L'economia è una delle discipline più presenti nel dibattito pubblico e, allo stesso tempo, una delle più fraintese. Si parla ogni giorno di tasse, pensioni, inflazione, debito pubblico e crescita economica, ma raramente ci si sofferma sul metodo con cui gli economisti cercano di rispondere a queste domande. In questa intervista abbiamo parlato con Umberto Bertonelli del funzionamento della ricerca economica, delle principali criticità del sistema pensionistico italiano e delle difficoltà di fare divulgazione basata sulle evidenze in un contesto spesso dominato dalle opinioni.
Che cos’è l’Economia? Perché è così importante? Qual è la metodologia principale utilizzata dai ricercatori e che la differenzia dalle altre scienze?
L’economia è la scienza che studia come usare risorse limitate per soddisfare bisogni potenzialmente infiniti. Detta così sembra una frase da manuale universitario, di quelle che fanno venire voglia di chiudere il libro e prepararsi un caffè. In realtà parla di una cosa molto semplice: nella vita non possiamo avere tutto.
Abbiamo tempo limitato, soldi limitati, energia limitata, materie prime limitate. Anche la pazienza, spesso, è limitata. E quindi dobbiamo scegliere.
Dire che le risorse sono limitate, però, non significa dire che la crescita sia automaticamente impossibile. La storia economica è piena di casi in cui abbiamo imparato a produrre di più usando meno risorse, a sostituire materiali costosi con altri più efficienti, e a trasformare problemi apparentemente insormontabili in nuove opportunità.
Un ettaro di terra oggi può produrre molto più cibo di un ettaro di terra di due secoli fa. Un computer moderno fa in pochi secondi calcoli che un tempo avrebbero richiesto stanze piene di persone. Una quantità minore di energia o materie prime può generare molto più valore, se viene usata meglio.
L’economia è importante perché ci aiuta a capire i compromessi nascosti dietro ogni decisione. Se uso un’ora per guardare una serie, non posso usare la stessa ora per studiare. Se lo Stato spende più soldi per una cosa, deve prenderli da qualche parte o rinunciare a qualcos’altro. Se un’impresa assume una persona, investe risorse che non potrà usare nello stesso momento per un altro progetto.
Queste scelte non riguardano solo il portafoglio. Riguardano il lavoro, la sanità, le pensioni, la scuola, l’ambiente, l’energia, le tasse, la povertà, la crescita e perfino il tempo libero. In pratica: ogni volta che una società deve decidere come usare risorse scarse, sta affrontando un problema economico.
Per studiare questi fenomeni, gli economisti devono affrontare una difficoltà particolare. A differenza di altre scienze, in economia è molto difficile costruire esperimenti perfettamente controllati e riproducibili. Non possiamo prendere due Italie identiche, cambiare una legge fiscale solo in una delle due, aspettare dieci anni e vedere cosa succede. A meno di non voler usare gli esseri umani come cavie da laboratorio, cosa che eviterei volentieri.
Gli economisti provano a ricostruire il famoso “cosa sarebbe successo se…?”. Cosa sarebbe successo senza quella riforma? Senza quel bonus? Senza quella crisi? Senza quella nuova tecnologia?
Per farlo si usano dati e modelli statistici. Uno dei più noti è il difference-in-differences. L’idea, semplificando molto, è confrontare l’evoluzione di un gruppo colpito da una politica con quella di un gruppo simile che non è stato colpito, prima e dopo l’intervento. Questo strumento ha dei limiti chiaramente, però è un modo per avvicinarsi ad una conclusione “solida”.
La tua attività divulgativa si concentra prevalentemente sull’analisi della spesa pubblica italiana, con una particolare attenzione al sistema pensionistico italiano e ai conti dell’INPS. Potresti spiegare qual è la situazione?
Mi piace approfondire molti temi: crescita economica, produttività, lavoro, debito pubblico, energia, demografia, spesa pubblica. Fortunatamente non mi occupo solo di INPS, anche perché altrimenti credo che a un certo punto mi ricovererebbero direttamente dentro una sede dell’istituto.
Però è vero, quando parlo di pensioni e conti pubblici l’attenzione aumenta molto. Probabilmente perché il sistema pensionistico è uno dei grandi nervi scoperti del dibattito italiano. Riguarda tutti: chi è già in pensione, chi ci andrà tra pochi anni, chi ci andrà tra trent’anni e chi, più pessimisticamente, pensa che non ci andrà mai.
La situazione, purtroppo, non è delle più rosee. L’Italia è un Paese che invecchia, fa pochi figli e cresce poco. Questa combinazione è micidiale per un sistema pensionistico pubblico a ripartizione, cioè un sistema in cui i contributi versati oggi dai lavoratori servono a pagare le pensioni di oggi. Se hai tanti lavoratori, salari in crescita e una popolazione relativamente giovane, il sistema regge. Se invece hai pochi giovani, pochi occupati, salari stagnanti e sempre più persone anziane, la situazione si complica. A questo aggiungi il fatto che l’Italia abbia costruito nel tempo promesse molto generose, spesso scollegate dalla crescita reale dell’economia e dalla demografia del Paese.
Alla luce di questa situazione, quali riforme strutturali sarebbero prioritarie in questo settore? Ha senso comparare il sistema pensionistico italiano con altri? Pensiamo anche al Mercer CFA Institute Global Pension Index e al suo report 2025. Per esempio, lo Stato demograficamente più simile all’Italia è il Giappone: ha moltissimi anziani. Il Giappone spende il 9,2% di PIL, a fronte dell’Italia che spende oltre il 16% di PIL: i pensionati italiani hanno davvero bisogno di quasi 7 punti percentuali in più o c’è altro? In altre parole, l’Italia è semplicemente più generosa oppure ci sono variabili intervenienti che non abbiamo considerato?
I paragoni internazionali sono utili, ma vanno maneggiati con cautela. Servono a farci capire se un Paese è davvero “condannato” da certe condizioni strutturali oppure se sta facendo scelte diverse dagli altri.
Il confronto con il Giappone è interessante perché ha una popolazione molto anziana, persino più anziana della nostra, eppure spende in pensioni una quota di PIL molto più bassa rispetto all’Italia. Questo ci suggerisce che la demografia conti moltissimo, ma non spieghi tutto.
L’Italia non spende tanto solo perché ha molti anziani. Spende tanto anche perché ha costruito nel tempo un sistema molto generoso, stratificato, pieno di eccezioni, strumenti sovrapposti e, in alcuni casi, anche logiche clientelari. Dentro la spesa dell’INPS non ci sono solo pensioni in senso stretto, e il welfare italiano non passa solo dall’INPS. Ci sono prestazioni nazionali, strumenti locali, bonus, trasferimenti, agevolazioni e interventi degli enti territoriali che spesso si sommano tra loro.
Questo crea un problema enorme: non sempre sappiamo con chiarezza chi riceve cosa, perché lo riceve e se quella persona è davvero in una condizione di bisogno. Oltre alla grande massa di spesa gestita dall’INPS, esiste anche una quota rilevante di spesa sociale gestita dagli enti territoriali, circa 13 miliardi. Il rischio è che una parte di queste risorse si cumuli su soggetti già protetti da altri strumenti, mentre altri restano scoperti o ricevono troppo poco.
Un esempio molto delicato riguarda la composizione dei pensionati. In Italia abbiamo circa 16 milioni di pensionati, e una quota molto ampia ha alle spalle carriere contributive debolissime. Circa 6 milioni avrebbero versato meno di 15 anni di contributi, e una parte di questi risulta quasi invisibile dal punto di vista fiscale. Naturalmente bisogna stare molto attenti, dentro questi numeri ci sono storie molto diverse. Ci sono persone che hanno avuto vite lavorative discontinue, lavoro povero, lavoro irregolare, periodi lunghi di cura familiare. Ci sono molte donne che hanno pagato il prezzo di un modello familiare e lavorativo che per decenni le ha escluse o penalizzate.
Però non possiamo nemmeno far finta che il problema non esista. Se incrociamo questi dati con quelli sulla povertà per età, qualcosa non torna. Gli anziani, in media, non sono la fascia più povera della popolazione italiana. Questo non significa che tutti i pensionati stiano bene, ovviamente. Significa però che una parte delle prestazioni potrebbe finire a persone che non sono davvero fragili, o che hanno dichiarato molto meno di quanto possedevano o guadagnavano realmente. Qui lo Stato avrebbe strumenti per verificare meglio la coerenza tra reddito dichiarato, patrimonio, consumi e condizione economica effettiva. Il problema è che spesso questi controlli non vengono fatti con sufficiente precisione.
Un altro tema centrale è l’ISEE. In teoria dovrebbe servire a misurare la condizione economica delle famiglie. In pratica è diventato la chiave d’accesso a una quantità enorme di bonus, agevolazioni e prestazioni. Il risultato è un sistema pieno di soglie, scaglioni, eccezioni e distorsioni. Ci sono casi in cui il disegno delle misure produce effetti paradossali: persone con redditi effettivamente più alti riescono a ricevere più benefici di persone con redditi più bassi, semplicemente perché rientrano meglio in una certa soglia o perché hanno una composizione patrimoniale più favorevole.
Invece di costruire servizi universali o quasi universali, abbiamo spesso costruito trasferimenti monetari frammentati. Molti Paesi europei hanno seguito una strada diversa, puntando di più sui servizi: asili nido, tempo pieno, doposcuola, assistenza alla non autosufficienza, politiche attive del lavoro. Questo modello può essere più equo e anche più efficiente, perché non si limita a distribuire soldi, ma rimuove ostacoli concreti alla partecipazione al lavoro.
Il caso degli asili nido è emblematico. Un sistema più forte di servizi per l’infanzia non aiuta solo le famiglie: aumenta l’occupazione femminile, allarga la base contributiva, produce più reddito, più gettito fiscale e più contributi. E questa, alla fine, è anche una riforma pensionistica. Perché il sistema previdenziale non si salva solo intervenendo sulle pensioni, ma anche aumentando il numero di persone che lavorano e versano contributi.
Poi c’è il nodo interno al sistema pensionistico vero e proprio. L’Italia si porta ancora dietro una massa enorme di spesa legata al vecchio sistema retributivo e ai sistemi misti. Il contributivo puro riguarda ancora solo una parte limitata della spesa complessiva. Questo significa che molte pensioni sono ancora, in tutto o in parte, scollegate dai contributi effettivamente versati, pertanto molto generose.
Qui si potrebbe intervenire in modo selettivo, senza fare operazioni brutali o demagogiche. Per esempio, si potrebbe agire sulla rivalutazione delle pensioni più alte e meno giustificate dal punto di vista contributivo, usando le risorse recuperate per riequilibrare il sistema o finanziare servizi che aumentano l’occupazione.
Infine c’è un problema di cui si parla ancora troppo poco, ovvero il sistema contributivo. Viene spesso presentato come il sistema giusto per definizione, perché lega la pensione ai contributi versati. In teoria è vero. In pratica, però, il modo in cui viene applicato può produrre effetti regressivi.
Il contributivo si basa su stime della speranza di vita. Ma la speranza di vita non è uguale per tutti. In genere chi ha redditi più alti vive più a lungo, mentre chi ha redditi più bassi, lavori più pesanti e carriere più fragili tende ad avere una vita più breve. Se applichiamo coefficienti uguali a persone con aspettative di vita molto diverse, rischiamo di creare una redistribuzione implicita dai redditi bassi verso i redditi alti.
Ci piacerebbe affrontare anche la questione metodologica. Nel panorama della divulgazione economica in Italia, il tuo canale si distingue per un approccio basato sulle evidenze empiriche e sull’utilizzo della più recente letteratura specialistica. Quali sono le maggiori difficoltà nel proporre un formato tecnico a una platea non specialistica?
La difficoltà principale è che, scegliendo un formato tecnico, rischi inevitabilmente di escludere una parte del pubblico. E questa non è una cosa piacevole per chi vuole parlare al maggior numero possibile di persone.
Però, almeno secondo me, non ci sono molte alternative. Se vuoi parlare seriamente di economia, prima o poi devi portare dati, fonti, letteratura, documenti, metodi. Altrimenti si scivola molto facilmente nell’opinionismo: “secondo me le tasse sono alte”, “secondo me il debito non conta”, “secondo me le pensioni si pagano da sole”. Opinioni legittime, per carità, ma non sufficienti.
Il problema è che l’economia parte svantaggiata rispetto ad altre discipline. Pensiamo alla storia, alla filosofia o alla fisica. Anche quando una persona non è specialista, qualche riferimento ce l’ha. Sa chi sono Napoleone, Socrate, Einstein, Hawking. Magari ne ha un’idea vaga, magari imprecisa, probabilmente errata, ma almeno esiste un immaginario comune.
In economia questo immaginario è molto più debole. Quante persone conoscono Leonid Hurwicz, per esempio? Pochissime. Eppure il filone di studi a cui ha contribuito, la teoria del mechanism design, ha avuto applicazioni enormi: dalle aste pubbliche all’allocazione delle frequenze, fino a mercati regolati che incidono concretamente sulla vita delle persone. Se oggi internet in Italia costa molto poco è proprio merito di quel filone. Questo è solo un esempio, e non me ne vogliano gli altri divulgatori, ma rende bene il punto. In Italia abbiamo un problema enorme di alfabetizzazione economica. Molte persone discutono di tasse, pensioni, salari, inflazione, debito pubblico e spesa pubblica tutti i giorni, ma spesso senza gli strumenti minimi per orientarsi. Altro esempio, una larga parte dei lavoratori italiani fatica persino a leggere correttamente la propria busta paga. E se non capiamo bene la busta paga, il cuneo fiscale, i contributi, il netto, il lordo, il TFR, diventa molto difficile discutere seriamente di lavoro, welfare e pensioni.
L’economia d'altronde viene percepita spesso come una specie di talk show permanente, dove uno vale uno e tutte le opinioni si equivalgono. Per questo, secondo me, è fondamentale partire dai documenti, dai dati e dagli studi. Non per fare sfoggio di tecnicismo, ma per costruire un rapporto diverso con il pubblico. Non devi credermi perché lo dico io, perché ho un canale YouTube o perché parlo con tono sicuro. Devi poter vedere da dove arriva un numero, chi ha prodotto quello studio, quali ipotesi usa, quali limiti ha. Questo è un modo per rendere il pubblico più autonomo, non più dipendente dal divulgatore.
Naturalmente c’è un costo: alcuni contenuti diventano più lenti, meno immediati, meno “virali”. Una tabella dell’ISTAT o un paper dell’OCSE non hanno lo stesso impatto emotivo di una frase urlata bene. Però nel lungo periodo credo che sia l’unica strada seria.
Mi viene in mente un paragone con il fitness. Anche lì, per anni, il dibattito è stato dominato da miti, scorciatoie, guru, metodi miracolosi e frasi fatte. Poi la divulgazione evidence-based ha iniziato a cambiare le cose: più attenzione agli studi, alla fisiologia, ai dati, ai limiti delle affermazioni troppo nette.
Ecco, sull’economia siamo ancora un po’ indietro. Magari tra dieci anni ci sarà più consapevolezza. Vedremo.
Umberto Alessandro Bertonelli è data analyst, consulente di business intelligence e divulgatore economico. Fondatore del progetto Economia Italia, realizza analisi basate su dati e fonti ufficiali sui principali temi di economia pubblica, macroeconomia e finanza dello Stato, con un'attenzione particolare al sistema pensionistico italiano.


