Hanno fatto il giro del globo le parole del Presidente Xi Jinping pronunciate alla Grande Sala del Popolo: “La questione di Taiwan è il punto più importante delle relazioni sino-statunitensi”, ha detto, nell’ambito dell’incontro con il Presidente Donald Trump. “Se mal gestite (le relazioni), i due Paesi potrebbero andare in collisione e persino entrare in conflitto”.
Sebbene parole di questo genere possano, giustamente, risuonare dure, nell’ambito della diplomazia cinese sono spesso un’alternativa al preludio bellicoso a cui alludono. Quello di Taiwan, è un affare su cui Pechino caldeggia una soluzione definitiva sin dal 1949. Eppure, nonostante decenni di dichiarazioni sull’irrinunciabilità dell’isola, nonostante sei grandi esercitazioni militari attorno allo Stretto dal 2022, Pechino non ha ancora attraversato il Rubicone dell’azione armata. Le ragioni sono squisitamente razionali.
L’Ucraina come case-study
Secondo il Dipartimento della Difesa statunitense, l’Esercito Popolare di Liberazione (il PLA, nonché l’esercito regolare cinese), ha abbandonato l’ipotesi di un’invasione rapida. La strategia attuale prevederebbe invece una campagna prolungata ad alta intensità. Sarà una guerra lunga, logisticamente estenuante, con una componente di combattimento urbano che l’esercito di Putin (e quello di Netanyahu) hanno reso tristemente familiare presso le opinioni pubbliche globali.
Nel febbraio del 2022, i russi sono entrati in Ucraina senza scorte sufficienti per missioni superiori alle settantadue ore di combattimento. L’impiego massiccio di sistemi portatili anticarro e antiaerei ha dimostrato come forze convenzionalmente inferiori possano infliggere perdite enormi a un corpo d’invasione, rallentandone i tempi previsti. Taiwan ha già rimodellato alcune proprie unità marine sul modello ucraino, sostituendo artiglieria tradizionale con apposite formazioni dedicate alla guerra di droni. Inoltre, secondo un’analisi pubblicata dallo ISW (Institute for the Study of War), la leadership cinese avrebbe già interiorizzato il problema della decapitazione fallita (la metamorfosi di Lai Ching-Te da leader debole a “Zelenskyy taiwanese” sarebbe un grosso guaio per Pechino).
Il punto è questo: più il PLA studia l’Ucraina e si modernizza, più cresce la sua consapevolezza dei costi reali di un’operazione anfibia su vasta scala. L’isola dista 180 chilometri dalla costa del Fujian, ma lo Stretto è uno dei tratti di mare più sorvegliati del Pianeta. Taipei schiera circa 170.000 effettivi attivi, 1,5 milioni di riservisti, F-16V, lanciatori missilistici mobili costieri e unità marine progettate per frammentare qualsiasi sbarco. Nessuna di queste capacità è definitiva di fronte alla potenza proiettiva cinese, certo, ma insieme rendono credibile un costo abbastanza alto da scoraggiare l’azione nell’immediato. Parliamo, in definitiva, di un esercito ben più armato di quello ucraino (seppure, a oggi, abbia meno esperienza sul campo).
Il tempo: Pechino e il KMT
Lo scorso 10 aprile, a Pechino è stata accolta Cheng Li-wun, frontwoman dell’opposizione taiwanese. Il suo partito, il KMT, erede diretto del Partito Nazionalista che fu in guerra per oltre un ventennio con il PCC, è la forza più grande all’interno dello Yuan legislativo (il parlamento taiwanese), nonché l’espressione più netta della Taiwan filo-riunificazione. Cheng è stata la prima leader del KMT a incontrare Xi dopo oltre un decennio. A margine dell’incontro, le agenzie di stampa cinesi hanno sottolineato che la visita è stata molto importante per lo sviluppo delle relazioni tra i due partiti e che la Cina è pronta a lavorare con tutti i partiti politici di Taiwan sulla base comune dell’opposizione all’indipendenza formale, richiamando lo storico concetto del Fronte Comune.
Cheng, nelle sue dichiarazioni pubbliche alla CNN dopo il viaggio, ha esplicitato la sua posizione: “Taiwan non vuole diventare la prossima Ucraina”. Ha poi aggiunto che, se il KMT tornasse al governo, “i confronti militari e le attività bellicose diminuirebbero, e la possibilità di una guerra sarebbe totalmente scongiurata”. Il suo partito, proprio in quel periodo, stava bloccando una massiccia misura da oltre 40 miliardi di dollari da investire in acquisti militari. La misura è stata approvata recentemente, dimezzata rispetto alle intenzioni iniziali.
L’incontro, la cui data non è casuale, ci mostra l’avversione di Pechino a una soluzione puramente militare e la consapevolezza che aprire una breccia nell’opinione pubblica di Taipei è importante quanto un esercito al passo con i tempi. Se la Cina fosse pronta e decisa a invadere, non avrebbe bisogno di coltivare l’opposizione taiwanese come interlocutore legittimo. Lo fa perché conta su un processo più lungo, nel quale la politica interna di Taiwan è ancora una variabile su cui agire, magari puntando al modello applicato per Hong Kong.
L’equilibrio del fronte interno taiwanese
La narrazione prevalente in Occidente continua a descrivere Taiwan come una società compatta nella propria opposizione a Pechino. I dati, tuttavia, vanno interpretati con attenzione. Ronan Fu, ricercatore presso l’Academia Sinica (un think tank parecchio prestigioso a Taiwan), ha affermato, ai microfoni di CBC News, che sempre più giovani “probabilmente non parteciperebbero volontariamente a una guerra, se dovesse scoppiare”. Ha aggiunto: “Forse dipende da una sorta di “threat fatigue”: la minaccia esiste, è sempre esistita, e col tempo ha perso parte della sua urgenza percepita”. Nello stesso solco si colloca uno studio del 2025, citato sempre da CBC News, sugli utenti taiwanesi su TikTok, secondo cui la maggioranza tendeva ad attribuire l’escalation delle tensioni più ai partiti politici dell’isola che alla Cina continentale. Fra gli utenti della piattaforma, inoltre, il sostegno a narrative favorevoli a Pechino risultava sensibilmente più elevato rispetto a chi non le utilizzava.
Questo, tuttavia, non ci autorizza a parlare di una Taiwan che starebbe progressivamente “cedendo” alla Cina. I dati sulla percezione di una propria identità nazionale raccontano qualcosa di diverso. Un rapporto del 2024 del Wilson Center, basato su ricerca qualitativa tra giovani taiwanesi, osservava come la nuova generazione di elettori tra i diciotto e i venticinque anni non si riconosca più nel tradizionale indipendentismo ideologico, senza per questo mostrarsi favorevole alla riunificazione. Piuttosto, prevale un re-orientamento di natura pragmatica: mantenere lo status quo, evitando mosse formali da entrambe le parti. Anche i dati della Taiwan Public Opinion Foundation, nel sondaggio del novembre 2025, restituiscono un equilibrio mobile più che un riallineamento netto. Il sostegno al Democratic Progressive Party (DPP, il partito indipendentista di governo) si attestava al 31,1%, contro il 25,8% del Kuomintang: il primo in calo, il secondo in lieve crescita. Nello stesso sondaggio, il 49,4% sosteneva l’aumento straordinario della spesa militare richiesto da Lai Ching-te, mentre il 39,7% vi si opponeva. Una quota consistente, sufficiente a indicare l’esistenza di uno spazio politico per chi propone di rallentare il riarmo.
Le intenzioni di Xi
Xi Jinping ha settantadue anni, ha eliminato i limiti costituzionali al mandato presidenziale e ha saldato il potere nelle sue mani come solo Mao aveva fatto prima di lui. Questo comportamento suggerisce che Xi creda di avere tempo. La finestra temporale più discussa negli ambienti degli analisti militari, il 2027, è da intendere più come un obiettivo. Nel 2027, il PLA compirà cento anni. Essere pronti a un’invasione su vasta scala non significa effettuarla, specie con lo spettro del fallimento dietro mano.
Inoltre, Pechino, al giorno d’oggi, deve fare i conti con dei vincoli precisi: l’economia cinese vale circa il 16,6% del PIL mondiale (dati IMF), è in continua crescita e dipende in maniera significativa dal commercio con le potenze europee e nordamericane; in particolare, le supply-chain dei semiconduttori dipendono anche dalle relazioni nello Stretto, con la TSMC che rimane un’azienda chiave nel mercato e che produce chip che il PLA stesso utilizza. L’invasione porterebbe senz’altro a sanzioni paragonabili a quelle inflitte alla Russia dal 2022 in avanti e che, insieme all’inevitabile penuria di semiconduttori che causerebbe un aumento dei prezzi globali di tutti i settori a questi dipendenti, finirebbero con il contrarre la crescita cinese in un momento di relativa crisi. Quindi, la domanda è: varrebbe la pena rischiare di rinunciare all’export?
Xi ha usato il summit per inserire Taiwan nell’agenda, come dossier politico da gestire bilateralmente con Washington, non come una crisi militare imminente. Xi ha puntato a una modifica del linguaggio statunitense, rivangando le parole già usate nel Consenso del 1992 e al concetto di ambiguità strategica.
Le “linee rosse” di Xi Jinping non indicano necessariamente l’imminenza di un’invasione. Piuttosto, definiscono il perimetro entro cui Pechino vuole confinare la trattativa politica nei prossimi anni. Chi intende attaccare non annuncia in anticipo le proprie mosse (non l’aveva fatto Putin, negando le intenzioni fino all’ultimo momento); chi invece vuole dissuadere la controparte rende pubblici i limiti da non oltrepassare. È la logica della deterrenza, che funziona soltanto finché nessuno decide di metterla davvero alla prova. È lungo questo margine ambiguo che si gioca il futuro di Taiwan. Anche se eventuali comportamenti aggressivi dettati dall’irrazionalità e/o dall’ideologia (il sistema valoriale) non si possono mai escludere del tutto.


