Nelle strade di Dhaka e Kathmandu, negli scorsi mesi, si sono riversate la rabbia e la frustrazione di migliaia di giovani. Ambedue le capitali sono state teatro di rivoluzioni che hanno visto le pretese di quella che qualcuno, lontano dalle capitali del subcontinente indiano, ha etichettato come la “generazione giusta”, quella che avrebbe avuto il coraggio di rovesciare il mondo.
A meno di quattro settimane di distanza l’una dall’altra, due delle democrazie più tormentate dell’Asia meridionale hanno tenuto elezioni che nessuno si aspettava si svolgessero in condizioni anche lontanamente serene. Il Bangladesh è andato al voto il 12 febbraio: le sue prime elezioni generali in due anni, e le prime autenticamente competitive in oltre un decennio. Il Nepal ha seguito il 5 marzo, dopo uno scioglimento parlamentare imposto da proteste di piazza. Entrambi i voti sono nati nel turbine, nel linguaggio specifico della rabbia di strada che è diventato lo strumento democratico più efficace della regione. Entrambi hanno prodotto verdetti che gli establishment politici della vecchia guardia non avevano previsto. Ed entrambi lasciano i rispettivi governi con un divario profondo tra l’ampiezza del mandato ricevuto e l’intrattabilità dei problemi che quel mandato dovrebbe risolvere.
L’accostamento è quasi spontaneo. Il Bangladesh ha votato per mettere fine a quindici anni di governo della Lega Awami (principale partito politico del Bangladesh sin dalla sua fondazione) e ha insediato un nuovo primo ministro che aveva trascorso diciassette degli anni precedenti in esilio a Londra. Il Nepal ha assistito alla scalata di un ex rapper e ingegnere verso la maggioranza parlamentare, trainata da un’ondata di rabbia generazionale. Gli strumenti sono stati diversi, certo, ma l’energia è stata la stessa.
Il Bangladesh e il prezzo di quindici anni
Per comprendere le elezioni del 12 febbraio in Bangladesh è necessario capire cosa ha posto fine all’insurrezione del luglio 2024 (e cosa l’ha provocata). Sheikh Hasina governava il Bangladesh dal 2009, dopo aver vinto quattro elezioni consecutive in condizioni che svariati osservatori indipendenti e governi occidentali avevano qualificato come né libere né trasparenti.
La miccia è stato un movimento studentesco, il quale si era organizzato al fine di opporsi a un sistema ingiusto di quote che riservava posti nel pubblico impiego ai discendenti dei combattenti della guerra di liberazione del 1971. La repressione che ha seguito la protesta degli studenti è stata brutale: almeno 1.400 persone sono state uccise secondo i dati citati dalla Asia Pacific Foundation of Canada. Il 5 agosto 2024, Hasina ha rassegnato le dimissioni ed è fuggita in India, là dove, grazie alla complicità del governo Modi, si trova tuttora.
La diretta conseguenza della Rivoluzione del Monsone (così è stata ribattezzata) è stato l’insediamento di un governo ad interim guidato dal Consigliere Capo Muhammad Yunus (premio Nobel per la pace e pioniere del microcredito), sostenuto ampiamente dal popolo e incaricato di un preciso mandato: ripristinare le istituzioni democratiche, ricostruire la fiducia pubblica e, in definitiva, ricostruire un paese che possa essere definito democratico. Per conseguire questi obiettivi, il governo di Yunus ha istituito undici commissioni di riforma nei settori della governance, del disegno costituzionale, della magistratura, della pubblica amministrazione e della lotta alla corruzione.
La transizione, tuttavia, non è stata esattamente lineare. Diversi disaccordi politici sulle tempistiche del voto e altrettante tensioni con le forze armate hanno indebolito il governo di Yunus. L’esercito del Bangladesh, rimasto dispiegato dopo il collasso dell’ordine pubblico nell’agosto 2024, è diventato una fonte di attrito, nonché un attore protagonista. Il capo dell’esercito, secondo reportage locali citati da Al Jazeera, aveva espresso preoccupazioni per un governo non eletto che prendeva decisioni strategiche rilevanti (tra le quali la proposta di un corridoio umanitario verso il Myanmar e il lancio di servizi internet via satellite).
La posta elettorale è stata condizionata peraltro da un’assenza importante: la Lega Awami di Hasina. Il partito che aveva governato il Bangladesh per quindici anni è stato bandito a priori dalla corsa alle urne. Inoltre, nel novembre 2025, un Tribunale per i Crimini Internazionali ha condannato Hasina a morte in contumacia. La 78enne ha definito le elezioni “una farsa accuratamente pianificata”, tenutasi senza il suo partito e senza una reale partecipazione popolare. La questione di legittimità sollevata da questa esclusione non è stata affatto sottovalutata, anzi: il dibattito attorno al quesito è stato vivace fino a dopo l’election day.
Il voto e il verdetto del popolo
Quello del 12 febbraio è stato, già adesso, l’evento di partecipazione democratica più importante del 2026, con 128 milioni di persone iscritte alle liste elettorali. Per l’evento, il Bangladesh ha dispiegato quasi un milione di agenti delle forze di sicurezza, dipingendo quella che, secondo il già citato Asia Pacific Foundation of Canada, è stata una delle più grandi mobilitazioni elettorali della storia del paese.
La Commissione Elettorale del Bangladesh ha comunicato un’affluenza del 59,88 percento. Il risultato è stato netto e anche un po’ inaspettato. Il BNP ha conquistato una maggioranza schiacciante di 209 sui 297 seggi dichiarati, portando Tarique Rahman alla guida del governo. Jamaat-e-Islami, il principale partito islamista con velleità d’introdurre la sharia, si è affermato come principale forza di opposizione con 68 seggi, mentre il Partito Cittadino Nazionale (NCP), nato dalla protesta, è entrato in parlamento con soltanto sei seggi, incluso il suo leader Nahid Islam.
Parallelamente al voto parlamentare, i cittadini si sono espressi anche nel referendum che il governo di Yunus aveva promesso. Secondo gli ultimi risultati diffusi dalla Commissione Elettorale, il 60,26 percento dei votanti ha approvato la cosiddetta Carta Nazionale di Luglio. La Carta contiene oltre ottanta proposte per una radicale riforma del sistema costituzionale del Bangladesh, tra i quali limiti decennali al mandato del primo ministro, un parlamento bicamerale con un’assemblea ampliata da 100 seggi aggiuntivi, una maggiore rappresentanza femminile, il rafforzamento dell’indipendenza della magistratura e l’istituzione di governi caretaker neutrali nei periodi elettorali.
Il processo elettorale è stato monitorato da circa 400 osservatori internazionali, tra cui una missione UE di 200 membri e i rappresentanti canadesi. La reazione internazionale è stata in larga misura positiva.
Il nuovo governo e la sua eredità
A meno di due mesi dal rientro da diciassette anni di auto-esilio a Londra, Tarique Rahman ha vinto una delle elezioni più importanti della storia del Bangladesh e si appresta a diventare primo ministro, guidando il paese come sua madre aveva fatto prima di lui. Rahman, 60 anni, è anche il primo uomo a ricoprire la carica di Primo Ministro del Bangladesh in 35 anni: dal 1991, da quando il paese è cioè tornato a una fragile democrazia, Dhaka era stata governata da due donne: la madre di Rahman e Hasina.
Rahman eredita un panorama politico segnato da frazionismo interno al partito, da un passato personale controverso (macchiato da condanne per corruzione) e da disordini post-elettorali. I lunghi anni trascorsi in esilio volontario sollevano inoltre interrogativi sulla sua preparazione amministrativa e sulla sua presa effettiva sugli apparati dello Stato. L’analista politico di Dhaka, Rezaul Karim Rony, interpellato da Al Jazeera, ha definito la vittoria del BNP “il trionfo di una forza democratica e moderata”, ma ha avvertito: “La sfida ora è garantire buona amministrazione, ordine pubblico e sicurezza dei cittadini, e costruire uno Stato fondato sui diritti, che era al cuore delle aspirazioni dell’insurrezione del 2024”.
La dimensione internazionale non è meno intricata. Dopo la caduta di Hasina nell’agosto 2024, la Dhaka guidata da Yunus era parsa avvicinarsi a Pechino, sancendo accordi in materia di infrastrutture, difesa e investimenti, riaprendo al contempo i canali con Islamabad, inclusa un’espansione della cooperazione commerciale e militare. Il rapporto India-Bangladesh, incrinato dalla permanenza di Hasina sul suolo indiano, entra ora in una nuova fase: Nuova Delhi ha segnalato disponibilità alla cooperazione bilaterale, ma le tensioni di fondo rimangono.
Il NEPAL
Urla che squarciano il cielo, prigionieri che evadono dalle carceri in un tumulto di catene spezzate, poliziotti falciati da proiettili e rabbia cieca, negozi saccheggiati in un vortice di disperazione, uffici governativi divorati da fiamme tremolanti, strade rese impercorribili da barricate e relitti di auto. È il Nepal di settembre 2025: un Paese travolto da un’insurrezione senza precedenti, guidata da una Generazione Z che dice di non avere più nulla da perdere, che s’è organizzata su Discord (un’app di messaggistica pensata per i videogamers) e che infine si è presa le piazze. Quella che era iniziata come una protesta contro un divieto percepito come arbitrario all’uso di alcuni dei social network più conosciuti in Occidente, si è trasformata in un uragano di ribellione contro corruzione, nepotismo e privilegio di un’élite politica che, quasi compatta, ha operato al fine della distruzione della fragile democrazia nepalese.
A Kathmandu, tutto è cominciato l’8 settembre 2025, quando il governo del Primo ministro K.P. Sharma Oli ha deciso di imporre un divieto totale sulle piattaforme social: un atto percepito come un colpo mortale alla libertà di espressione, già da tempo nel mirino del governo. I giovani nepalesi, molti poco più che ventenni (il Nepal è un paese in cui l’età mediana si attesta sui 25 anni), già soffocati da un’economia stagnante e da un tasso di disoccupazione che strangola ogni speranza, hanno visto in quel gesto l’ennesima prova di un sistema ingiusto e che sembra rigettarli. “Vogliamo che la corruzione in Nepal giunga a un fine”, ha detto Binu KC, uno studente universitario di 19 anni, ai microfoni della BBC nepalese. “I leader promettono tante cose durante le elezioni, per poi puntualmente rimangiarsi la parola data”; un’affermazione, questa, che spesso udiamo anche nelle nostre democrazie, ma che in Nepal ha un sapore differente: mancare a queste promesse equivale a non avere rispetto per la costituzione e i valori su cui si basa la nazione.
L’hashtag #Nepokids, frattanto, si è propagato come un incendio digitale prima che le autorità oscurassero le piattaforme. I video accompagnati da questo hashtag spesso ritraggono i figli dell’élite politica che godono di passatempi lussuosi e di stili di vita dissoluti senza alcun merito, aizzando il risentimento dei coetanei che, invece, credono in un sistema meritocratico. Gli slogan che iniziano ad apparire in strada già nelle prime ore di protesta, infatti, non sono direttamente legati al divieto governativo contro i social network, ma a un problema ben più grande e radicato, di cui la popolazione nepalese soffriva ben prima dell’esplosione dei disordini.
Gli scontri sono degenerati in poche ore: i manifestanti, già lunedì 8 settembre 2025, erano entrati nel perimetro del Parlamento a Kathmandu, un’area in cui le proteste sono proibite. Le autorità hanno reagito con fermezza, anche aprendo il fuoco sui dimostranti. Nella giornata di martedì 9 settembre 2025, la folla è riuscita a prendere d’assalto il palazzo del Parlamento, bruciandone una parte considerevole e costringendo i deputati alla fuga in elicottero. Il Primo ministro Sharma Oli, che ha governato a più riprese lo Stato tra il 2015 e il 2025, ha rassegnato le dimissioni, mentre i gruppi controllati dalla Gen Z che avevano aperto le proteste, hanno preso le distanze dalle violenze e dagli eccessi che avevano portato alla morte, fino a quel momento, di almeno 22 persone. “Questi non siamo noi”, hanno dichiarato. L’esercito ha poi preso il controllo della capitale, imponendo un coprifuoco emergenziale e riportando il paese, come scrive il giornalista Bhadra Sharma del New York Times, indietro di 5 anni, ai tempi della pandemia di COVID-19, che aveva costretto le persone a rimanere in casa svuotando le piazze e le strade.
Le morti sono state almeno 76, tra cui protestatori, poliziotti e prigionieri evasi dalle carceri.
Dalla rivoluzione al voto
Il 12 settembre 2025 si è giunti alla nomina di un presidente provvisorio. È una donna, ha settantatre anni ed è stata giudice capo della Corte suprema. Il suo nome è Sushila Karki ed è la prima donna Primo ministro del paese. È una figura amata nel paese: non solo non fa parte della “lista nera” dei politici corrotti nell’immaginario comune, ma al contrario è vista come una sorta di attivista “anti-sistema”. Durante la sua carica il governo ha tentato di destituirla quando s’oppose alla nomina del nuovo ispettore generale della polizia, ritenuto politicamente colluso; inoltre, il suo successore alla guida della Corte suprema fu licenziato per aver violato un regolamento da lei stessa fatto approvare: l’obbligo per i giudici di presentare i loro documenti accademici, al fine di scoraggiare i giudici dall’estendere illegalmente i loro mandati dopo l’età pensionabile obbligatoria di 65 anni. È anche sostenitrice della parità di genere e di alcune battaglie del movimento femminista del Nepal.
Poche ore dopo la sua nomina, la neo-prima ministra Karki ha precisato che rimarrà in carica per soli sei mesi, dopodiché ci saranno le elezioni, fissate per il 5 marzo 2026. “Tutto ciò che riguarda questo processo è incostituzionale”, ha detto Neel Kantha Uprety, figura chiave delle Nazioni Unite per il controllo dei processi elettorali in Nepal, che ha già avuto un ruolo simile in Afghanistan. Ha aggiunto, però, che era impossibile agire seguendo le procedure costituzionali. Le sue parole sono state riportate dal New York Times.
Ad oggi, sappiamo che le promesse della prima ministra Karki sono state mantenute e che il 5 marzo il Nepal è andato al voto. Secondo la Commissione Elettorale del paese, 65 partiti politici hanno partecipato alle elezioni, con ben 10.967 cabine elettorali allestite e un contingente di 320.000 unità delle forze dell’ordine dispiegato. Anche qui come in Bangladesh, l’affluenza non è stata da record: alle urne si è recato il 60% degli aventi diritto, con una predominanza di giovani. Una votante alla sua prima esperienza elettorale, Luniva, ha dichiarato all’agenzia Associated Press, poi citata dal The Hill: “Sono venuta a votare soprattutto per via delle proteste e per tutte le persone che hanno dato la vita nella speranza di un cambiamento, nella speranza di vedere un Nepal migliore. Voglio vedere il mio paese migliorare grazie a tutti i sacrifici che sono stati fatti”.
A differenza di quanto accaduto in Bangladesh, la GenZ, in Nepal, è riuscita ad eleggere un proprio rappresentante, Balendra Shah, uno che nel paese è conosciuto sia come rapper che come sindaco della capitale, emerso come figura di punta nell’insurrezione di settembre 2025. Shah appartiene al partito RSP, formatasi meno di 4 anni fa e con posizioni che potremmo definire centriste, che ha ottenuto 162 seggi su 275. È da segnalare che molti giovani hanno votato l’RSP proprio per il candidato 35enne, la cui fama nel paese è adesso al picco. “La gente dice: ‘Balen è un salvatore per il Nepal’”, ha detto Sanjeev Humagain al New York Times. Humagain è un politologo della Nepal Open University.
Una comparazione
Si potrebbe giungere a una riflessione sulle due vicende mediante tre punti di comparazione, tenendo ovviamente conto della diversità dei due contesti: inclusività vs esclusione politica, integrità del processo e libertà civili, il ruolo della Generazione Z
Inclusività versus esclusione politica
La differenza più marcata tra le due tornate risiede nel grado di apertura della competizione. In Bangladesh, la Lega Awami è stata esclusa dal voto di febbraio 2026, dopo essere stata messa al bando e aver visto la sua leader condannata a morte in contumacia. Un precedente diretto chiarisce le dimensioni strutturali di questo problema: alle elezioni del gennaio 2024 (boicottate dall’opposizione principale, il BNP, che adesso è al governo) circa metà dei 300 seggi parlamentari era risultata incontestata, garantendo alla Lega Awami la maggioranza ancor prima dell’apertura delle urne (European Parliament Research Service, 2023). Il voto del 2026 ha invertito il segno ma non la logica: questa volta è il partito di governo uscente a essere escluso.
In Nepal, tutti i partiti (incluso il CPN-UML del premier dimissionario Oli, direttamente responsabile della repressione delle proteste) sono stati ammessi a competere. Più di 3.400 candidati in rappresentanza di 65 formazioni politiche si sono presentati agli elettori. L’Atlantic Council ha descritto il sistema nepalese come una “arena pluralistica dove le rimostranze vengono mediate attraverso le istituzioni”, e ha identificato esplicitamente nel voto bangladese un esempio opposto al dibattito nepalese: l’esempio, cioè, di come una transizione post-protesta possa irrigidirsi in esclusione anziché in rinnovamento.
Integrità del processo e libertà civili
I due paesi condividono la classificazione “Partly Free” di Freedom House, ma con punteggi che riflettono standard qualitativamente diversi. Il Bangladesh ottiene 45/100 nel rapporto Freedom in the World 2025 (un miglioramento di cinque punti rispetto al 2024, attribuito alla caduta di Hasina e all’apertura dello spazio civico sotto il governo Yunus, ma con l’avvertimento che “molto resta da fare” in materia di riforme istituzionali e diritti). Per i 25.000 arresti di attivisti del BNP nei tre mesi precedenti le elezioni del gennaio 2024, il rapporto documenta una “repressione sistematica” del ciclo elettorale precedente.
Il Nepal ottiene 62/100, con le elezioni descritte come “competitive e credibili” e le autorità indicate come “generalmente più tolleranti verso le assemblee pacifiche”. La corruzione persistente e le restrizioni su giornalisti e società civile rimangono criticità documentate, ma il processo elettorale nel suo complesso è giudicato libero.
Il ruolo della Generazione Z
Entrambi i paesi hanno vissuto insurrezioni giovanili che hanno direttamente portato alle elezioni in questione, ma con esiti molto diversi. Chatham House ha identificato nel voto nepalese del 5 marzo “un banco di prova per una domanda critica: può l’energia delle proteste Gen Z tradursi in successo elettorale stabile?” I dati parziali suggeriscono una risposta affermativa: la RSP di Balen Shah domina lo spoglio con un vantaggio senza precedenti nella storia elettorale nepalese recente. In Bangladesh, il partito direttamente nato dalle proteste del 2024 (l’NCP) ha ottenuto sei seggi, sufficienti a entrare in parlamento ma insufficienti per incidere sull’agenda di governo. Come osserva il Council on Foreign Relations, nell’arco del 2025-2026 la maggior parte delle proteste Gen Z asiatiche ha prodotto risultati elettorali modesti; il Nepal rappresenta l’eccezione.
Infine, è bene notare che ambedue le elezioni hanno conferito dei mandati potenzialmente problematici: sia in Nepal che in Bangladesh, la rivoluzione della Gen Z potrebbe venire oscurata dai problemi endemici di sempre, finendo per non produrre i frutti sperati dai giovani manifestanti.




