Il Prof. Mario Pezzotti è un esperto di fama internazionale nel campo della genetica vegetale, noto per aver guidato il primo vigneto sperimentale TEA in Europa. Membro dell'Accademia dei Georgofili, una delle più antiche e prestigiose istituzioni al mondo dedicate all'agricoltura, il Prof. Pezzotti offre in questa intervista una prospettiva autorevole sul nuovo decreto dell'UE riguardante le Tecnologie di Evoluzione Assistita (NGT). L'intervista esplora come queste innovazioni possano coniugare sostenibilità ambientale e produttività agricola, superando i limiti normativi del passato.
1) Le sigle NGT, TEA e OGM vengono spesso usate come sinonimi, generando confusione nell'opinione pubblica. Può spiegare, nel modo più semplice possibile, cosa distingue le Tecnologie di Evoluzione Assistita dagli organismi transgenici classici, e perché questa differenza è cruciale per comprenderne le implicazioni agronomiche e normative?
La confusione nasce dal fatto che per molti anni il dibattito si è concentrato sulla tecnica utilizzata per ottenere una pianta e non sulle caratteristiche della pianta stessa. Oggi sappiamo che questo approccio non è più sufficiente.
Le TEA, o NGT secondo la terminologia europea, sono strumenti che consentono di modificare in modo preciso il patrimonio genetico di una pianta. In alcuni casi si possono ottenere piante che contengono modifiche identiche a quelle che potrebbero comparire spontaneamente in natura o essere ottenute attraverso il miglioramento genetico convenzionale. In altri casi si possono ottenere modifiche più complesse.
La vera domanda, quindi, non è come una pianta è stata ottenuta, ma quale pianta è stata ottenuta. Due piante che presentano la stessa modifica genetica e le stesse caratteristiche agronomiche dovrebbero essere valutate nello stesso modo, indipendentemente dal percorso utilizzato per ottenerle.
Questo è il principio che ha ispirato il nuovo regolamento europeo. L'attenzione si sposta dal processo al prodotto. Non si giudica più una pianta esclusivamente in base alla tecnologia impiegata, ma in base alle caratteristiche che essa presenta e alla loro comparabilità con quelle già presenti in natura o ottenibili con il miglioramento genetico tradizionale.
Dal punto di vista agronomico questo approccio è particolarmente importante perché consente di migliorare varietà già esistenti senza alterarne l'identità. Nel caso della vite, ad esempio, possiamo aumentare la resistenza a peronospora o oidio mantenendo inalterate le caratteristiche che rendono riconoscibile un vitigno come Glera, Sangiovese o Chardonnay.
Dal punto di vista normativo significa passare da una regolazione basata sul metodo utilizzato a una regolazione basata sulle caratteristiche del prodotto finale e sul suo profilo di rischio. È proprio questa evoluzione che ha portato l'Europa a distinguere tra piante NGT1, considerate equivalenti a quelle ottenibili con metodi convenzionali, e piante NGT2, che richiedono valutazioni più approfondite.
2) Lo scorso 17 giugno l'Europa ha approvato il nuovo regolamento sulle NGT. Quali sono, a suo avviso, i punti di forza e gli eventuali limiti di questo quadro normativo? E in concreto, cosa cambia per chi, come il suo gruppo di ricerca, lavora da anni in campo aperto con piante editate?
L'approvazione del regolamento europeo sulle NGT rappresenta probabilmente il cambiamento più importante nella normativa sul miglioramento genetico degli ultimi vent'anni. Il suo principale punto di forza è il superamento di un approccio esclusivamente basato sul processo utilizzato per ottenere una pianta e l'introduzione di una valutazione più attenta alle caratteristiche del prodotto finale.
Per la prima volta il legislatore europeo riconosce che alcune modifiche genetiche ottenute mediante NGT possono generare piante indistinguibili da quelle che potrebbero essere ottenute attraverso mutazioni naturali o miglioramento genetico convenzionale. Da qui nasce la categoria NGT1, che rappresenta una vera innovazione regolatoria.
È un passaggio fondamentale perché consente di allineare la normativa alle conoscenze scientifiche oggi disponibili. In altre parole, si passa dalla domanda "come è stata ottenuta questa pianta?" alla domanda "quali caratteristiche possiede questa pianta?".
Naturalmente esistono ancora alcune sfide. Sarà necessario verificare come il regolamento verrà applicato nei diversi Paesi membri, come verranno affrontati i temi della proprietà intellettuale, della coesistenza tra diversi modelli produttivi e dell'accesso all'innovazione da parte delle piccole e medie imprese.
Per chi, come noi, lavora da anni con piante editate, il cambiamento è molto concreto. Fino ad oggi abbiamo dimostrato che è possibile ottenere piante migliorate e sperimentarle in campo. Da oggi si apre finalmente la possibilità di costruire un percorso che porti queste innovazioni verso una reale valutazione agronomica e, in prospettiva, verso l'adozione da parte delle filiere produttive. È il passaggio dalla prova di principio all'innovazione applicata.
3) Lei ha guidato il primo vigneto sperimentale TEA in Europa. Partendo da questa esperienza, in che modo le NGT possono rendere l'agricoltura più efficiente e sostenibile di fronte a stress biotici e abiotici? Quali colture o filiere italiane potrebbero beneficiarne per prime?
L'esperienza del primo vigneto sperimentale TEA europeo ci ha insegnato che il vero valore delle NGT non è modificare una pianta, ma migliorare caratteristiche che hanno un impatto diretto sulla sostenibilità della coltivazione.
Nel caso della vite stiamo lavorando sulla resistenza a malattie come peronospora e oidio. Oggi queste patologie richiedono numerosi trattamenti fitosanitari ogni anno. Se una varietà riesce a difendersi meglio da sola, possiamo ridurre drasticamente il numero di interventi, diminuendo costi economici, emissioni di CO₂, consumo di carburante e impatto ambientale.
La grande novità è che questo risultato può essere ottenuto senza rinunciare alle varietà che costituiscono il patrimonio viticolo italiano. Non si tratta di sostituire Glera, Sangiovese, Nebbiolo o Corvina con nuove varietà, ma di renderle più resilienti mantenendone identità, qualità e tipicità.
Lo stesso principio può essere applicato a molte altre colture. Le NGT possono contribuire ad aumentare la resistenza a patogeni e parassiti, migliorare la tolleranza alla siccità, alle alte temperature e alla salinità, aumentare l'efficienza nell'uso dell'acqua e dei nutrienti e migliorare la qualità delle produzioni.
Le prime filiere che potrebbero beneficiarne saranno probabilmente quelle dove la sostenibilità è diventata una priorità non più rinviabile: vite, frutticoltura, agrumi, pomodoro, orticole, riso, cereali e olivo. In tutti questi casi l'obiettivo non è produrre di più a qualsiasi costo, ma produrre meglio utilizzando meno risorse.
4) Guardando ai prossimi dieci anni, quale futuro immagina per il settore primario italiano ed europeo se le NGT usciranno davvero dai laboratori per arrivare nei campi? Quali colture e filiere potrebbero trasformarsi per prime, e cosa serve sul piano della ricerca, degli investimenti e delle regole affinché l'Italia non resti indietro in questa transizione?
Credo che nei prossimi dieci anni assisteremo a una trasformazione profonda del miglioramento genetico delle piante. Le NGT non sostituiranno gli approcci convenzionali, ma diventeranno uno strumento aggiuntivo capace di accelerare l'innovazione e di affrontare problemi che oggi il cambiamento climatico rende sempre più urgenti.
Tuttavia, la vera sfida non è più ottenere una pianta editata. Questa capacità tecnologica esiste già. La vera sfida è dimostrare che quella pianta possiede un vantaggio agronomico reale e misurabile.
Le piante agrarie non possono essere valutate soltanto in laboratorio o in serra. Devono essere osservate in campo, in ambienti diversi, per più anni e in differenti condizioni climatiche. Solo attraverso questo percorso è possibile misurare il loro reale valore fenotipico: produttività, qualità, resistenza alle malattie, adattamento agli stress ambientali e sostenibilità della coltivazione.
Per questo motivo il prossimo decennio dovrà essere caratterizzato da una grande stagione di sperimentazione agronomica. Serviranno reti di campi sperimentali distribuiti sul territorio europeo per accompagnare le innovazioni dal TRL5-6, dove la tecnologia è stata validata, fino al TRL9, dove la varietà è stata completamente valutata e può essere adottata dagli agricoltori.
L'Italia parte da una posizione privilegiata. Possiede uno dei patrimoni varietali più ricchi al mondo e competenze scientifiche di assoluto livello internazionale. Per non perdere questa opportunità dovrà investire nella ricerca pubblica, nelle infrastrutture di sperimentazione, nella fenotipizzazione avanzata e nella collaborazione tra università, centri di ricerca, vivaisti, imprese sementiere e organizzazioni agricole.
Se sapremo cogliere questa occasione, le NGT non serviranno a sostituire l'agricoltura italiana, ma a conservarne la straordinaria biodiversità agraria rendendola più sostenibile, più competitiva e meglio preparata alle sfide future.
Mario Pezzotti è professore ordinario di Genetica Agraria all’Università di Verona. È stato Dirigente del Centro Ricerca FEM (2021–2024), Commissario Straordinario CREA (2024) e Delegato del Rettore per Ricerca e Trasferimento Tecnologico (2013–2019). Fondatore degli spin-off Officina Biotecnologica, Diamante ed EdiVite.
Accademico dei Georgofili, ha coordinato progetti nazionali e UE. Con EdiVite ha avviato in Europa le prime prove in campo di vite TEA resistente alla peronospora


