1. Introduzione
La disciplina delle Relazioni internazionali (IR) si serve di alcune teorie generali, sviluppate nel corso dell’ultimo secolo, per spiegare l’estrema complessità della politica internazionale. Le teorie più importanti sono il Realismo, il Costruttivismo, il Liberalismo, il Marxismo e il Femminismo[1]. Ma che cos’è una teoria? Una teoria è una “lente” analitica che orienta l’osservazione e l’interpretazione della politica internazionale: la sua utilità può variare a seconda delle specifiche circostanze storiche o degli episodi specifici presi in esame, e la combinazione di diverse prospettive teoriche può arricchire l’analisi dei fenomeni complessi. Naturalmente, nonostante le teorie siano modelli concettuali generali e astratti, esse si pongono l’obiettivo di comprendere scientificamente le ragioni di determinati avvenimenti e di stimare la probabilità della loro ripetizione nel tempo. Si presti però attenzione: lo storico descrive gli eventi, ma è compito del politologo formulare teorie generali che identifichino dei principi comuni nell’eterogeneità di tali eventi.
Per presentare le teorie si utilizzeranno come fonte due manuali di riferimento: “Grieco, Ikenberry, Mastanduno. (2017). Introduzione alle Relazioni internazionali. Domande fondamentali e prospettive contemporanee” e “Smith, S., Hadfield, A., Dunne, T., and Kitchen, N., (2024), “Foreign Policy: Theories, Actors, Cases” (4th Ed.)”. Per ogni teoria, il testo verrà strutturato in assunti e asserzioni, per poi eventualmente specificare le varie scuole di pensiero all’interno delle teorie. Gli assunti costituiscono le premesse fondamentali o le credenze basilari (le ipotesi di partenza) su cui si costruisce una teoria; rappresentano cioè i punti di partenza concettuali che gli studiosi adottano per costruire i loro modelli esplicativi del mondo, permettendo di semplificare la complessità delle relazioni tra gli attori della politica internazionale attraverso la selezione dei fattori che, secondo la loro teoria, sono più rilevanti. Le asserzioni, invece, sono le conseguenze, le strategie o le dinamiche che discendono logicamente dagli assunti. Per esempio, un assunto del Realismo è che il Sistema internazionale sia anarchico: ne consegue (asserzione), come vedremo, la lotta per il potere. Infine, si tenga presente che nel testo si incontreranno pochi verbi coniugati al modo indicativo. Questo perché non esistono certezze, ma solo probabilità e possibilità. Per tale ragione, verranno utilizzati i periodi ipotetici (condizionale, congiuntivo)[2].
2. Il Realismo
Il Realismo è la prima teoria delle Relazioni internazionali ed è stata per lungo tempo la più condivisa. Tuttavia, già durante la Guerra in Vietnam era stata criticata per non essere riuscita a spiegare l’influenza dei gruppi interni agli Stati sulla politica internazionale[3]. Dagli anni Novanta, invece, si nota una piccola rinascita grazie alla sua variante del Realismo neoclassico, che ha provato a ovviare al fatto che il Realismo precedente non era riuscito a cogliere alcun segnale di debolezza di quella superpotenza che sarebbe collassata nel giro di pochi anni: l’Unione sovietica.
2.1 Gli assunti del Realismo
Il primo assunto del Realismo è l’anarchia del Sistema internazionale. Ciò non significa che esso sia caotico, come direbbe la Scuola inglese, ma semplicemente che non esiste nessuna autorità superiore agli Stati che possa mantenere l’ordine (come fa la polizia dentro lo Stato). In un sistema di questo tipo, la moneta di scambio sarebbe la potenza, ovvero la capacità dello Stato di esercitare il potere coercitivo; il più forte comanda e il più debole si adatta. Il secondo assunto è il primato dello Stato sugli altri attori: lo Stato sarebbe l’attore dominante e centrale nella politica internazionale. Non si nega il fatto che esistano altri attori non-statali (ONG, multinazionali, organizzazioni internazionali, ecc.), ma si ritiene che si possa semplificare tutto alla competizione tra gli Stati. Il numero di grandi Stati (superpotenze) determinerebbe il tipo di Sistema internazionale (unipolare, bipolare, multipolare). Il terzo assunto è la razionalità e l’unitarietà degli Stati. Per i realisti gli Stati sarebbero unitari e razionali: i governi, che rappresenterebbero l’intera volontà dello Stato, agirebbero quindi in modo razionale, secondo un puro calcolo di costi e benefici. Sarebbero in grado di calcolare i vantaggi e le perdite rispetto a una determinata azione e, pertanto, di adeguare il loro comportamento. Il quarto assunto è la sicurezza come problema primario. Se il Sistema internazionale è anarchico, significa che la guerra e la violenza sono costantemente un pericolo e, allora, la politica estera diventerebbe soprattutto un esercizio di sicurezza dello Stato[4]. In altre parole, essendo la guerra un pericolo onnipresente, la politica estera sarebbe un modo di ricercare la propria sicurezza. L’ultimo assunto è la ricerca della sicurezza come un’impresa concorrenziale. La ricerca della sicurezza da parte degli Stati sarebbe simile a quella di un’impresa in concorrenza perfetta. Le relazioni tra Stati non sarebbero un gioco a somma variabile, bensì a somma zero: se qualcuno guadagna l’altro ci perde, e viceversa. Questo porterebbe gli Stati a essere egoisti e a cercare di massimizzare il proprio potere per garantirsi la sicurezza.
2.2 Le asserzioni del Realismo
Un’asserzione del Realismo è l’equilibrio di potenza (il dilemma della sicurezza). Gli Stati interagirebbero tra loro e si alleano, non necessariamente in modo intenzionale, per cercare di bilanciare la potenza: fare sì che nessuno possa essere molto più forte rispetto a qualcun altro. Ciò potrebbe portare, a volte, al “dilemma della sicurezza”: seppur con intenzioni pacifiche, uno Stato si dota di capacità difensive per difendersi da una minaccia percepita; ma questa politica può essere percepita come aggressiva da un altro Stato, che si armerà a sua volta. Il risultato potrebbe essere che entrambi gli Stati, nonostante abbiano intenzioni difensive e pacifiche, percepiscano delle minacce e allora il conflitto diventi più probabile. Un’altra asserzione è l’importanza dei guadagni relativi e non assoluti. I guadagni relativi sarebbero da preferire ai guadagni assoluti perché si focalizzano sui benefici conseguiti da uno Stato in confronto a quelli del suo rivale: la logica è che “non importa quanto guadagno, ma che guadagno più degli altri, così nel lungo periodo posso vincere la competizione”. La competizione economica, allora, potrebbe essere problematica in quanto, sebbene i vantaggi assoluti siano positivi, quelli relativi potrebbero non esserlo. La terza asserzione è la salienza delle transizioni di potere. Le transizioni di potere sono situazioni in cui la potenza relativa di due Stati cambia. Può avvenire per motivi economici o tecnologici, e per una crescita economica diseguale. Per i realisti queste fasi sarebbero delicate, poiché la potenza in ascesa potrebbe tentare di sfidare la potenza in declino. L’ultima asserzione è il nazionalismo come forza dinamica. Il nazionalismo sarebbe una potenziale fonte di conflitto perché accentuerebbe le differenze tra i gruppi umani, nonostante possa spesso aumentare la coesione interna agli Stati.
2.3 Tipi di Realismo
Il Realismo si è diviso in almeno quattro filoni che formulano delle teorie generali. Il primo è il Realismo classico (Morgenthau), che enfatizza il ruolo centrale del potere nello scenario internazionale e sottolinea che gli Stati agirebbero principalmente per il proprio interesse egoistico. Il secondo è il Neorealismo (Waltz), che introduce il concetto di Sistema internazionale anarchico e focalizza l’attenzione sulle strutture del sistema anziché sugli attori individuali: se per Morgenthau gli Stati agirebbero in base al sistema anarchico, per Waltz si comporterebbero in base alla loro posizione di potere relativamente agli altri Stati. Per questo motivo, il Neorealismo può essere “offensivo” (Mearsheimer) quando si ritiene che gli Stati tendano a massimizzare il proprio potere per cercare di ottenere l’egemonia, e “difensivo” (Walt) quando si ritiene che gli Stati cerchino principalmente la sopravvivenza e la sicurezza, cercando di bilanciare le minacce potenziali. Il terzo è la Scuola inglese (soprattutto Bull), che pone l’accento sul ruolo delle istituzioni internazionali e sul Diritto internazionale, che le altre teorie realiste ignorano. Infine, il Realismo neoclassico (Taliaferro) è diventato oggi l’idea realista dominante, in quanto introduce i fattori interni agli Stati quali variabili intervenienti per spiegare la politica internazionale: ciò perché le vecchie teorie realiste, trascurandoli, non erano state in grado di spiegare dei fenomeni importanti.
Per quanto riguarda le teorie specifiche, all’interno del Realismo possiamo trovare la famosa teoria dell’equilibrio di potere, secondo la quale gli Stati cercherebbero di prevenerire la dominazione di un singolo Stato bilanciandosi internamente (aumentando le capacità di deterrenza) o esternamente (alleandosi con altri). Un’altra teoria è quella dell’equilibrio della minaccia: gli Stati si bilancerebbero contro le minacce, non solo contro il potere[5]; e le minacce dipenderebbero dalle capacità degli altri attori, dalle loro intenzioni percepite e dalla geografia. Inoltre, la teoria della stabilità egemonica, la quale sostiene che gli Stati più potenti creino gerarchie cercando di dominare gli altri: l’ordine internazionale sarebbe stabile solo se sostenuto dalla distribuzione del potere. Quando una potenza declina, la teoria della transizione di potere spiegherebbe come l’ordine internazionale si modifichi dopo una grande guerra: gli Stati dominanti cercherebbero di mantenere la leadership e il conflitto sarebbe più probabile quando le loro capacità si avvicinano alla parità. Tuttavia, occorre ricordare che la transizione di potere tra Regno Unito e Stati Uniti avvenne, dopo la WWII, pacificamente.
3. Il Costruttivismo
Negli anni post-Guerra fredda gli studiosi hanno dimostrato un particolare interesse per il Costruttivismo. Questa teoria evidenzia il modo in cui le percezioni, le identità e le norme condivise siano salienti nella politica internazionale, poiché plasmerebbero gli interessi degli Stati (e degli altri attori) e influenzerebbero i loro comportamenti, modellando la natura stessa del Sistema internazionale: si dice che “le idee contano”. La differenza rispetto al Realismo e al Liberalismo è che gli interessi e le preferenze degli Stati non sarebbero esogene, ma endogene. Il Costruttivismo è particolarmente importante perché negli anni Novanta ci si interrogava sul futuro e sul ruolo della NATO quando il conflitto Mosca-Washington era terminato. Se i liberali e i realisti ritenevano che la NATO fosse destinata a una sempre maggiore marginalizzazione nella politica internazionale, i costruttivisti (anche grazie alle tipologie di identità teorizzate da Wendt, 1992[6]) ritenevano che essa potesse essere cruciale per mantenere la coesione tra gli Stati europei e quelli Nord-americani, in quanto l’art. 5 del Trattato[7] si basava sul fatto che tutti i paesi dell’Alleanza condividessero un’identità e dei valori comuni: quelli democratici. Pertanto, la NATO avrebbe iniziato ad agire come agente di socializzazione per stabilire nuove relazioni e pratiche di collaborazione, per esempio tramite iniziative come il Consiglio Nord-Atlantico e il programma “Partenariato per la pace”. In altri termini, la NATO non avrebbe più agito solo nell’ottica realista dell’equilibrio di potenza e/o delle minacce, ma da “collante sociale” tra Stati che condividono gli stessi valori democratici.
3.1 Gli assunti del Costruttivismo
Il primo assunto costruttivista è che gli interessi[8] di individui, gruppi e Stati non sarebbero intrinsecamente dati, né preesistenti alle idee, ma modellati dalle identità degli attori. Non sarebbe quindi la struttura[9] a determinare gli interessi, ma il modo in cui gli attori si percepiscono. Dunque, gli interessi non sarebbero entità immutabili ma, dipendendo dalle idee e dai valori individuali, sarebbero dinamici. Ciò implica che la comprensione degli interessi di un’entità non può prescindere dall’analisi della sua identità. Il secondo assunto è che le identità sarebbero forgiate da una complessa interazione di fattori ideazionali, quali la cultura, la religione, la scienza, i valori e le norme sociali. Sebbene i costruttivisti non escludano il ruolo delle condizioni materiali degli individui nella formazione dell’identità, essi sostengono che queste emergano dall’interazione e dall’interpretazione di tali configurazioni del mondo materiale. In tal senso, le differenze di prospettiva su una determinata questione possono avere un’importanza cruciale. Per esempio, il fatto che la Gran Bretagna sia un’isola influenzerebbe l’identità dei britannici, quindi anche i loro interessi e, di conseguenza, la loro politica estera[10]. Un terzo assunto riguarda il fatto che le élite di governo e le élite sociali sarebbero gli attori più significativi, in quanto le loro idee e identità modellerebbero il comportamento dei gruppi e degli Stati nel Sistema internazionale[11]. Pertanto, l’analisi del pensiero e delle convinzioni dei leader è considerata essenziale per spiegare le loro azioni. Fattori come l’interazione sociale, il networking e la comunicazione sono ritenuti determinanti nel plasmare il pensiero e l’azione degli attori. Per esempio, l’importanza di figure come Greta Thunberg avrebbe dimostrato come il ruolo delle idee possa influenzare le agende politiche globali sui temi ambientali. L’ultimo assunto costruttivista riguarda il fatto che la comunicazione nella formazione delle identità collettive sia rilevante. La comunicazione svolgerebbe un ruolo cruciale nella formazione e nel mutamento delle identità. Attraverso l’interazione sociale e il networking, le élite tenderebbero a produrre visioni del mondo collettive e condivise, le quali configurano il modo in cui i loro interessi sono definiti e perseguiti. Per esempio, le recenti rivendicazioni di un’élite femminista (il movimento #MeToo), o di persone come Greta Thunberg, non solo influenzano dal basso l’opinione pubblica, ma anche il comportamento dei leader statali e le loro politiche estere[12].
3.2 Le asserzioni del Costruttivismo
Derivanti dagli assunti, le asserzioni costruttiviste offrono un quadro interpretativo delle dinamiche internazionali che enfatizza la malleabilità della realtà sociale e la possibilità di trasformazione attraverso il cambiamento delle idee e delle norme. In primo luogo, l’anarchia sarebbe una costruzione sociale. A differenza del Realismo, i costruttivisti ritengono che il mondo anarchico (privo di un’autorità sopra gli Stati) sia “ciò che gli Stati decidono di farne”[13]. Le élite possono, attraverso una migliore conoscenza reciproca, modificare le proprie aspettative e percepirsi come amici anziché nemici. Per esempio, gli Stati europei hanno deciso che la cooperazione commerciale e in altri ambiti sia importante, e sono diventati “amici” cedendo una piccola parte di sovranità all’Unione europea. Inoltre, la percezione della minaccia dipende dall’identità e dalla relazione sociale costruita: Washington non percepisce come una minaccia l’arsenale nucleare britannico o francese (amici) ma considera una minaccia più rilevante, seppure meno potente, l’arsenale nucleare nordcoreano (nemici). In secondo luogo, i costruttivisti concordano con i liberali sull’importanza di una società civile globale, costituita dalla somma di attività e gruppi transnazionali che operano al di fuori del sistema politico tradizionale. Gli scambi transnazionali sono considerati importanti per la diffusione di norme e idee e creerebbero fiducia e consenso tra i paesi. Le élite transnazionali condividerebbero così idee ed esperienze, determinando la modalità di anarchia internazionale prevalente (l’hobbesiana rivalità o la lockiana cooperazione, o ancora una kantiana sicurezza collettiva). Si pensi all’Erasmus in UE, che permette lo scambio di idee e la condivisione di valori di un’élite di studenti. In terzo luogo, il mutamento normativo sarebbe il motore del progresso. L’apprendimento e la socializzazione che avvengono attraverso il Sistema internazionale tenderebbero a muovere il mondo in una direzione progressista, sebbene non sempre e non necessariamente in un senso positivo. Nonostante esistano molti momenti negativi e di regresso, sarebbe innegabile considerare l’idea per la quale l’umanità non sia generalmente progredita: benché ci siano conflitti e guerre, di fatto il diritto internazionale pubblico ha iniziato nell’ultimo secolo a prevedere norme di intervento e di aiuti umanitari per proteggere gli individui da violenze collettive (per esempio, tramite le sanzioni). In quarto luogo, i costruttivisti affermano che gli Stati possiedano identità che configurerebbero il modo in cui i loro decisori politici interpretano l’interesse statale. I responsabili politici operano all’interno di una cultura strategica e le differenze nelle culture strategiche, che derivano dalle esperienze storiche e dalle ideologie o tradizioni, influenzerebbero la politica estera. Per esempio, Francia e Regno Unito sono state due grandi potenze coloniali, quindi potrebbero agire sulla base di questo ricordo comune, ovvero diversamente rispetto a Stati che, invece, sono stati colonizzati. Al contrario, malgrado l’esperienza storica e la cultura strategica sovietica, outsider come Gorbaciov possono cambiare il corso della storia.
4. Il Liberalismo
Il Liberalismo è una teoria che interpreta la politica estera e le relazioni internazionali[14] ponendo l’accento su come gli individui, gli ideali che essi promuovono (diritti umani, libertà e democrazia), le forze sociali (capitalismo, mercati) e le istituzioni politiche (democrazia, costituzionalismo, rappresentanza) possano avere effetti diretti sulla politica estera. A differenza del Realismo, che si concentra sulla terza immagine, e del Costruttivismo, che si concentra sulla prima immagine, questa teoria studia la natura interna, istituzionale e sociale, degli Stati, che è la seconda immagine. In questo senso, se per i realisti gli attori sono gli Stati, per i liberali sono anche le ONG, le aziende multinazionali e, in generale, i gruppi transnazionali. Per i liberali, gli interessi e le motivazioni degli Stati democratici e orientati al mercato sono gli aspetti più importanti delle relazioni internazionali: la differenza tra paesi democratici e non-democratici, così come la qualità della democrazia, è vista come significativa. Infatti, le democrazie si basano sull’esaltazione dei diritti individuali, sulla difesa della proprietà privata e su un governo rappresentativo: questa condivisione di valori farebbe in modo che gli Stati democratici non risolvano le controversie internazionali facendo la guerra, ma ricorrendo alla diplomazia.
La teoria liberale si divide in tre filoni. Il primo è quello che si concentra sulla natura umana, sottolinea l’importanza dei diritti e dei doveri degli individui e riconosce la difficoltà di superare i pregiudizi e le istituzioni internazionali deboli, portando così a una pace instabile (Liberalismo ideazionale, Locke). Il secondo evidenzia il ruolo pacificatore del commercio e del capitalismo: associa la pace proprio al capitalismo e alla democrazia, poiché i vantaggi del libero scambio sarebbero superiori ai costi di politiche aggressive; la combinazione tra democrazia e capitalismo porterebbe a una politica estera pacifica (in una certa misura Smith e, più in dettaglio, Hirschman; il Liberalismo commerciale). Il terzo (Liberalismo istituzionale) sostiene che la pace stabile tra gli Stati liberali si basi su un governo repubblicano, sul rispetto dei diritti e sull’interdipendenza. Kant nota una tendenza degli Stati liberali a essere pacifici tra loro, ma aggressivi verso gli Stati non-liberali; le preferenze politiche sarebbero influenzate dalle coalizioni di governo risultanti dalle elezioni.
4.1 Gli assunti del Liberalismo
Tra gli assunti più conosciuti del Liberalismo vi è la visione lineare-ottimistica della modernizzazione. Il mondo sarebbe in un continuo processo di modernizzazione, guidato dalla scienza e dalla tecnologia, che porterebbe a un miglioramento delle condizioni politiche, economiche e sociali nel tempo. Rispetto ai realisti, che considerano la storia come un ciclo di potenze in ascesa e in declino, e a differenza dei costruttivisti, che considerano la storia come socialmente costruita e in continua evoluzione (non necessariamente lineare o ciclica), i liberali adottano una visione della storia lineare e tendente al progresso[15]. Il secondo assunto concerne la centralità degli individui e dei gruppi, come associazioni e imprese, come i principali attori che operano all’interno e all’esterno degli Stati. Ne consegue che gli Stati e le loro scelte sono considerati il risultato degli interessi e delle inclinazioni di questi gruppi e individui; per dirla con le parole di Putnam (1988)[16], la politica estera sarebbe l’espressione delle preferenze di politica interna. Il nazionalismo e l’imperialismo sarebbero quindi superati perché i vantaggi della cooperazione (soprattutto economica) sono maggiori. Un terzo assunto liberale consiste proprio nel fatto che gli individui sarebbero spinti al commercio, alla contrattazione, alla negoziazione e alla ricerca di cooperazione per ottenere un guadagno congiunto, superando la logica dei guadagni relativi (preferiti dai realisti). Tutti trarrebbero beneficio dagli scambi commerciali. Quindi, quarto assunto, vi sarebbe una convergenza tra la democrazia e la società di mercato. La modernizzazione e il progresso tenderebbero a guidare le società lungo un percorso comune verso istituzioni politico-economiche approssimativamente convergenti, ovvero la democrazia liberale e il capitalismo. Questo processo avverrebbe sia attraverso il commercio e gli scambi sia attraverso l’innovazione e l’apprendimento. E proprio dall’apprendimento sorge l’ultimo assunto liberale: l’esistenza del progresso. Si crede che esso esista realmente e che gli individui imparino, reagiscano a incentivi per migliorare il mondo e siano sensibili ai diritti umani e alla correttezza morale dello Stato di diritto. Un liberale, guardando il Sistema internazionale, penserebbe che il progresso si sia effettivamente verificato: la schiavitù è stata abolita e il genocidio criminalizzato, per esempio.
4.2 Le asserzioni del Liberalismo
Partendo dagli assunti, in che modo i liberali propongono dei concetti su come individui e gruppi operano all’interno e tra gli Stati per plasmare il Sistema internazionale? Una prima risposta è quella del Liberalismo commerciale di Smith, il quale sosteneva che la società di mercato e l’interdipendenza economica tendono ad avere un effetto pacificante sulle relazioni internazionali. Ma la teoria più conosciuta è quella della pace democratica[17] (che deriva, come si è scritto al punto 4, da Kant), secondo la quale gli Stati democratici non si farebbero la guerra tra loro. Ciò per almeno tre ragioni: (a) fattori normativi – se si è democrazie internamente pacifiche, allora si è portati a risolvere anche i conflitti esterni in modo pacifico; (b) fattori istituzionali – le democrazie liberali prevedono decisioni basate sulla maggioranza, quindi i governi devono rispettare la volontà popolare; (c) credibilità – le democrazie prevedono processi trasparenti di risoluzione delle controversie, quindi i rapporti tra loro sarebbero meno tesi. La terza asserzione è il c.d. “istituzionalismo liberale”, secondo il quale le regole e le istituzioni internazionali potrebbero avere un ruolo importante nel determinare il funzionamento delle relazioni tra gli Stati. In particolare, essi cercherebbero di vincolarsi agli accordi internazionali per creare un ambiente prevedibile e funzionale nel quale perseguire i propri interessi. Inoltre, i liberali ritengono che le relazioni transnazionali forniscano importanti connessioni tra gli Stati: gli individui e i gruppi (per esempio, le ONG) potrebbero determinare schemi di cooperazione e conflitto, influenzando le politiche statali (le ONG nel caso dell’ambiente o dell’immigrazione) o agendo come associazioni di esperti (i think tank). Questo è il concetto del “transnazionalismo”. L’ultima asserzione del Liberalismo è il cosmopolitismo, il quale si riferisce alla tendenza di individui provenienti da paesi diversi ad accettarsi reciprocamente come “cittadini del mondo”. Il nazionalismo implica un’identità condivisa all’interno di una specifica nazione, ma il cosmopolitismo supera i confini e li estende ad altri luoghi del pianeta. Ne consegue che le comunità umane, per i liberali, non sono necessariamente nazionali (o statali), ma possono anche travalicare i confini.
5. Il Marxismo
Il Marxismo è la tradizione di pensiero che pone al centro dell’analisi il conflitto di classe e le dinamiche economiche globali. Le sue origini storiche risalgono alla metà dell’Ottocento con Marx, il quale cercò di comprendere i meccanismi (soprattutto economici) della Rivoluzione industriale. A differenza di tutte le altre teorie, che si focalizzano sulla sicurezza e sull’interdipendenza tra gli Stati, il Marxismo indaga la struttura del Sistema internazionale, per offrirne una propria interpretazione.
5.1 Gli assunti del Marxismo
Alla base della tradizione marxista si possono identificare otto punti cardinali. La prima idea è il determinismo economico: la struttura economica della società, in particolare il modo di produzione capitalista, determinerebbe in ultima istanza gli interessi e le relazioni politiche. La logica capitalistica plasmerebbe la “sovrastruttura” politica e le relazioni sociali tra i proprietari del capitale e i lavoratori. Inoltre, gli attori principali nelle dinamiche sociali e internazionali non sarebbero gli individui, i gruppi o gli Stati, ma le classi socio-economiche (i capitalisti e i lavoratori), le cui azioni sarebbero oggettivamente definite dalla loro posizione nel sistema produttivo. Il terzo assunto ritiene che lo Stato sia uno strumento del capitalismo, ovvero che esso, indipendentemente dalla sua forma (autoritaria o democratica) operi primariamente per proteggere e promuovere gli interessi della classe capitalista dominante, sia attraverso interventi diretti sia sostenendo l’apparato istituzionale e ideologico del sistema. La quarta idea è il conflitto di classe transnazionale. Il Marxismo prevede un’inevitabile e crescente polarizzazione del conflitto tra lavoratori e capitalisti, con la tendenza alla caduta del saggio di profitto e dei salari. Questo conflitto si estenderebbe oltre i confini statali, evidenziando la maggiore mobilità del capitale rispetto al lavoro e influenzando le relazioni tra gli Stati. Ancora, l’intensificarsi del conflitto di classe condurrebbe a una rivoluzione, in cui i lavoratori acquisiranno il controllo delle istituzioni capitalistiche per stabilire un nuovo ordine politico, teoricamente il “comunismo”, ovvero un sistema senza proprietà privata e senza Stato capitalista. Il quinto assunto postula che il capitalista sfrutti i lavoratori e crei disuguaglianze, sia a livello interno agli Stati sia tra gli Stati (distinguendo tra Stati centrali e Stati periferici), alimentando così il conflitto globale. Inoltre, il capitalismo genererebbe specifiche conseguenze politiche quali il protezionismo, il nazionalismo, che acuisce le divisioni tra gruppi umani e può innescare conflitti, e il populismo. Di più, la tradizione leninista assume che il colonialismo e l’imperialismo non siano fenomeni accidentali, ma fasi intrinseche e necessarie allo sviluppo del capitalismo. Egli sosteneva, nel 1916, che le grandi potenze occidentali e le loro élite finanziarie sarebbero state spinte a competere per la spartizione e lo sfruttamento delle regioni non sviluppate del mondo, e che questa dinamica imperialista sarebbe stata una causa fondamentale della guerra e della rovina del capitalismo. Un’ulteriore idea è che gli Stati capitalisti (ricchi), centrali, tenderebbero a sfruttare i paesi periferici. Si prevede che la rivoluzione possa cambiare la politica con il superamento del capitalismo.
5.2 Le asserzioni del Marxismo
Le asserzioni marxiste circa la natura e le dinamiche internazionali derivano da una concezione materialistica della storia della società. In primo luogo, il Marxismo asserisce che gli Stati, in particolare quelli industrialmente sviluppati, agiscano primariamente per tutelare e promuovere gli interessi del sistema capitalistico e della classe dominante. Questo comporterebbe il mantenimento di un ambiente sicuro per il capitalismo, anche attraverso la difesa dei diritti e, soprattutto, grazie al mantenimento della proprietà privata e delle istituzioni che lo sostengono. L’influenza del capitalismo sulla politica estera potrebbe manifestarsi sia in forma strutturale, laddove gli Stati implementino politiche che favoriscono il capitale, sia in forma strumentale, tramite l’attività di lobbying esercitata da imprese e banche (rispettivamente, sono le teorie di Miliband e Poulantzas). In secondo luogo, l’internazionalizzazione del capitalismo e la crescente mobilità del capitale conferirebbero un vantaggio strategico e una maggiore influenza alla classe capitalista rispetto ai lavoratori su scala globale. I capitalisti internazionali godrebbero di un’elevata facilità di movimento e di collaborazione transnazionale, ricercando nuove opportunità d’affari e tutelando la propria ricchezza e il sistema di proprietà privata. Al contrario, i lavoratori incontrerebbero notevoli difficoltà nell’organizzarsi trasnazionalmente, il che indebolirebbe la loro posizione negoziale e la capacità di pressione sui propri governi. In terzo luogo, le disuguaglianze economiche e lo sfruttamento sarebbero intrinseci al sistema capitalistico e genererebbero conflitto. Lo sfruttamento si manifesterebbe sia internamente agli Stati tra le classi sociali sia esternamente, tra i paesi “centrali” (ricchi) e quelli “periferici” (poveri). In quarto luogo, il capitalismo produrrebbe specifiche conseguenze politiche: il protezionismo, che può inasprire le tensioni internazionali, il nazionalismo e il populismo (come si è già accennato precedentemente). In quinto luogo, il Marxismo predice una progressiva polarizzazione del conflitto di classe, con una crescente divaricazione tra il proletariato e la borghesia a causa della tendenza decrescente del saggio di profitto. Questo processo culminerebbe in un punto di rottura, ovvero una rivoluzione, attraverso la quale i lavoratori prenderebbero il controllo delle istituzioni capitalistiche per instaurare un nuovo ordine politico. L’obiettivo ultimo sarebbe la creazione di una società senza classi, fondata sul comunismo, in cui non esista proprietà privata, e in cui i lavoratori governino collettivamente in armonia. Per questo motivo, a differenza degli altri teorici, i marxisti ritengono che la storia non sia né un’evoluzione, né ciclica, né lineare, ma che sia, piuttosto, a fasi, di cui l’ultima sarebbe, appunto, la rivoluzione.
I marxisti ritengono che le relazioni tra gli Stati siano quindi il risultato delle dinamiche economiche capitalistiche. Dagli anni Novanta, all’intensificarsi del fenomeno della globalizzazione, è corrisposto un ritorno del Marxismo nel dibattito. Ciò a causa del fatto che, se per i liberali il commercio sarebbe vantaggioso per tutti e incentiverebbe la cooperazione, per i marxisti invece genererebbe conflitto.
6. Il Femminismo
Il Femminismo è una delle più recenti teorie delle Relazioni internazionali. Nelle sue opere, Cynthia Enloe ritiene che per studiare la politica internazionale non si possa ignorare il ruolo delle donne[18]. Sebbene questa teoria sia minoritaria tra i politologi, la politica internazionale ne è stata influenzata molto. In primis, la Risoluzione 1325 adottata dal Consiglio di sicurezza dell’ONU nel 2000 ha riconosciuto la dimensione di genere nei conflitti armati e ha dato avvio all’“Agenda donne, pace e sicurezza” (WPS), che oggi comprende almeno altre dieci risoluzioni distinte. La WPS si basa su quattro pilastri principali: prevenzione, protezione, promozione e soccorso; per raggiungere questi obiettivi, si rafforza il ruolo delle donne nei processi di costruzione della pace e della mediazione, e si tenta di prevenire i danni basati sul genere proteggendo le donne in ambienti fragili per migliorare la partecipazione di gruppi sottorappresentati nel post-conflitto. In secundis, il Femminismo ha influenzato le politiche di alcuni paesi, tra cui gli Stati Uniti con la Dottrina Hillary (Clinton) – che mette al centro delle questioni di sicurezza l’emancipazione femminile e i diritti umani delle donne –, e la Svezia[19], che nel 2014 ha adottato una vera e propria strategia femminista di politica estera, poi abbandonata nel 2022. In tertiis, le stesse scienze sociali hanno iniziato a studiare la politica internazionale sulla base di quattro “nuove” discipline, che si concentrano sui diritti femminili: le Relazioni internazionali femministe, l’economia politica internazionale femminista, gli studi femministi sulla sicurezza e l’istituzionalismo femminista. In questo testo si tratterà delle Relazioni internazionali femministe.
6.1 Gli assunti del Femminismo
Secondo la tradizione femminista delle Relazioni internazionali, esisterebbe una sistematica sottovalutazione della donna nell’ambito del Sistema internazionale. Enloe (2000) ha storicamente descritto come le donne siano state subordinate agli uomini in molti settori economici e istituzionali a livello globale, come il turismo, l’agricoltura, e anche le forze armate. Secondo questa prospettiva, le donne sarebbero spesso relegate a ruoli di forza-lavoro subordinata e sottovalutata, quali lavoratrici domestiche, mogli di diplomatici, lavoratrici agricole e prostitute nei pressi delle basi militari. Inoltre, gli Stati avrebbero imposto la prevalenza del sesso maschile e una struttura di dominio e interazioni a essa collegata. Le imprese multinazionali, le relazioni diplomatiche e le alleanze militari, sarebbero rappresentate come guidate “da grandi iniziative maschili”, mentre le donne occuperebbero ruoli di supporto e subordinati, spesso degradanti. Si pensi, per esempio, al fatto che anche alle leader donne vengono attribuite caratteristiche ritenute maschili per dire che sono competenti[20]. Il Femminismo presenta affinità con il Marxismo poiché si concentra sulla struttura del sistema: critica le ineguaglianze che sarebbero generate dal sistema capitalista, che relegherebbe, come si è già scritto, le donne a ruoli inferiori.
6.2 Le asserzioni del Femminismo
Il Femminismo critica la visione realista delle Relazioni internazionali, che tende a rappresentare la sfera pubblica (politica e guerra) come dominio maschile e la sfera privata (famiglia) come dominio femminile. Il linguaggio utilizzato sarebbe spesso maschilista, con espressioni quali “uomini di Stato” o definizioni di potere che enfatizzano il controllo maschile. Questo rafforzerebbe l’idea che le questioni di “alta politica” (la guerra, la pace) siano prerogativa maschile. Una seconda asserzione è che le grandi opere sulla guerra ritrarrebbero la politica internazionale come un ambito in cui solo gli uomini detengono il potere e prendono decisioni cruciali (Elshtain). La stessa disciplina delle Relazioni internazionali sarebbe diventata un mondo chiuso e dominato dai maschi. Invece, le studiose femministe si sforzerebbero di aprire il dibattito su guerra e pace a una discussione più inclusiva, che tenga conto di diverse voci e sensibilità: quelle delle minoranze (come l’approccio Post-colonialista) e quelle femminili. La terza asserzione riguarda il dibattito sull’aumento delle opportunità per le donne di ricoprire ruoli di potere. Ci si chiede se un maggior numero di donne in posizioni apicali possa portare a priorità e a sensibilità diverse, specialmente in contesti di pace e di guerra[21]. Tale dibattito riguarda la domanda: esiste una correlazione tra donne e pace? Ann Tickner suggerisce che associare le donne alla pace e gli uomini alla guerra possa rafforzare stereotipi di genere dannosi, minando la loro credibilità in questioni di sicurezza. Infine, è utile ricordare che le teorie femministe non affermano che le donne sarebbero intrinsecamente leader migliori o che il mondo sarebbe più pacifico sotto la loro guida: ciò che argomentano si basa su una questione di giustizia sociale. Si sottolinea la perdita di opportunità derivante dal non sfruttare appieno il talento e la capacità delle donne, ovvero di circa metà della popolazione mondiale.
7. Conclusione
Le teorie, sebbene cerchino di interpretare il complesso Sistema internazionale, non sono in grado di spiegare ogni fenomeno. La scelta della teoria più appropriata dipende dalla specificità dell’oggetto della ricerca e dal contesto analizzato. Per esempio, il Realismo può rispondere alle domande attinenti le dinamiche di potere in situazioni di conflitto, mentre il Liberalismo e il Costruttivismo offrono strumenti per analizzare la cooperazione e l’evoluzione del Sistema internazionale. Inoltre, le teorie non mirano a prevedere il futuro, ma offrono una guida per capire le motivazioni alla base di alcuni comportamenti. Pur non essendo predittive in senso stretto, offrono comunque degli schemi interpretativi utili, soprattutto nel momento in cui semplificano la realtà rendendola accessibile agli studiosi. Tuttavia, è necessario prestare attenzione alla differenza tra le teorie maggiormente descrittive (“vedo la realtà e la descrivo”) rispetto a quelle prevalentemente normative (“vedo la realtà, ne formulo un giudizio di valore e quindi dico come mi piacerebbe che sia”). L’utilità delle teorie fondamentali è anche dovuta al fatto che i decisori politici si avvalgono di esperti consiglieri che appartengono all’una o all’altra tradizione teorica. Conoscerle significa aumentare il grado di comprensione del comportamento di un leader statale.
- Per semplicità, nella trattazione si escluderà il Post-colonialismo. Le teorie oggi più diffuse sono il Costruttivismo, il Liberalismo e il Realismo neoclassico (in questo ordine). ↩
- La mia attenzione a questo tema nasce dal fatto che il prof. Luca Raffini, che fu il mio mentore all’università, quando spiegava le teorie della sociologia politica usava raramente verbi che esprimessero certezza. La complessità della politica è talmente elevata da obbligarci a descriverla solo parlando di probabilità e di possibilità. ↩
- Per esempio, aveva trascurato il fortissimo impatto dell’opinione pubblica internazionale. ↩
- Si potrebbe dire “sicurezza nazionale”, ma non tutti gli Stati sono nazionali. ↩
- Potere inteso prevalentemente come coercitivo (risorse di violenza). ↩
- Wendt si contrappone alle assunzioni del Neorealismo. Interpretando diversamente il concetto di anarchia, egli sostiene che essa non sia una condizione intrinseca del Sistema internazionale (cioè strutturale), ma una costruzione sociale che dipenderebbe dalle identità e dalle relazioni tra gli Stati. Le tipologie di identità a cui fa riferimento Wendt (1992) sono: l’identità corporata/personale (il “sé” organizzante), l’identità di tipo (categorie sociali condivise), l’identità di ruolo (ruoli sociali relazionali) e l’identità collettiva (la fusione del “sé” con l’“altro” per un benessere condiviso). ↩
- L’art. 5 è quello della Difesa comune: una minaccia contro un membro è una minaccia contro tutti. ↩
- Nella politica estera l’interesse è una condizione desiderata dai leader di un governo, per la cui realizzazione sono disposti a sostenere un costo. ↩
- L’anarchia per i realisti, la democrazia per i liberali o la condizione di classe per i marxisti. ↩
- Per esempio, è probabile che la Gran Bretagna, essendo un’isola, abbia dovuto specializzarsi nella marina (e non nell’esercito di terra). Ciò è probabile che contribuì alla sua egemonia sui mari, ovvero al suo colonialismo. ↩
- Per i realisti gli attori principali sono gli Stati, mentre per i costruttivisti (come per i liberali) sono gli individui e i gruppi sociali. ↩
- A volte anche scatenando delle reazioni contrarie, per esempio l’uscita di Trump dagli Accordi di Parigi sul clima (fonte). ↩
- Parafrasando Wendt, già citato precedentemente. ↩
- Minuscolo perché intendo “relazioni tra gli attori delle relazioni internazionali”. Se fosse “Relazioni internazionali” (maiuscolo) sarebbe la disciplina politologica. ↩
- Per un liberale ci sono anche momenti di regresso, ma alla fine il progresso prevale sempre. ↩
- Il two-level game. ↩
- Sul fatto che gli Stati democratici non si fanno la guerra tra loro i dati empirici sono chiari. Quello che è interessante è capire se gli Stati democratici fanno più o meno guerre degli altri Stati, ma nei confronti di Stati non-democratici. ↩
- Si noti che nelle scienze sociali si distingue tra “maschi e femmine” e “uomini e donne”. Per “maschi e femmine” intendiamo il sesso biologico di una persona, mentre per “uomini e donne” intendiamo la percezione sociale che essi hanno di se stessi e che gli altri attibuiscono loro. Per esempio, una persona nata con vagina è biologicamente femmina, ma potrebbe considerarsi un uomo: adottare comportamenti maschili, indossare abiti maschili e “fare cose da uomo”. Viceversa per un maschio che si sente donna. Talvolta, nel Femminismo si ritiene che alcune persone siano non-binarie: non accettano né l’una né l’altra caratteristica. ↩
- Seguita da altri Stati come Francia e Canada. ↩
- Quando si dice colloquialmente “è una donna con le palle”. ↩
- Il dibattito è aperto perché non esistono dati a sufficienza per fare una comparazione empirica. Se è vero che nella storia la maggior parte dei leader, ovvero la quasi totalità, sono maschi, allora ne consegue che non si hanno abbastanza dati sui leader donne. Per fare una comparazione statisticamente rilevante occorrerebbe avere una grande quantità di dati e normalizzarla: su, per esempio, mille leader maschi e mille leader femmine, quanti leader in percentuale hanno combattuto una guerra offensiva? E quante leader? Trovata eventualmente una correlazione tra sesso e belligeranza, occorrerebbe isolare proprio il sesso come variabile interveniente, depurandola da altri fattori quali la cultura, l’esperienza personale, il fatto di essere uno Stato autoritario o democratico, la religione, ecc.. Trovata una correlazione, gli studiosi dovrebbero concentrarsi su un’eventuale causazione. Pertanto, secondo la mia personale opinione, affermare che i maschi siano più o meno belligeranti delle femmine, o viceversa, è azzardato: a oggi, 2026, non lo sappiamo ancora a causa dell’insufficienza di dati. ↩


