partenza per comprendere la situazione. Situazione che, sebbene sia soggetta a cambiamenti repentini, soprattutto con l’imprevedibilità di Trump e del suo (ancora ignoto) successore, presenta una varietà di problematiche di lungo periodo.
Nella disamina, per semplicità, non si terranno in considerazione in sé le minacce “naturali”: quelle dovute al cambiamento climatico, quali l’innalzamento dei mari, gli eventi meteo estremi, lo scioglimento dei ghiacciai alpini, ecc.; al dissesto idrogeologico, quindi le alluvioni, le frane, ecc.; così alle eruzioni vulcaniche (Etna e Vesuvio in particolare); ai terremoti; nuove pandemie e il problema della migrazione climatica. Tutte queste, va detto, rappresentano sfide esistenziali per lo Stivale e verranno trattate solo per ciò che rientra nell’ambito della Difesa.

2. Le minacce endogene

Le minacce endogene derivano da vulnerabilità strutturali, da debolezze infrastrutturali o da dinamiche sociali interne al sistema-paese Italia. Ne identifichiamo cinque.

La prima minaccia endogena consiste nella vulnerabilità del tessuto produttivo e delle piccole e medie imprese (PMI).
L’attuale scenario dei rischi evidenzia come il comparto manifatturiero e le piccole-medie imprese italiane costituiscano i bersagli prediletti per le offensive cibernetiche. Durante la prima metà del 2024, il settore della produzione industriale è stato il più colpito, concentrando il 19% dei sinistri totali[2]; un dato allarmante se si considera che l’Italia subisce il 28% degli attacchi globali rivolti a questo ambito[3]. Tale fragilità scaturisce da mancanze strutturali profonde: l’80% delle realtà con meno di dieci lavoratori non aveva esperti interni di sicurezza[4] e il 91% del campione analizzato risultava privo di certificazioni specifiche[5]. Inoltre, l’assenza di formazione coinvolgeva nove microimprese su dieci, mentre il 42% permetteva una gestione dei sistemi d’accesso priva di controlli[5], favorendo così la diffusione di ransomware e lo spionaggio industriale volto al furto di proprietà intellettuale.
Questa vulnerabilità non è isolata, ma si trasforma in un pericolo sistemico per l’intera catena di approvvigionamento, poiché le PMI fungono da varchi d’accesso per colpire le grandi organizzazioni e le infrastrutture critiche. L’interdipendenza dei processi produttivi, infatti, fa sì che un’offensiva contro un piccolo fornitore possa paralizzare intere filiere, inclusa quella della Difesa, minando la sovranità tecnologica statale. Si pensi, per esempio, a un attacco contro un piccolo produttore di bulloni specifici per macchinari specializzati: potenzialmente, nel breve-medio periodo, può bloccare la manutenzione degli stessi. Le conseguenze non sono solo operative, ma anche finanziarie e assicurative, dato che il 55% delle aziende non raggiunge i requisiti minimi per ottenere una polizza cyber[6]. Per contrastare tale deriva, appare indispensabile un cambio di rotta basato sull’integrazione della sicurezza digitale fin dalla progettazione e sull’adeguamento a normative quali la direttiva NIS2, supportato da interventi pubblici volti a rendere scalabili le difese digitali.

La seconda minaccia endogena consiste nella fragilità delle infrastrutture critiche e sanitarie.
Il panorama delle infrastrutture critiche e del comparto sanitario evidenzia una fragilità allarmante, alimentata dall’impiego di sistemi superati e da una pericolosa commistione tra tecnologie informatiche (IT) e operative (OT)[7]. Nel corso della prima metà del 2024, la sanità si è affermata come il settore più bersagliato a livello mondiale, raccogliendo il 18% delle offensive totali[8]. In ambito statale, sebbene il manifatturiero mantenesse il primato degli attacchi, l’healthcare aveva subito un incremento dell’83% rispetto all’anno precedente[9], con la totalità degli eventi classificata come di gravità “critica” o “alta”[10]; in altre parole, non esistevano attacchi informatici considerabili “mediamente gravi” o “non-gravi”, ma solo “gravi”. Tale esposizione deriva dalla gestione frammentata delle reti, dalla carenza di tecnici esperti e dal valore economico dei dati medici nel mercato nero[11]. Inoltre, la vulnerabilità della catena di fornitura aveva compromesso il 60% degli enti sanitari, rendendo la paralisi dei servizi locali una conseguenza diretta di intrusioni mirate ai piccoli fornitori regionali[12].
Parallelamente, la convergenza tra IT e OT genera rischi sistemici nei settori energetico e industriale, nel quale l’85% degli incidenti nei sistemi di controllo ha origine in ambienti informatici a causa di una separazione delle reti insufficiente[13]. Il quadro tecnologico appare critico: un quarto dei dispositivi operativi utilizza software obsoleti, mentre il 57% dei firmware presenta numerose vulnerabilità note[14]. Tale precarietà si estende agli impianti di idrogeno, privi di standard unificati, e al dominio spaziale, nel quale le costellazioni in orbita bassa e i segnali GNSS soffrono per fenomeni di disturbo e inganno del segnale. Anche le infrastrutture militari palesano i segni del tempo, con immobili vetusti non più adatti ai sistemi d’arma avanzati; ciò spinge verso l’attuazione di piani di ammodernamento volti a istituire basi intelligenti capaci di integrare la resilienza energetica con una protezione cibernetica d’avanguardia.

La terza minaccia endogena consiste nel fattore umano e nella carenza di competenze adeguate.
La componente umana si configura come il punto di intersezione tra le criticità tecnologiche e la riuscita delle intrusioni, rivelandosi frequentemente l’elemento più precario nel perimetro difensivo. Tale dinamica si sviluppa lungo due direttrici: la carenza strutturale di esperti del settore e la naturale predisposizione degli individui all’errore o alla manipolazione. Nel 2023, il vuoto di competenze professionali ha toccato il vertice degli ultimi diciassette anni, lasciando il 64% delle organizzazioni in una condizione di palese vulnerabilità[15]. Questa penuria di specialisti ha imposto ritmi insostenibili ai team esistenti, pregiudicando la vigilanza soprattutto in ambito sanitario e industriale. Per ovviare a tale mancanza, le istituzioni avevano avviato progetti come il Polo formativo cyber e l’istituzione di una Riserva cyber civile, mirata a supportare le forze operative nei momenti di crisi.
Parallelamente, le strategie degli aggressori si erano concentrate sullo sfruttamento delle fragilità cognitive attraverso il social engineering. La posta elettronica resta il varco d’accesso privilegiato, con tecniche di phishingwhaling rese ancor più insidiose dall’intelligenza artificiale, capace di replicare fedelmente gli stili comunicativi istituzionali. Nelle realtà produttive minori, la negligenza si era manifestata nel 42% dei casi tramite l’uso di password inadeguate o dispositivi personali non protetti, superando per impatto le stesse azioni dolose[16]. Sebbene la formazione risulti assente in nove microimprese su dieci, emergono nuove prospettive di mitigazione: l’impiego dell’IA come acceleratore per l’analisi dei dati e l’integrazione di profili neurodivergenti, le cui attitudini nel riconoscimento di pattern appaiono ideali per il contrasto ai malware.

La quarta minaccia endogena consiste nella criminalità interna e nelle frodi, fenomeni che colpiscono trasversalmente le istituzioni e il sistema economico. Tale minaccia si articola principalmente attraverso gli illeciti compiuti all’interno delle organizzazioni e le sofisticate truffe digitali basate sulla manipolazione psicologica. Nel corso del 2023, l’ambito militare aveva fatto registrare diverse fattispecie di reato che hanno messo a rischio l’integrità istituzionale: si sono segnalati 101 casi di delitti contro la persona (che includono lesioni personali e percosse, violenza tra gradi diversi, stalking e molestie sessuali), tra cui episodi di stalking e violenza, oltre a 72 vicende legate agli stupefacenti[17]. Particolarmente rilevanti i reati contro la pubblica amministrazione, con 45 episodi di peculato, corruzione e abuso d’ufficio che evidenziano il pericolo di infedeltà da parte del personale interno[18].
Sul versante digitale, il crimine finanziario diviene la forma prevalente di illegalità nel paese, rappresentando il 71% dei sinistri informatici nella prima metà del 2024[19]. Le metodologie criminali si sono sensibilmente affinate: il falso trading online ha conosciuto un incremento del 68%, con la sottrazione di circa 80 milioni di euro grazie all’uso di deepfake e pubblicità ingannevoli sui social network[20]. Inoltre, le aziende hanno subito attacchi di tipo BECCEO Fraud, dove i malviventi sì sono valsi dell’utilizzo  dell'intelligenza artificiale per clonare le voci dei dirigenti e indurre i dipendenti a versamenti illeciti. Il furto d'identità è rimasto lo

  1. CLUSIT. Rapporto 2024 sulla Sicurezza ICT in Italia, p. 31.
  2. CLUSIT. Rapporto 2024 sulla Sicurezza ICT in Italia, p. 31.
  3. CLUSIT. Rapporto 2024 sulla Sicurezza ICT in Italia, p. 126.
  4. CLUSIT. Rapporto 2025 sulla Sicurezza ICT in Italia, p. 209.
  5. CLUSIT. Rapporto 2025 sulla Sicurezza ICT in Italia, p. 209.
  6. CLUSIT. Rapporto 2024 sulla Sicurezza ICT in Italia, p. 150.
  7. Sulla differenza tra IT e OT, “IT e OT: "Operational Technology e Information Technology
  8. CLUSIT. Rapporto 2024 sulla Sicurezza ICT in Italia, p. 15.
  9. CLUSIT. Rapporto 2024 sulla Sicurezza ICT in Italia, p. 33.
  10. CLUSIT. Rapporto 2025 sulla Sicurezza ICT in Italia, p. 194. Per approfondire la natura degli incidenti si vedano le pp. 195-196.
  11. Un report dell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale (ACN), citato nel rapporto CLUSIT (2025), individua tre cause primarie. (A) La gestione centralizzata. I sistemi IT sono spesso gestiti in autonomia dai singoli reparti o dalle singole strutture, senza una politica di sicurezza unificata, creando disomogeneità nelle difese. (B) L’obsolescenza tecnologica. Molti dispositivi medicali e sistemi operativi non sono aggiornabili, rimanendo esposti a vulnerabilità note che non possono essere corrette. (C) La carenza di personale. La sicurezza è spesso affidata a personale IT generico e non a specialisti di cybersecurity, risorsa scarsa nel settore pubblico.
  12. CLUSIT. Rapporto 2025 sulla Sicurezza ICT in Italia, p. 200.
  13. CLUSIT. Rapporto 2025 sulla Sicurezza ICT in Italia, p. 283.
  14. CLUSIT. Rapporto 2024 sulla Sicurezza ICT in Italia, p. 108.
  15. CLUSIT. Rapporto 2024 sulla Sicurezza ICT in Italia, p. 156.
  16. CLUSIT. Rapporto 2025 sulla Sicurezza ICT in Italia, p. 209.
  17. Rapporto Esercito 2023, p. 21.
  18. Rapporto Esercito 2023, p. 21.
  19. CLUSIT. Rapporto 2024 sulla Sicurezza ICT in Italia, p. 29
  20. CLUSIT. Rapporto 2024 sulla Sicurezza ICT in Italia, p. 77

strumento cardine, attuato prevalentemente tramite smishing (58% dei casi)[21]vishing (27%)[22]. Nelle infrastrutture tecnologiche, il rischio insider fu percepito come preponderante, poiché la negligenza dei collaboratori interni è stata indicata dai professionisti del settore come una minaccia superiore rispetto a quella rappresentata da partner esterni.

La quinta minaccia endogena consiste nella criminalità organizzata, la quale subisce una metamorfosi profonda divenendo una minaccia ibrida, transnazionale e tecnologicamente avanzata. I gruppi criminali hanno integrato le consuete attività illecite con il crimine informatico, operando sovente come intermediari per potenze straniere avverse e mettendo a repentaglio la stabilità economica nazionale. Questo baricentro si sposta progressivamente verso lo cyberspazio, attratto da guadagni elevati e da ridotti rischi giudiziari. L’evoluzione porta a un’industrializzazione del settore attraverso il modello as-a-service, che permette di noleggiare infrastrutture per attacchi ransomware, abbassando drasticamente le barriere d’ingresso per i malintenzionati. Tali profitti vengono poi riciclati mediante circuiti complessi di criptovalute e l’impiego di collaboratori fittizi, come dimostrato dalle operazioni Money Box ed Energy Switch.
Nel panorama della guerra ibrida, i sodalizi criminali non hanno agito esclusivamente per fini di lucro, ma sono strumentalizzati da regimi autoritari come attori proxy per garantire a questi ultimi una plausibile negabilità. Esemplare è l’utilizzo di reti illecite per alimentare flussi migratori irregolari o per condurre sabotaggi digitali volti a minare la coesione delle democrazie occidentali. A questo si aggiunge un impatto devastante sull’economia e sul territorio: dalla gestione dei roghi tossici in Campania, contrastata dall’Esercito con l’operazione Strade sicure, fino alla pirateria digitale su larga scala che sottrae centinaia di milioni di euro ai mercati legali. L’infiltrazione economica si concretizza infine in truffe sistematiche che, attraverso la compromissione delle comunicazioni aziendali, erodono la solidità finanziaria di numerose imprese e la fiducia dei risparmiatori nel sistema.

Un’ultima minaccia endogena che, però, non riguarda direttamente e solamente la Difesa in sé, è il declino demografico.

3. Le minacce esogene

Le minacce esogene provengono da attori statuali e non-statuali situati al di fuori dei confini nazionali, i quali mirano a destabilizzare il paese o a colpirlo nei suoi interessi strategici.

In primo luogo, gli attori statuali ostili.
La Federazione russa si configura attualmente come il pericolo più immediato e concreto per la stabilità dell’area euro-atlantica e per la sicurezza nazionale italiana. Mosca adotta una strategia offensiva che fonde l’impiego di mezzi militari tradizionali con sofisticate tattiche ibride, volte a disgregare la coesione delle democrazie occidentali e a colpirne gli asset vitali. Tale minaccia si manifesta innanzitutto attraverso una guerra cognitiva incessante (la c.d. “Dottrina Gerasimov”): campagne di manipolazione informativa e ingerenze politiche cercano di delegittimare le istituzioni e le alleanze internazionali. Un esempio emblematico è l’operazione Doppelgänger, la quale clonò testate giornalistiche come La Repubblica per diffondere notizie false e orientare l’opinione pubblica contro il sostegno all’Ucraina. Inoltre, il dominio digitale diventa un campo di battaglia primario, con offensive mirate alle reti energetiche e alle infrastrutture sottomarine del Mediterraneo, la cui integrità risulta messa a repentaglio dalla presenza costante e provocatoria di unità navali russe in prossimità di gasdotti e cavi dati essenziali. Qui, i cyber-attacchi di matrice russa – cioè che hanno come mandante sia il Cremlino sia gruppi esterni ma a esso riconducibili – sono in aumento.
Sul piano internazionale, la Russia ha esteso la propria influenza nel “fianco-sud”, rafforzando la sua posizione nel Sahel e in Libia attraverso milizie private integrate nelle strategie statali. Tale proiezione mira a erodere il ruolo dell’Europa in Africa e a trasformare i flussi migratori in una leva di pressione politica contro i paesi di frontiera, tra cui l’Italia. Nonostante l’impegno bellico in Ucraina, Mosca mantiene un’elevata capacità di minaccia convenzionale, convertendo il proprio sistema produttivo in un’economia di guerra e potenziando gli arsenali nucleari.
In secundis, la Repubblica popolare cinese (RPC) costituisce una sfida sistemica e una minaccia esterna di estrema complessità per la stabilità dell’Italia e dell’area euro-atlantica. A differenza dell’approccio militare diretto adottato da Mosca, Pechino predilige una strategia multi-vettoriale. Integra leve economiche, tecnologiche e informative per erodere la compattezza dell’Occidente e assicurarsi una supremazia strategica. Nel dominio cibernetico, la Cina opera non solo per scopi bellici, ma come strumento d’elezione per lo spionaggio industriale: si infiltra nei sistemi bancari e nelle reti pubbliche italiane per sottrarre proprietà intellettuale e know-how. Queste attività sono anche affiancate da offensive ibride volte a compromettere le infrastrutture critiche e a interferire con i servizi governativi degli Alleati, mirando a colmare il divario tecnologico con i paesi occidentali.
La coercizione economica rappresenta il principale strumento di pressione, sfruttando la quasi totale dipendenza europea dalle catene di approvvigionamento cinesi specialmente per le terre rare e i materiali critici necessari alla transizione tecnologica. Attraverso limitazioni mirate all’export e la c.d. “diplomazia della trappola del debito”, la RPC cerca di acquisire il controllo di snodi logistici e porti strategici, per creare dipendenze strutturali difficili da scardinare. In aggiunta, la Cina agisce con vigore nel campo della disinformazione, diffondendo narrazioni ostili per minare la fiducia nelle democrazie, spesso in sinergia con la Russia. Il partenariato “senza limiti” con Mosca e la proiezione cinese nel Mediterraneo e nell’Artico rafforzarono ulteriormente questa sfida, spingendo l’Italia e la NATO a potenziare la resilienza delle supply chain e a proteggere i settori industriali vitali da investimenti predatori, al fine di salvaguardare l’autonomia strategica nazionale.
In tertiis, Iran e Corea del Nord costituiscono seri pericoli esogeni per la stabilità dell’Italia agendo tramite tattiche ibride e manovre di destabilizzazione che ripercuotono i propri effetti sull’economia e sulla sicurezza europea. Teheran, in particolare, esercita una forte pressione sulle rotte commerciali essenziali per il nostro paese: attraverso il sostegno ai ribelli Houthi, riesce a condizionare il transito nel Mar Rosso e nello stretto di Bab el-Mandeb, costringendo i mercantili a rotte più lunghe e costose che penalizzano pesantemente il commercio italiano legato al Canale di Suez. Per contrastare tale fenomeno, la Marina Militare è intervenuta attivamente con missioni internazionali come Aspides ed EMASOH, impiegando unità di eccellenza per garantire la libertà di navigazione. A ciò si aggiungono le preoccupazioni per le attività di spionaggio informatico e per l’avanzamento dei programmi nucleari e missilistici iraniani, che alimentano una costante tensione in tutto il Medio Oriente.
Inoltre, la Corea del Nord proietta la sua minaccia su scala globale attraverso un uso spregiudicato del dominio digitale e il supporto diretto ai conflitti continentali. Pyongyang sfrutta il crimine informatico e i furti di criptovalute per finanziare il proprio regime, colpendo istituzioni occidentali con attacchi ransomware e operazioni di spionaggio. Un segnale di allarme ancora più forte per la sicurezza euro-atlantica è rappresentato dall’invio di armamenti e truppe a sostegno dell’invasione russa in Ucraina, un passo che unisce indissolubilmente gli equilibri dell’Indo-Pacifico a quelli europei.
Questo consolidamento di un asse autoritario tra Russia, Cina, Iran e Corea del Nord delinea una sfida sistemica all’intero Sistema internazionale, in cui l’impiego coordinato di strategie asimmetriche mira a logorare le democrazie occidentali operando costantemente sotto la soglia dello scontro militare aperto.

In secondo luogo, la situazione del Mediterraneo “allargato”.
Il concetto di “Mediterraneo allargato” definisce un’ampia arena internazionale e commerciale che, superando i confini marittimi tradizionali, connette l’Atlantico all’Indo-Pacifico, inglobando il Sahel, il Corno d’Africa e il Mar Nero. Attualmente, questo spazio è afflitto da instabilità diffusa, alimentata sia dalle manovre navali russe sia dalle fiammate di violenza in Medio Oriente seguite agli eventi dell’ottobre 2023. Una delle criticità più acute si registra nel Mar Rosso, in cui le aggressioni dei ribelli Houthi al traffico mercantile minacciano di paralizzare le rotte globali e penalizzare i porti mediterranei a causa dei rincari logistici.
Analogamente alla difesa delle rotte di superficie, la tutela degli interessi nazionali si estende ai fondali marini, in cui gasdotti e cavi-dati sono sempre più vulnerabili a sabotaggi e tattiche di guerra ibrida.

In terzo luogo, la pirateria marittima.
La sicurezza dei traffici marittimi rappresenta un pilastro vitale per la stabilità dell’Italia, la cui economia e i cui approvvigionamenti energetici dipendono quasi interamente dall’integrità delle rotte globali. Qualsiasi interferenza in questi flussi, dalle incursioni della pirateria tradizionale nel Corno d’Africa e nel Golfo di Guinea fino alle più sofisticate offensive asimmetriche nel Mar Rosso, genera costi logistici gravosi e rischia di isolare i porti. Per mitigare tale pericolo, la Difesa italiana schiera costantemente i propri assetti in missioni internazionali di rilievo, integrate con la vigilanza dei pescherecci nel Canale di Sicilia e la protezione delle infrastrutture sottomarine.

In quarto luogo, il terrorismo internazionale si conferma una sfida asimmetrica, alimentata da un contesto globale instabile nel quale la matrice jihadista rimane la preoccupazione principale. L’attuale fase di radicalizzazione si sposta sempre più nel dominio digitale, in cui giovani attori solitari si autoistruiscono tramite propaganda potenziata dall’intelligenza artificiale, rendendo i loro legami con reti come l’ISIS-K o Al-Qaeda difficili da tracciare. A livello territoriale, l’Italia monitora con attenzione anche l’estremismo interno legato a potenze straniere (oltre che a quello di tipo politico, soprattutto di matrice anarchica).

4. Assessment di Italia, NATO e Unione europea

Nel contesto dell’Analisi di politica estera (FPA) e degli Studi strategici, il termine assessment definisce il processo analitico e diagnostico attraverso il quale un attore statale valuta l’ambiente internazionale, la distribuzione del potere e la propria posizione relativa rispetto ai rivali, al fine di elaborare una Grand Strategy[23].

L’analisi delle competenze dell’Italia, dell’Unione europea e della NATO nella gestione dei rischi per la sicurezza nazionale mette in luce un cambiamento di strategia fondamentale: si è passati da una semplice logica di contenimento a una posizione di difesa proattiva e di deterrenza. Tale evoluzione si rende indispensabile per affrontare un panorama di guerra ibrida permanente, nella quale si intrecciano aggressioni militari, attacchi informatici e manovre psicologico-cognitive.

Il quadro delle minacce (delineato precedentemente) vede l’Italia posizionata al centro di un complesso sistema di crisi che si estende dalla frontiera orientale russa fino al bacino del Mediterraneo, toccando il Sahel e il Mar Rosso, passando per la minaccia ibrida (cyber-attacchi e guerra dell’informazione). La contromisura di Roma si focalizza sull’unificazione tra “difesa” e “sicurezza”, adottando un approccio dinamico sia all’interno che all’esterno dei confini. In ambito militare, l’Esercito ha rinnovato le proprie strutture per i conflitti ad alta intensità, istituendo reparti specializzati come il 9° Reggimento Rombo per la protezione cibernetica e il 3° Bondone per il supporto tattico, pur continuando a presidiare il territorio italiano attraverso l’Operazione Strade Sicure. La Marina Militare ha ampliato il suo raggio d’azione con il Carrier Strike Group nell’area Indo-Pacifica e vigila sul Mediterraneo con l’Operazione Mediterraneo sicuro, supportata dal nuovo Polo nazionale della dimensione subacquea per la tutela dei cavi dati e dei condotti energetici. L’Aeronautica assicura la vigilanza permanente dei cieli Alleati, mentre i Carabinieri contribuiscono alla stabilità internazionale e al controllo capillare interno.
Per quanto riguarda lo spazio cibernetico e cognitivo, la Difesa ha attivato il Comando per le operazioni in rete e sta lavorando a una struttura dedicata che unisca esperti civili e militari. Si sta inoltre consolidando il quadro legislativo per proteggere le infrastrutture digitali e arginare le manipolazioni informative esterne.

In questo scenario, la NATO funge da cardine della Difesa collettiva, seguendo il Concetto strategico (2022) che mette al centro la deterrenza. L’Italia ricopre un ruolo di primo piano nel rafforzamento del fianco Est, guidando il Battle Group in Bulgaria e fornendo mezzi in Polonia e nel Baltico. Dal 1° luglio 2024 all’estate del 2027, Roma ha assunto inoltre la guida dell’Allied Reaction Force, la nuova forza di risposta rapida che ha sostituito la precedente struttura dell’Alleanza, che ora riconosce il web come un vero e proprio campo di battaglia.

Infine, l’Unione europea tenta di trasformarsi da “potenza civile” a una anche militare, privilegiando la prevenzione rispetto alla semplice reazione. Attraverso normative come la Direttiva NIS2 e il Cyber Resilience Act, l’UE punta a rendere omogenea la protezione delle strutture critiche tra i vari membri. Sul piano operativo, missioni come EUNAVFOR ASPIDES proteggono i commerci marittimi, mentre strumenti come il FIMI Toolbox contrastano le interferenze straniere nei processi democratici.

Nonostante queste iniziative, rimangono delle zone d’ombra da risolvere. Il coordinamento tra le diverse istituzioni e la società civile deve essere ulteriormente affinato per superare la distinzione superata tra tempi di pace e tempi di guerra. Inoltre, è fondamentale che i finanziamenti per la Difesa raggiungano la soglia pattuita in sede NATO di PIL necessario per sostenere l’innovazione tecnologica. Infine, la rapidità dei processi decisionali nelle democrazie deve essere accelerata per tenere il passo con l’immediatezza delle minacce ibride e digitali, rendendo le procedure burocratiche più snelle ed efficaci.

Per concludere, l’architettura della sicurezza nazionale italiana nel 2026 delinea un paradigma nel quale la distinzione tra minaccia militare e vulnerabilità civile è definitivamente decaduta. La pervasività della dimensione digitale e la natura ibrida delle strategie adottate dagli attori statuali ostili (Russia, Cina, Iran, Corea del Nord) impongono una transizione verso una Difesa integrata, capace di proteggere non solo i confini fisici e digitali, ma l’intero ecosistema produttivo e cognitivo del paese. La resilienza non può prescindere dal superamento delle fragilità endogene, in particolare la messa in sicurezza delle PMI e l’ammodernamento delle infrastrutture critiche, elementi che oggi costituiscono il baricentro della competizione internazionale e della sovranità tecnologica.

Il posizionamento dell’Italia all’interno del “Mediterraneo allargato” e il suo ruolo attivo nelle organizzazioni multilaterali, quali la NATO e l’Unione europea, confermano la necessità di un impegno finanziario e tecnologico costante e proporzionato alle sfide sistemiche globali. L’efficacia della proiezione internazionale e della protezione interna dipenderà dalla capacità delle istituzioni di trasformare l’attuale stato di crisi permanente in un’opportunità di rinnovamento strutturale, accelerando i processi decisionali e colmando il divario di competenze tecniche. Solo attraverso una sinergia operativa tra il settore pubblico e quello privato sarà possibile garantire la stabilità democratica e la tutela degli interessi nazionali di fronte a un asse autoritario sempre più coordinato e assertivo.

Infine, la domanda più importante di tutte è: quale quota di PIL il popolo italiano è disposto a spendere per difendere se stesso e ciò che ha creato (come la democrazia e l’indipendenza della sfera pubblica, le scuole e gli ospedali, le strade e le centrali elettriche, ecc.)? Qui si presenta il dilemma “burro vs. cannoni”: tale modello evidenzia come le risorse limitate costringano l’Italia a bilanciare gli investimenti in “cannoni” (Difesa) per contrastare le minacce ibride e quelli in “burro” per sostenere il welfare e la crescita sociale. La protezione del sistema civile e produttivo nel 2026 è però diventata un presupposto essenziale, poiché la vulnerabilità digitale trasforma la carenza di Difesa in un danno economico e sociale diretto.

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