Dicembre, aria di Natale e di magia. Insomma, quel periodo dell'anno in cui tutto può accadere.
Il 3 dicembre 1992, in un anonimo ufficio nei pressi di Newbury, nel sud dell'Inghilterra, un ragazzo di ventidue anni, Neil Papworth, stava per scrivere due parole destinate ad aprire la porta a una delle forme di comunicazione più diffuse del pianeta. Non stava cercando la gloria, né pensava di entrare nella storia della tecnologia. Era solo un ingegnere di una piccola società di software, Sema Group, e quello che stava per fare era un test tecnico.
Since mobile phones didn't yet have keyboards, I typed the message out on a PC. It read, “Merry Christmas”, and I sent it to Richard Jarvis of Vodafone, who was enjoying his office Christmas party at the time. (fonte)
Il messaggio di “Buon Natale” attraversò la rete GSM e apparve sul telefono Orbitel 901 di Richard Jarvis, dirigente di Vodafone, che in quel momento stava partecipando a una festa aziendale.
Era un test tecnico, eppure quel gesto divenne un punto cardine della comunicazione mondiale.
Cos'è un SMS?
L'acronimo, forse tra i più famosi al mondo, significa Short Message Service, cioè servizio di messaggi brevi. È un servizio di messaggistica di testo che consente lo scambio di brevi messaggi tra dispositivi mobili.
Brevi messaggi di testo perché solitamente il limite massimo è di 160 caratteri. Limite che si riduce a 70 se si utilizzano caratteri speciali, accenti o emoji.
Ma perché questo limite? Per rispondere a questa domanda dobbiamo fare prima un balzo indietro ed arrivare al 1984. Friedhelm Hillebrand, ingegnere tedesco, e Bernard Ghillebaert, ingegnere francese delle telecomunicazioni, lavoravano allo sviluppo di un sistema di messaggistica testuale breve da inviare attraverso la tecnologia di comunicazione mobile, il GSM (Global System for Mobile Communications).
In particolare, si occupavano di sperimentare e implementare un servizio che permettesse di inviare messaggi di testo tra dispositivi mobili sfruttando le reti di telefonia mobile di seconda generazione.
Nello specifico, Hillebrand voleva capire quanto breve potesse essere un messaggio mantenendo intatta la sua efficacia comunicativa. Così, seduto davanti alla macchina da scrivere, passava il tempo a battere frasi casuali — domande, note, pensieri estemporanei — e contava i caratteri uno a uno. Si rese conto che quasi tutte le frasi principali che usiamo nella vita quotidiana si mantengono sotto i 160 caratteri. Confrontò poi vecchie cartoline postali e brevi comunicazioni Telex: stessa storia.
Erano gli anni in cui il mondo correva verso la miniaturizzazione, e quella soglia sembrò perfetta per far passare piccoli messaggi attraverso la rete mobile, sfruttando canali già esistenti nella segnalazione GSM.
Una tecnologia nata per i tecnici, adottata dalle persone
Ironia della sorte, il servizio non era pensato per dare vita a conversazioni tra persone. Nello standard GSM, doveva servire soprattutto per inviare notifiche di rete, comunicazioni tecniche, brevi avvisi interni agli operatori.
Inoltre, gli operatori telefonici stessi non erano convinti: il servizio era considerato un accessorio marginale, un giocattolo tecnico. Alcuni dirigenti, durante le riunioni, spingevano per concentrarsi sulle chiamate vocali: erano quelle a portare soldi, pensavano. Nei manuali poi, lo spazio dedicato agli SMS era irrilevante, spesso relegato a una pagina laterale tra le funzioni “secondarie”.
Ma qualcosa, lentamente, cambiò.
Nel 1993, una società finlandese produttrice di telefonini, Nokia, immise sul mercato il primo telefono capace di inviare messaggi di testo. Le vetrine dei negozi cominciarono a riempirsi di modelli colorati, di diverse dimensioni, con antennine fisse e mobili. Ebbe così inizio l'era del telefonino e degli SMS.
Gli operatori si accorsero di un fenomeno curioso: gli utenti provavano il servizio. All'inizio per gioco, poi per timidezza, poi per necessità.
Lo mandava un adolescente per dire “ti devo parlare” senza farsi sentire dai genitori. Lo inviava un lavoratore che non poteva telefonare in treno. Lo inviava una ragazza che voleva salutare senza disturbare.
Era una nuova forma di comunicazione che entrava nella quotidianità senza bussare.
Gli operatori, guardando i primi report, reagirono con stupore:
«Strano… li mandano davvero.» E poi: «Aspetta, ne stanno mandando sempre di più.»
L'SMS aveva tre armi segrete che nessuno aveva davvero previsto: il costo, un soffio rispetto a una telefonata; la rapidità: parte in un istante; la discrezione: comunica senza rumore, senza interrompere.
Quando gli operatori europei abilitarono anche l'invio tra reti diverse, l'SMS diventò finalmente ciò che era destinato ad essere: un linguaggio universale.
160 caratteri per cambiare la scrittura
Il limite tecnico di Hillebrand si trasformò presto in un confine creativo. Nacquero le abbreviazioni: i “ke”, i “tvb”, gli smiley fatti con i caratteri :-) , le prime forme di comunicazione sincopata, veloce, moderna. Un nuovo stile, figlio della necessità ma anche della cultura digitale nascente.
^_^ :-) $_$ :-( -_-’ :-P :D :’( :-\ :-0 :-* 0:-) >_< >:-}
ke(che) tvb(ti voglio bene) xké(perché) cmq(comunque) xxxx(tanti baci)
Gli SMS diventarono brevi romanzi di due righe che raccontano la vita quotidiana: un “arrivo tra 5 min”, un “ti penso”, un “buonanotte”, o uno “scusa” scritto quando la voce sarebbe malferma.
L’impatto sulla società: una rivoluzione silenziosa
Alla fine degli anni ’90 e per tutti i 2000, l’SMS esplose. Le statistiche globali parlavano di miliardi e poi migliaia di miliardi di messaggi inviati ogni anno.
Gli SMS divennero un ponte che poteva attraversare qualsiasi distanza. Un messaggio partito da un paesino in montagna poteva raggiungere in un istante qualcuno in un’altra nazione, in un’altra vita, in un altro fuso orario. Era un filo diretto tra le persone, un filo economico, personale e soprattutto universale.
Nel 2002 i messaggi inoltrati erano già 250 miliardi l’anno. Nel 2010, erano oltre 6 trilioni: come se ogni abitante della Terra ne avesse inviati quasi mille. Gli operatori che anni prima storcevano il naso dovettero ammettere che quella piccola idea era diventata una delle più grandi rivoluzioni nella storia della comunicazione.
Era entrata nelle nostre abitudini come entrano le cose fondamentali: silenziosamente, naturalmente, inevitabilmente.
Il mondo aveva cominciato a parlare in modo nuovo. E tutta quella rivoluzione — centinaia di miliardi di emozioni condensate in 160 caratteri — era nata da un semplice, timido “Merry Christmas” inviato in una sera d’inverno del 1992.
Un reperto storico da 107.000 euro
Una curiosità: Trent’anni dopo, quel ‘Merry Christmas’ senza pretese è finito all’asta a Parigi. Non un oggetto, non un biglietto, ma un’idea: battuto per 107.000 euro. Come se qualcuno avesse deciso di comprare un pezzo di storia della comunicazione. Il ricavato è stato devoluto in beneficenza dalla compagnia telefonica britannica e donato all’UNHCR, l’Agenzia Onu per i rifugiati.
Era moderna e SMS
Gli SMS non sono scomparsi: sono tornati alle origini, a ciò per cui erano nati — piccoli messaggi di servizio, discreti, invisibili. Codici, avvisi, conferme. Come un cuore tecnico che continua a pulsare sotto la pelle delle nostre comunicazioni moderne.
Oggi tutti gli operatori offrono pacchetti gratuiti, o addirittura illimitati, di SMS. Non perché il servizio sia ormai centrale, ma perché la nostra messaggistica si è spostata altrove: WhatsApp, Telegram, i social.
Eppure, dietro ogni reaction, sticker o vocale, c’è ancora la stessa pulsione che animava quei primi 160 caratteri: il bisogno di dirci qualcosa. Abbiamo bisogno di scrivere, di farci sentire anche senza parlare, di lasciare una traccia: un “ci sono”, un “penso a te”, uno “sto arrivando”. Abbiamo bisogno di condividere dove siamo, cosa sentiamo, cosa immaginiamo di fare dopo.
Che si tratti di un SMS, di una notifica, di un messaggio in chat o di un’emoji inviata al volo, il gesto è sempre quello: accorciare la distanza tra noi e qualcuno.
Neil Papworth lo racconta spesso con un sorriso: quel giorno del 1992 non immaginava nulla. Faceva soltanto il suo lavoro.
Ma il mondo della comunicazione, da quel momento, non è più stato lo stesso.



