Quali dinamiche strutturali hanno permesso il rapido collasso della dinastia al-Assad nel dicembre 2024 e in che modo l’amministrazione di transizione guidata da Ahmed al-Sharaa sta gestendo l’eredità di un conflitto decennale per garantire una stabilità funzionale? In che modo il fallimento sistemico della dottrina della responsabilità di proteggere ha ridefinito il ruolo delle potenze regionali e internazionali nella gestione della ricostruzione siriana post-2024?
Introduzione
La Siria emerge nel 2026 come un caso di studio interessante per comprendere le dinamiche di ricostruzione statale in contesti di estrema frammentazione identitaria e istituzionale nel quale la fine della violenza su larga scala non coincide necessariamente con l’adozione di modelli democratici di stampo occidentale.
Il presente saggio si propone di esaminare le condizioni del paese a un anno dalla “Rivoluzione del 2024”, strutturando l’indagine attorno a tre assi fondamentali: l’evoluzione storica del conflitto, il fallimento degli strumenti normativi internazionali come la responsabilità di proteggere (R2P) e le attuali condizioni socio-economiche. Attraverso l’impiego di dati quantitativi derivanti dai rapporti di Freedom House (2024-2025) e delle principali istituzioni finanziarie globali, si analizzerà come la revoca del Caesar Act statunitense e la riapertura dei canali diplomatici stiano influenzando la stabilità interna. L’obiettivo è delineare un quadro oggettivo che consideri sia i timidi progressi nelle libertà civili sia le persistenti criticità legate all’egemonia militare di gruppi come Hayat Tahrir al-Sham (HTS).
Infine, la trattazione estenderà la riflessione teorica alle implicazioni globali della transizione siriana, valutandone il potenziale valore euristico per altri contesti di crisi sistemica, quali il Venezuela e l’Iran. Si renderà necessario decostruire la visione occidentocentrica che vincola il successo di una rivolta popolare all’immediata instaurazione di una democrazia liberale, evidenziando invece come la priorità per la popolazione civile risieda nel passaggio dallo stadio di violenza predatoria a quello di stabilità funzionale. In questa prospettiva, la Siria del 2026 potrebbe fungere da laboratorio per nuove forme di ibridismo politico, la cui tenuta dipenderà dalla capacità delle nuove élite di bilanciare le richieste di giustizia transizionale con le pressanti necessità della ricostruzione materiale[1]
Breve storia della guerra civile siriana[2]
Per inquadrare la storia della guerra civile siriana è utile analizzare le cause e le dinamiche, senza dimenticare alcuni dati. Specificamente, il conflitto civile siriano ha prodotto un bilancio umano superiore alle 600.000 vittime dirette, innescando una crisi demografica che ha coinvolto il 50% della popolazione pre-bellica attraverso sfollamenti interni e flussi migratori verso i paesi limitrofi e l’Europa settentrionale. A un anno dal crollo del regime di Bashar al-Assad, avvenuto nel dicembre 2024, si registra una significativa inversione di tendenza, con il rientro di 1,2 milioni di profughi dall’estero e di 2 milioni di sfollati interni. La stabilizzazione parziale del territorio ha permesso inoltre il ritorno di 115.000 esuli, agevolato dalla rimozione sistematica dei blocchi stradali precedentemente imposti dalle forze governative.
In primis, le cause
Le ragioni alla base della guerra civile siriana non possono essere racchiuse in un unico evento, poiché rappresentano l’incontro tra le antiche sofferenze popolari, l’instabilità dell’area mediorientale e una gestione governativa violenta che ha finito per esasperare i fronti opposti. Inizialmente, nel marzo del 2011, la Siria è stata attraversata da un’ondata di manifestazioni pacifiche figlie della cosiddetta Primavera araba[3]. Queste proteste nascevano da un profondo disagio accumulato in decenni di governo autoritario del partito Baath, sotto la guida della dinastia al-Assad, caratterizzato da forti disparità economiche, corruzione diffusa e una cronica mancanza di diritti civili.
La genesi della crisi affonda le sue radici proprio nella rigida struttura del potere siriano, che dal 1970 è stato saldamente nelle mani di Hafez al-Assad e poi di suo figlio Bashar. Nonostante l’ascesa di quest’ultimo nel 2000 avesse acceso brevi speranze di apertura, il sistema è rimasto strutturato su leggi “emergenziali” che annullavano ogni forma di dissenso. Quando nel 2011 le piazze hanno iniziato a riempirsi, le richieste della popolazione non puntavano immediatamente alla caduta del governo, quanto piuttosto a riforme strutturali per combattere la povertà e l’ingiustizia sociale. Tuttavia, la risposta dell’apparato statale è stata brutale: la repressione violenta attuata a Daraa e in altri centri urbani ha trasformato le istanze riformiste in una vera e propria rivolta contro il regime.
L’uso sproporzionato della forza, portato avanti non solo dai militari ma anche da feroci gruppi paramilitari fedeli alla presidenza, ha spinto i manifestanti verso la radicalizzazione. Quella che era nata come una contestazione civile si è tramutata rapidamente in conflitto armato, alimentato anche dalle diserzioni tra i soldati regolari, che hanno portato alla nascita dell’Esercito siriano libero. Già nel 2012 le Nazioni Unite hanno riconosciuto ufficialmente lo stato di guerra civile. A questo si aggiunse una pericolosa deriva identitaria, poiché il potere era concentrato nelle mani della minoranza alawita, mentre la maggioranza della popolazione era di fede sunnita. Il regime ha sfruttato queste divisioni religiose per compattare i propri sostenitori attraverso la paura, mentre sul fronte opposto sono emerse fazioni islamiste e jihadiste che hanno inserito nel conflitto obiettivi estremisti e violenti.
Infine, la posizione strategica della Siria ha favorito la trasformazione di una crisi interna in una complessa guerra per procura su scala mondiale. Sul piano regionale, il governo ha trovato protezione nell’asse sciita composto da Iran e Hezbollah, mentre la Russia ha garantito un supporto militare e diplomatico decisivo. Sul fronte contrario, Stati quali l’Arabia Saudita, il Qatar e la Turchia hanno sostenuto le varie anime della galassia ribelle, mentre le potenze occidentali hanno premuto per un cambio di regime pur concentrandosi sulla lotta al terrorismo. Questa sovrapposizione di interessi globali e locali ha reso il conflitto siriano un problema di difficilissima soluzione, e ha alimentato una spirale di violenza proseguita per oltre un decennio.
In secundis, le dinamiche
Le vicende belliche siriane, protrattesi per oltre quattordici anni, evidenziano un intreccio di fattori locali e influenze internazionali che hanno radicalmente mutato il volto del paese. Attraverso lo studio della documentazione disponibile, sistematizzato da Aggestan e Dunne (2024), è possibile distinguere i tre passaggi fondamentali che hanno segnato il destino del conflitto.
In un primo tempo, il conflitto in Siria rientra pienamente nel paradigma delle “nuove guerre”, in cui l’identità settaria prevale sullo scontro politico tradizionale. Ciò che ha avuto inizio nel 2011 come una serie di manifestazioni pacifiche per poi tramutarsi rapidamente in una lotta armata è stata una reazione alla violenta risposta governativa. Tale processo ha generato la frammentazione dell’opposizione, passata dalla struttura dell’Esercito siriano libero alla nascita di numerose formazioni autonome. La strategia del regime, volta a radicalizzare la componente alawita contro la maggioranza sunnita, ha favorito l’ascesa di movimenti estremisti come lo Stato islamico (IS) e Jabhat al-Nusra, trasformando la guerra in uno scontro esistenziale senza margini di compromesso.
In un secondo tempo, si riscontra l’ingerenza delle potenze esterne e lo stallo diplomatico. La longevità della crisi è dovuta in gran parte al fenomeno della guerra per procura. La sopravvivenza della famiglia al-Assad è stata garantita dal sostegno decisivo di Russia e Iran, con il coinvolgimento diretto di Hezbollah; in particolare, l’intervento di Mosca nel 2015 ha riequilibrato le sorti del conflitto a favore di Damasco. Sul fronte opposto, attori regionali quali Turchia, Arabia Saudita e Qatar hanno finanziato diverse frange ribelli, mentre gli Stati occidentali hanno mantenuto un approccio ambiguo, concentrandosi principalmente sulla minaccia terroristica piuttosto che sul rovesciamento del governo di Bashar al-Assad. Questa contrapposizione tra i membri del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha causato una cronica impotenza diplomatica, rendendo vane le mediazioni di inviati speciali quali Annan o de Mistura, poiché nessuna delle Parti[4] percepiva lo stallo come insostenibile al punto da indurre a un accordo.
In un terzo tempo[5], il decennio di instabilità è confluito in una fase terminale repentina tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025. Nel mese di novembre 2024, un’ampia alleanza di gruppi ribelli sotto l’egida di Hayat Tahrir al-Sham ha avviato una vasta operazione militare che ha travolto le difese governative, portando alla conquista delle principali metropoli e, infine, della capitale. L’8 dicembre 2024 ha segnato la fine formale dell’autorità di Bashar al-Assad, riparato in territorio russo mentre le strutture repressive del vecchio sistema venivano smantellate. Il 2025 ha aperto un delicato periodo di transizione sotto la guida di Ahmed al-Sharaa; tuttavia, la Siria si è trovata a fronteggiare una situazione drammatica, caratterizzata da spese di ricostruzione stimate in oltre duecento miliardi di dollari, povertà diffusa e l’arduo compito di edificare uno Stato democratico partendo dalle ceneri di una società militarizzata e divisa.
Excursus sul ruolo dell’ONU e il fallimento della R2P
L’esame della crisi siriana attraverso il paradigma della responsabilità di proteggere (R2P) mette a nudo la profonda discrepanza tra le ambizioni normative della tutela dei diritti umani e il crudo pragmatismo della politica di potenza. Malgrado i resoconti dettagliati sulle sistematiche violazioni dei diritti fondamentali redatti dagli organismi d’inchiesta dell’ONU[6], l’apparato diplomatico mondiale non ha saputo convertire tale consapevolezza in un intervento risolutivo. Si tenga tuttavia presente che la R2P non è un obbligo internazionalmente riconosciuto, ma solo un “dovere” morale al quale aderire volontariamente.
La dottrina R2P, ratificata durante il Summit del 2005, poggiava su tre pilastri: il dovere sovrano di uno Stato verso il proprio popolo, il supporto esterno per favorire tale compito e l’obbligo di un intervento collettivo, diplomatico o militare, qualora le autorità statali fossero venute meno ai propri doveri. In Siria, il primo pilastro è crollato sin dalle prime fasi: l’amministrazione di Damasco non solo ha trascurato la sicurezza della popolazione, ma ne è divenuto il principale oppressore attraverso l’uso di armi pesanti, l’impiego della tortura e la tattica degli assedi. Di conseguenza, la responsabilità dell’azione sarebbe dovuta traslare sul terzo pilastro. Tuttavia, la natura flessibile della R2P ha permesso alle grandi potenze di agire con estrema discrezionalità, anteponendo gli interessi statali all’imperativo etico della protezione dei civili.
Il fallimento della diplomazia in territorio siriano è indissolubilmente legato agli esiti dell’operazione NATO in Libia del 2011. In quella circostanza, la Risoluzione 1973 è stata impiegata dalle potenze occidentali come grimaldello per attuare un mutamento di regime forzato, andando oltre il mandato umanitario originario. Tale interpretazione è stata vissuta da Russia, Cina e altri Stati emergenti come un abuso delle prerogative ONU. Pertanto, ogni volta che la questione siriana è giunta sul tavolo del Consiglio di sicurezza, Mosca e Pechino sono sistematicamente ricorsi al diritto di veto, bloccando ogni sanzione o condanna ufficiale nel timore che potessero fare da preludio a una nuova ingerenza militare. La R2P fu così declassata da norma universale a mero strumento di scontro internazionale.
In un quadro di frammentazione totale, i tentativi di pacificazione portati avanti dagli emissari ONU si sono rivelati sterili. Kofi Annan, nel 2012, aveva denunciato l’assenza di un fronte internazionale compatto dopo il fallimento del suo piano di transizione. Successivamente, Lakhdar Brahimi si era scontrato con l’inconciliabilità delle Parti, rimarcando come l’immobilismo del Consiglio di sicurezza alimentasse direttamente il conflitto. Infine, Staffan de Mistura aveva tentato un approccio graduale per congelare le ostilità, ma la sua iniziativa ha confermato che, senza una reale volontà politica dei grandi attori mondiali, la tecnica diplomatica è destinata a fallire, specialmente quando i contendenti credono ancora in una vittoria militare risolutiva.
Il paradosso della gestione siriana è emerso prepotentemente nel 2013, in seguito alla tragedia di Ghouta. Mentre gli eccidi compiuti con mezzi convenzionali venivano ignorati, l’impiego di gas nervino ha portato a una perentoria intesa tra Washington e Mosca. La Risoluzione 2118 ha permesso la rimozione dell’arsenale chimico di Bashar al-Assad, dimostrando che la cooperazione tra le potenze sarebbe attuabile solo per salvaguardare l’equilibrio strategico e il regime di non-proliferazione, piuttosto che per garantire la giustizia.
In definitiva, l’esperienza siriana segnerebbe un arretramento degli Stati-leader della Comunità internazionale, che da tutori della pace internazionale si sarebbero resi spettatori di crimini atroci, decretando il tramonto dell’efficacia della R2P laddove vi sia un dissenso tra i Membri permanenti dell’ONU.
Un anno dopo la Rivoluzione
A un anno di distanza dalla caduta di Bashar al-Assad, nel dicembre 2025, la Siria attraversa una fase di profonda e complessa trasformazione caratterizzata da timidi segnali di ripresa contrapposti a un’emergenza umanitaria ancora critica. Il panorama politico vede Ahmed al-Sharaa alla guida di una transizione che, sebbene supportata da una dichiarazione costituzionale provvisoria, resta fragile a causa di persistenti focolai di violenza e dispute interne. Nonostante la fine formale di tredici anni di guerra civile, il paese deve fare i conti con un’economia devastata, dove la valuta ha perso quasi tutto il suo valore e il costo stimato per la ricostruzione supera i 216 miliardi di dollari, una cifra che la Banca mondiale ritiene peraltro sottostimata.
Dal punto di vista sociale, il ritorno di circa 1,2 milioni di profughi dai paesi vicini e di 2 milioni di sfollati interni ha generato una pressione enorme sui servizi di base, già pesantemente compromessi. Circa il 70% della popolazione dipende ancora dagli aiuti internazionali e il paese è classificato come uno dei principali punti di crisi alimentare a livello globale a causa dei danni all’agricoltura e dell’instabilità della sicurezza. Anche il sostegno internazionale sta mutando poiché, mentre l’accesso umanitario è migliorato del 25% grazie alla maggiore sicurezza stradale, molti donatori storici come il Regno Unito, gli Stati Uniti e l’Unione europea hanno pianificato tagli ai budget per gli aiuti, lasciando un vuoto che altri attori regionali come la Turchia e gli Stati del Golfo stanno cercando di colmare per espandere la propria influenza.
Il cambiamento più radicale riguarda però il regime sanzionatorio. Nel corso del 2025, la maggior parte delle restrizioni economiche occidentali è stata revocata o sospesa, situazione culminata con l’abrogazione del Caesar Act da parte degli Stati Uniti nel dicembre 2025. Questo ha permesso alla Siria di riprendere le esportazioni di petrolio dopo 14 anni di blocco e di riallacciare i rapporti con le istituzioni finanziarie globali. Tuttavia, la Comunità internazionale mantiene un atteggiamento vigile: nuove sanzioni mirate sono state introdotte per colpire i responsabili di recenti violazioni dei diritti umani, mentre il rischio di una corruzione strutturale legata alla redistribuzione degli asset del precedente regime e alle nomine governative basate sulla fiducia personale rimane una delle principali incognite per la reale stabilizzazione del paese.
Per quanto riguarda Freedom House (2024 e 2025), sotto la guida di Bashar al-Assad, la Siria era classificata come uno dei contesti più oppressivi al mondo, con un punteggio aggregato di appena 1 su 100 (autoritario). In questa fase, lo status di paese non-libero era determinato da una repressione sistematica: le consultazioni elettorali erano prive di qualsiasi valore democratico, l’opposizione veniva eliminata e i diritti fondamentali, come la libertà di parola e di associazione, erano pressoché inesistenti. I diritti politici erano fermi a un valore di -3/40, mentre le libertà civili si attestavano su un marginale 4/60. In seguito al crollo del regime avvenuto nel dicembre 2024 e all’insediamento di un’amministrazione provvisoria, il rapporto del 2025 evidenzia una variazione nel punteggio complessivo, che sale a 5/100. Sebbene la Siria mantenga lo status di paese non-libero, si riscontra un timido progresso nelle libertà civili, passate da 4 a 8 punti su 60. Questo incremento è attribuibile a una parziale apertura di spazi espressivi e regionali, nonostante permangano gravi criticità legate al controllo del territorio e alla precarietà della sicurezza interna.
La (piccolissima) crescita dell’indice numerico di Freedom House deriva principalmente da quattro cambiamenti sostanziali. Il primo è il crollo della dittatura, il quale ha smantellato i meccanismi di controllo mediatico della dinastia Assad. Questo ha permesso a cronisti internazionali e reporter precedentemente allontanati di rientrare nel paese, rendendo possibile la divulgazione delle atrocità commesse dal regime e delle terribili realtà detentive, come quella di Sednaya. Inoltre, la fine dell’era Assad ha dato spazio a raduni popolari e manifestazioni collettive. Oggi si osservano proteste dirette contro Hayat Tahrir al-Sham o a sostegno della laicità che non incontrano più la violenza cieca e programmata tipica dell’amministrazione passata. Parallelamente, lo svuotamento dei centri di detenzione governativi ha interrotto la pratica dei sequestri di Stato e delle torture metodiche operate dai vecchi servizi segreti. Ahmed al-Sharaa, attuale figura di riferimento, si è impegnato formalmente a smobilitare i gruppi armati irregolari e a punire chi si è macchiato di crimini. Il quarto è la soppressione di molti sbarramenti stradali, che ha agevolato la circolazione delle persone, favorendo il ritorno di circa 100.000 esuli[7] e permettendo a migliaia di sfollati interni di fare rientro nelle proprie terre.
Al di là dei passi avanti menzionati, la struttura politica manca ancora di solide basi democratiche. Attualmente il Parlamento risulta sciolto e non si prevedono nuove consultazioni elettorali prima del biennio 2028-29. La scena politica è dominata da Hayat Tahrir al-Sham (HTS), mancando una normativa che permetta la nascita di schieramenti alternativi. Anche il potere giudiziario soffre di una grave mancanza di autonomia, essendo vincolato a tribunali legati alla stessa Hayat Tahrir al-Sham che non assicurano l’equità dei procedimenti. Permangono inoltre forti preoccupazioni per l’incolumità degli Alawiti e di altre confessioni religiose, nonostante le rassicurazioni di apertura fornite dalle nuove autorità.
In conclusione, sebbene i cittadini siriani godano oggi di una pressione sociale ridotta e di una minore violenza istituzionale, l’autorità resta nelle mani di un’organizzazione militante che governa attraverso un Esecutivo provvisorio non votato dai cittadini. La permanenza di questi benefici dipenderà dalla capacità di evolvere da una gestione basata sulle armi a un ordinamento costituzionale aperto a tutti; un percorso che, secondo le stime di al-Sharaa, non si concluderà prima di un quadriennio. Tuttavia, va esplicitato che non necessariamente l’esito delle proteste debba essere la (liberal)democrazia. Il percorso è sempre lento e graduale, e risulta viziato da una visione occidentocentrica del mondo.
Nonostante il punteggio di Freedom House sia leggermente salito, la Siria permane in una condizione di assenza di Stato di diritto. La mancanza di un potere giudiziario autonomo da Hayat Tahrir al-Sham rappresenta il principale ostacolo a una transizione che possa definirsi stabile nel lungo periodo e il rischio di corruzione strutturale nella redistribuzione degli asset del precedente regime potrebbe inoltre generare nuove forme di disparità economica, rialimentando le cause scatenanti del 2011.
La stabilizzazione della Siria post-2024 impone il superamento della dicotomia tra autoritarismo secolare e teocrazia militante. La letteratura scientifica sulle transizioni dai regimi totalitari evidenzia come il collasso di un’autocrazia non generi un vuoto istituzionale colmabile esclusivamente da modelli liberali, quanto piuttosto un’arena di competizione tra nuove élite spesso provenienti da apparati paramilitari. Nel contesto siriano, la mutazione di Hayat Tahrir al-Sham (HTS) in un attore politico pragmatico configura una forma di “autoritarismo competitivo” o “ibridismo funzionale”, in cui la legittimità non deriva dal suffragio universale, ma dalla capacità di fornire beni pubblici essenziali – sicurezza, energia e approvvigionamento alimentare – e di gestire le eterogeneità confessionali attraverso patti di non-aggressione territoriale. Una situazione che, considerate le dovute premesse, potrebbe essere utile per i cambi di regime in Venezuela e Iran.
La sostenibilità di questo assetto dipende dalla trasformazione della violenza regolativa dell’amministrazione al-Sharaa in una sovranità legalmente riconosciuta, capace di svincolarsi dalle influenze regionali di Turchia e Stati del Golfo per evitare una nuova forma di vassallaggio internazionale rispetto a potenze dominanti. Il successo della rivoluzione deve quindi essere misurato sulla resilienza delle strutture civili locali e sulla loro capacità di impedire la regressione verso il conflitto aperto, garantendo una soglia minima di dignità umana attraverso la ricostruzione materiale.
- Per semplicità si accennerà soltanto alla situazione economica siriana: è estremamente complesso avere dati attendibili sul PIL pro capite siriano del 2024 e del 2025. ↩
- Fonte: Aggestan e Dunne in Smith, S., Hadfield, A., Dunne, T., & Kitchen, N. (2024). Foreign Policy: Theories, Actors, Cases (Fourth Edition). Oxford University Press, cap. 23. ↩
- Per approfondire consiglio Reuters ↩
- “Parti” maiuscolo perché si riferisce agli Stati. ↩
- Fonte: Syrian Observatory for Human Rights. ↩
- Tra cui qui. ↩
- Si tratta di un numero che varia nel tempo. Per semplicità si prende quello riportato in Freedom House. ↩


