Premessa. Per capire la legge elettorale è utile conoscere l’assetto istituzionale italiano, che ho approfondito in occasione dell’ultimo referendum sulla giustizia in un articolo dedicato. Per approfondire le elezioni politiche del 2022 ne ho parlato in un articolo dedicato. Non si faranno analisi comparate e simulazioni per esigenze di semplificazione divulgativa. L’analisi si concentra solo sulla politologia e non approfondisce gli aspetti giuridici, sociali, economici.
La legge elettorale è spesso utilizzata come “arma” di breve periodo dai partiti al potere per consolidare la loro posizione (in termini di numero di cariche detenute), anziché come architrave di lungo periodo del sistema politico[1]. A volte, può anche capitare che una legge elettorale sia successivamente dichiarata incostituzionale, del tutto o in parte, dalla Corte costituzionale e che il Parlamento da essa nato sia, in una certa misura, illegittimo. È il caso del Rosatellum.
Ora, in questo testo rifletto politologicamente sulla nuova legge elettorale “Stabilicum” e propongo una semplice ipotesi che guiderà il ragionamento. Presumo che la nuova legge elettorale sia stata scritta – in buona fede dal Governo Meloni – con l’obiettivo sincero di garantire una maggiore stabilità, in termini di governabilità e di efficacia nel prendere le decisioni, di lungo periodo del paese. L’obiettivo è stato raggiunto? Inoltre, è vero che la nuova legge elettorale è meno democratica della precedente, come dicono alcuni?
Partiamo dalle basi.
“Un sistema elettorale è un insieme di leggi che regolano la competizione elettorale tra candidati e/o partiti”[2]. Un sistema elettorale può essere di due tipi: proporzionale oppure maggioritario. “Il sistema proporzionale [...] è un sistema elettorale basato su una quota o su un divisore che viene impiegato in collegi plurinominali”[3]. “Il sistema elettorale maggioritario è quello in cui vincono i candidati o i partiti che ottengono il maggior numero di voti”[4].
Quindi, vista l’elevata frammentazione partitica italiana e l’instabilità che caratterizza i governi del nuovo millennio, è più efficace un sistema proporzionale oppure un sistema maggioritario? Dipende dal contesto, essendo che i nostri due tipi di sistema elettorale presentano entrambi vantaggi e svantaggi. Tuttavia, per cercare di trovare un compromesso, alcuni propongono una soluzione che si colloca nel mezzo: il sistema misto. “Un sistema elettorale misto è quello in cui i votanti eleggono i loro rappresentanti con due sistemi diversi, uno maggioritario e uno proporzionale”[5]. Questo può essere indipendente oppure dipendente. “Un sistema elettorale indipendente misto è quello in cui la componente maggioritaria e quella proporzionale del sistema elettorale sono implementate l’una indipendentemente dall’altra”[6]. “Il sistema elettorale dipendente misto è quello in cui l’applicazione della formula proporzionale dipende dalla distribuzione dei seggi o dei voti prodotta dalla formula maggioritaria”[7].
Naturalmente, per ottenere almeno un seggio, è necessario ricevere un numero di voti sufficiente a superare la soglia di sbarramento naturale. La soglia di sbarramento, o “[...] soglia elettorale, è il livello minimo di consensi che deve ottenere un partito per ottenere una rappresentanza parlamentare”[8]; può essere di due tipi: “La soglia naturale è un sottoprodotto matematico del sistema elettorale. La soglia formale è prevista esplicitamente dalla legge elettorale”[9].
Detto ciò, possiamo domandarci: la “democraticità” di una legge elettorale è una condizione necessaria e sufficiente per la liberal-democraticità di uno Stato? La legge elettorale è una condizione necessaria, ma sicuramente non è sufficiente. Altri fattori, quali la libertà dei media, l’estensione del suffragio attivo e passivo, la possibilità di associarsi e di esprimere le proprie opinioni, ecc., devono concorrere, tutti insieme, a disegnare un quadro armonioso. Su Politèia ne ho parlato qua. Va da sé che la condivisione delle “regole del gioco” (cioè della legge elettorale) da parte di tutti gli attori presenti – cittadini, partiti, ecc. – è essenziale: tutti devono essere d’accordo sulle “regole del gioco”.
Brevi accenni su “che cosa” prevede la nuova legge elettorale italiana
Che cosa prevede lo Stabilicum? Riassumendo un articolo di BiDimedia, si tratta di un sistema elettorale a impianto proporzionale, corretto da un premio di maggioranza.
Non è quindi un sistema elettorale misto. Perché?
Un sistema è definito misto se la combinazione delle formule (maggioritaria e proporzionale) avviene attraverso l’impiego di due canali di allocazione distinti, sia collegi uninominali sia circoscrizioni plurinominali. Se lo Stabilicum abolisce interamente i collegi uninominali e assegna i seggi esclusivamente tramite liste proporzionali plurinominali, l’introduzione di un premio di maggioranza non lo trasforma in un sistema misto indipendente. Esso rimane formalmente un sistema proporzionale con premio di maggioranza (o proporzionale corretto), analogo alla struttura del Porcellum o dell’Italicum.
Provo a spiegarlo in un modo ancora più semplice. Il sistema Stabilicum non è un sistema elettorale misto perché usa una sola via per eleggere i parlamentari: le liste di partito. Immaginaniamo due modi per vincere:
- Sistema misto. È come una gara con due discipline diverse. Una parte dei parlamentari viene scelta nei singoli quartieri (chi prende più voti nel quartiere vince il seggio), mentre un’altra parte viene scelta proporzionalmente in base ai voti totali presi dai partiti in tutta la regione;
- Sistema proporzionale corretto (lo Stabilicum). È una gara unica. Si contano solo i voti presi dalle liste a livello statale. Se una coalizione arriva prima e supera il 42%, riceve un premio (seggi extra) per governare più facilmente.
Dato che nello Stabilicum non esistono più le sfide “uno contro uno” nei singoli collegi (i quartieri), il sistema è puramente proporzionale. Il premio di maggioranza è solo un “trucco” matematico aggiunto alla fine per dare più potere a chi vince, ma non cambia il fatto che l’unica regola per entrare in Parlamento sia la lista che ha proposto il partito sulla scheda elettorale.
Quindi, lo Stabilicum non è un sistema elettorale misto perché manca la componente “territoriale” o “maggioritaria” pura che solitamente caratterizza i sistemi ibridi.
Lo Stabilicum abolisce la quota uninominale del precedente Rosatellum: mantiene esclusivamente collegi plurinominali con listini bloccati. Il premio di maggioranza viene assegnato alla coalizione che risulta prima sia alla Camera sia al Senato, a condizione che raggiunga il 42% dei voti a livello statale. Il premio garantisce un numero di seggi tale da raggiungere una maggioranza prefissata (un tetto massimo, un limite, di 220 deputati e 113 senatori). Se la coalizione supera tale tetto con il premio, i seggi proporzionali eccedenti vengono sottratti. Inoltre, la soglia di sbarramento è posta al 3% per le liste (coalizzate o meno) e al 10% per le coalizioni. È anche prevista una clausola di salvaguardia che permette il recupero della prima lista sotto il 3% all’interno di ogni coalizione, a patto che questa abbia superato l’1% (sotto l’1% i voti non concorrono al computo della coalizione). L’estero vota con sistema proporzionale puro in circoscrizioni separate, mentre Valle d’Aosta e Trentino-Alto Adige mantengono regimi speciali, potendo scegliere se concorrere in modo indipendente o collegarsi alle liste statali ai fini del premio. Le liste o coalizioni hanno l’obbligo di indicare un candidato unico alla carica di Presidente del Consiglio. Tale indicazione è vincolante per tutte le liste coalizzate.
L’intero territorio statale è suddiviso in collegi plurinominali, all’interno dei quali vengono assegnati i seggi in base alla quota proporzionale. La dimensione e il numero di tali collegi definiscono l’ampiezza dell’area geografica in cui i voti vengono aggregati per determinare i seggi spettanti a ciascuna lista. L’elettore esprime il voto per la lista, non per il singolo candidato. I candidati vengono eletti seguendo l’ordine prestabilito dal partito o dalla coalizione nel listino. L’elettore non ha facoltà di modificare tale gerarchia, poiché il risultato è determinato rigidamente dalla posizione del candidato all’interno della lista (si voterà una lista scelta dai partiti).
Il dibattito giuridico si concentra su due criticità principali. In primo luogo, il premio di maggioranza al Senato. L’articolo 57 della Costituzione impone l’elezione del Senato “a base regionale”. L’assegnazione di un premio su base statale è considerata potenzialmente in contrasto con tale dettato, nonostante i proponenti ipotizzino l’assegnazione tramite listini bloccati regionali. In secondo luogo, la nomina del Presidente del Consiglio. L’obbligo di indicazione preventiva del candidato viene valutato da alcuni giuristi come un limite alla prerogativa del Presidente della Repubblica di nominare il Presidente del Consiglio, sancita dall’articolo 92 della Costituzione.
Alcune implicazioni sulla rappresentanza e sul numero dei parlamentari
Se consideriamo il numero di abitanti in Italia (senza l’estero) al 2026 come circa 59M, ne consegue che ciascuno dei 600 parlamentari rappresenta circa 100.000 persone. Esiste un modo, del tutto limitato e indicativo, di capire se il numero di rappresentanti è sufficiente a rappresentare in modo efficace il giusto numero di eletti, mantenendo una dimensione accettabile dell’assemblea parlamentare. La legge della radice cubica di Taagepera[10] suggerisce che la dimensione ottimale di un’assemblea legislativa sia approssimativamente pari alla radice cubica della popolazione, un valore che per l’Italia (circa 59 milioni di abitanti) si attesta intorno a 389 membri; in questo contesto, la recente riforma costituzionale italiana ha avvicinato significativamente la Camera dei Deputati (400 seggi) a questo parametro teorico di efficienza, mentre il Senato, mantenendo 200 seggi, si configura come una camera di riflessione più snella, portando il totale del Parlamento a un numero (600) che, sebbene superiore alla radice cubica, riflette una precisa scelta di design istituzionale volta a bilanciare la rappresentanza democratica con una maggiore operatività decisionale minimizzandone i costi rispetto al passato[11].
Alcune idee politologiche: il modello di Sartori e la teoria degli attori con potere di veto
Utilizziamo le lenti analitiche di Sartori. Lo Stabilicum configura un sistema di bipolarismo coatto, nel quale la competizione elettorale viene attratta verso il centro dello spettro politico dalla necessità matematica di superare la soglia del 42% per ottenere il premio di maggioranza. La pressione esercitata dal meccanismo di riparto obbligherebbe pertanto le diverse forze politiche a formare ampie coalizioni pre-elettorali, per includere ogni aggregazione a moderare i programmi per intercettare l’elettore mediano[12], in un tentativo di sintesi programmatica che deve necessariamente tradursi nell’indicazione vincolante di un unico candidato alla Presidenza del Consiglio. Tale dinamica, pur mirando teoricamente alla stabilità governativa, si svilupperebbe attorno a una tensione costante tra la ricerca di un consenso maggioritario e la salvaguardia dell’identità dei singoli partiti, che risulterebbero incentivati a convergere verso posizioni centriste per non compromettere l’accesso al premio. Contestualmente, il sistema non elimina le spinte centrifughe tipiche di una competizione multipartitica, poiché l’impianto proporzionale di ripartizione interna ai collegi plurinominali e la presenza di clausole di salvaguardia per le liste minori permettono a ciascuna componente della coalizione di conservare un’autonomia elettorale. Questa configurazione genera una competizione nella quale i partiti alleati, pur essendo legati dall’obiettivo del premio, si differenziano reciprocamente per massimizzare il proprio peso specifico all’interno della coalizione, rischiando di alimentare la polarizzazione interna o di includere posizioni estreme necessarie al raggiungimento del quorum statale. L’esito sarebbe un sistema che, pur formalmente orientato alla governabilità, manterrebbe strutturalmente aperta la possibilità di frammentazione tra le forze che compongono le coalizioni, rendendo la stabilità operativa dell’Esecutivo dipendente dalla tenuta degli accordi raggiunti prima della competizione elettorale. Perché? Perché prima delle elezioni sono utili le coalizioni, ma dopo le elezioni i partiti conoscono la “forza”, in termini di seggi, di cui dispongono, e potrebbero essere incentivati a rompere l’equilibrio della coalizione, ad allearsi con altri, o ad andare da soli.
Passiamo alla teoria degli attori con potere di veto, che ho spiegato nel dettaglio qui. In sintesi, la stabilità del sistema politico dipenderebbe dalla dimensione dell’insieme delle alternative capaci di superare lo status quo con l’assenso unanime di tutti gli attori dotati di potere di veto. Questo insieme di alternative si restringerebbe proporzionalmente all’aumentare del numero di attori coinvolti e della loro distanza ideologica e renderebbe le decisioni collettive progressivamente più difficili da assumere. L’applicazione della teoria dei veto players allo Stabilicum evidenzierebbe come il sistema elettorale tenti di ridurre artificialmente il numero di attori con potere di veto per espandere l’“insieme vincente” governativo[13]. Attraverso il premio di maggioranza e l’indicazione vincolante del candidato PdC, la legge mira a concentrare il potere decisionale (probabilmente) nelle mani di una coalizione pre-elettorale; in questo modo, ridurrebbe la necessità di mediazioni parlamentari post-voto che solitamente restringono l’insieme vincente in contesti proporzionali puri. La stabilità dell’Esecutivo dipenderebbe dunque dalla capacità della coalizione di agire come un unico attore istituzionale, minimizzando le divergenze ideologiche e opportunistiche tra i partiti membri per evitare che il disaccordo interno diventi un blocco effettivo all’azione di governo. Tuttavia, l’efficacia dello Stabilicum nel garantire tale stabilità risulterebbe vulnerabile proprio a causa della potenziale incongruenza ideologica intrinseca alle coalizioni eterogenee necessarie per raggiungere la soglia del 42%. Se la distanza tra le preferenze dei partiti alleati è elevata, l’insieme vincente del governo si restringe drasticamente, poiché ogni partner di coalizione manterrebbe un potere di veto de facto capace di paralizzare l’attività esecutiva o di impedire riforme fondamentali. In tale scenario, il sistema traslerebbe il problema dell’immobilismo dal piano parlamentare (Legislativo) a quello governativo (Esecutivo), nel quale la rigidità imposta dai listini bloccati e la frammentazione interna delle coalizioni rischiano di rendere la possibilità del governo di modificare lo status quo estremamente risicata, contrastando l’intento di governabilità espresso dalla legge.
“Il partito politico” è “un gruppo di persone che include coloro che detengono una carica pubblica e coloro che le aiutano a ottenerla e a conservarla”[14]. L’Italia è un sistema multipartitico, cioè “quello in cui più di due partiti hanno una reale probabilità di detenere il potere”[15]. In questo senso, le fazioni che si contendono il potere sono essenzialmente due: quella di centro-destra e quella di centro-sinistra: quello che fa la differenza è il peso specifico (in termini di seggi) che detiene ogni partito che compone la coalizione. Allora, una coalizione connessa, cioè “una coalizione in cui i partiti si collocano uno accanto all’altro nello spazio politico”[16], diventa la soluzione più probabile. In questo caso, può accadere che un partito “minore”, esterno ai due poli (CDX e CSX), abbia il ruolo di “ago della bilancia”. Se la maggioranza fatica ad arrivare al 50%+1 dei seggi, un partito terzo (più piccolo) può decidere di sostenerla (in cambio di qualche carica) per arrivare alla formazione del governo.
“Una coalizione di governo è una coalizione che si forma dopo le elezioni. Una coalizione pre-elettorale è costituita da una serie di partiti che non partecipano alle elezioni in maniera indipendente”[17]. Visto il consistente premio di maggioranza, è probabile che i partiti si presentino vicini ma in autonomia. Il loro obiettivo? Accaparrarsi il maggior numero possibile di seggi al fine di ottenere, dopo le elezioni, il maggior numero di ministri possibile: chi arriva primo ha il Presidente del Consiglio. Allora, tale vicinanza potrebbe palesarsi nuovamente dopo le elezioni (coalizioni post-elettorali).
Perché? Per la legge di Gamson. “Gli incarichi ministeriali sono distribuiti tra i partiti di governo in stretta proporzione al numero di seggi che ciascun partito apporta al totale dei seggi legislativi della coalizione di governo”[18]. Si badi bene: “seggi”, non “voti”. E, come sappiamo, in un sistema dotato di una componente maggioritaria il numero seggi è più che proporzionale rispetto al numero di voti.
Le due coalizioni post-elettorali, CDX e CSX, potrebbero accontentarsi in caso di vittoria di un numero sufficiente di seggi per governare (coalizione minima vincente minore)[19] e per fare opposizione, oppure optare per un numero di seggi maggiore al fine di garantirsi non solo un governo (o un’opposizione), ma anche un governo (o un’opposizione) più stabile e duraturo; nel caso, sarebbe un governo a maggioranza eccedente[20].
Problemi dell’analisi dei modelli predittivi sul comportamento elettorale prima del voto
Il voto strategico? “Un voto strategico, o sofisticato, è un voto con il quale un individuo vota a favore di una opzione meno preferita, perché ritiene che, in questo modo, otterrà alla fine un risultato migliore rispetto a quello che otterrebbe agendo altrimenti. Un voto sincero è un voto per l’opzione preferita dall’individuo”[21]. Nello Stabilicum, il voto strategico diventa una componente fondamentale per l’elettore che desidera influenzare l’assegnazione del premio di maggioranza o la tenuta della propria coalizione. Poiché il sistema prevede un premio statale legato al raggiungimento della soglia del 42%, l’elettore si trova di fronte a un dilemma tra il voto sincero (ciò che realmente vorrebbe votare) e quello tattico (cosa dovrebbe votare per ottenere il risultato migliore ritenuto possibile). Un elettore moderato potrebbe votare per una lista maggiore del proprio schieramento per assicurarne la vittoria, anche se preferirebbe una lista più piccola che rischierebbe di non superare la soglia di sbarramento. Parallelamente, la clausola di salvaguardia per la prima lista sotto il 3% incoraggia un voto “di protezione” verso i piccoli partiti alleati, qualora gli elettori temano che la loro esclusione possa privare la coalizione di voti decisivi per il computo del 42% complessivo. Questo meccanismo di voto strategico rende i sondaggi pre-elettorali altamente volatili, poiché l’elettore adatterebbe costantemente la propria scelta in base alla percezione pubblica della forza della coalizione. In altre parole, gli elettori dei partiti più piccoli e anti-sistema potrebbero decidere di votarli per togliere quella piccola percentuale di voti che sarebbe necessaria ai partiti maggiori per ottenere il premio di maggioranza.
Bonus. Effetto meccanico ed effetto psicologico secondo Duverger
Secondo Duverger, ogni legge elettorale produrrebbe due tipologie di conseguenze: un effetto meccanico e un effetto psicologico. L’effetto meccanico deriverebbe direttamente dalle regole di trasformazione dei voti in seggi: alcuni sistemi premiano maggiormente i partiti più grandi e penalizzano quelli minori, mentre altri tendono a riprodurre con maggiore fedeltà la distribuzione delle preferenze espresse dagli elettori. Nel caso dello Stabilicum, il premio di maggioranza e le soglie di sbarramento eserciterebbero un effetto meccanico che incentiverebbe la concentrazione dei seggi nelle mani delle coalizioni più competitive e ridurrebbe la probabilità che le forze politiche più piccole ottengano una rappresentanza parlamentare autonoma, salvo l’applicazione della clausola di salvaguardia. L’effetto psicologico rappresenterebbe invece la risposta strategica di elettori, partiti ed élite agli incentivi prodotti dall’effetto meccanico. Anticipando il modo in cui i voti saranno convertiti in seggi, gli elettori possono decidere di abbandonare il proprio partito preferito per sostenere una forza politica ritenuta più competitiva (con il voto strategico), mentre i partiti possono scegliere di formare coalizioni, modificare il proprio posizionamento programmatico o rinunciare alla competizione autonoma per massimizzare le probabilità di ottenere rappresentanza.
Nello Stabilicum tale effetto potrebbe risultare particolarmente accentuato, poiché la soglia del 42% necessaria per ottenere il premio di maggioranza aumenterebbe l’incentivo sia alla formazione di ampie coalizioni pre-elettorali sia alla concentrazione del voto verso le liste percepite come decisive per il raggiungimento di tale obiettivo. Tuttavia, l’intensità effettiva di questi effetti rimane un’ipotesi teorica, la cui verifica richiederebbe evidenze empiriche derivanti dall’applicazione concreta della legge.
E l’ingresso strategico delle élite? L’ingresso strategico delle élite si manifesta nella definizione degli assetti di coalizione e nella composizione dei listini bloccati. Le élite di partito operano in uno scenario di incertezza strategica nel quale la decisione di presentarsi insieme o separati non dipende dalla coerenza programmatica, ma dalla massimizzazione del peso specifico post-elettorale. La designazione del candidato PdC unico fungerebbe da segnale di forza verso l’elettorato e verso gli alleati, poiché chi ottiene la guida della coalizione si assicura un vantaggio negoziale nella distribuzione dei futuri incarichi ministeriali, seguendo la logica della legge di Gamson (secondo cui il numero dei ministeri sarebbe distribuito in modo proporzionale al numero di seggi). Inoltre, la selezione dei candidati nei listini bloccati sarebbe un’operazione puramente strategica: i partiti posizionano nei posti eleggibili i fedelissimi che garantiranno la disciplina parlamentare, minimizzando il rischio di defezioni. La tensione tra i partiti coalizzati sarebbe quindi altissima: ogni élite cercherebbe di bilanciare la necessità di una coalizione ampia per vincere il premio di maggioranza con l’esigenza di non essere assorbita dall’alleato maggiore: un calcolo che spesso porta a strategie di differenziazione pubblica all’interno della stessa coalizione, rendendo quindi il sistema intrinsecamente instabile nonostante l’architettura volta alla governabilità.
N.B. Una coalizione che sa di poter arrivare a 220 deputati con il premio potrebbe anche avere un forte incentivo a tenere insieme il governo.
Il risultato dell’analisi
L’ipotesi iniziale, che attribuisce al Governo la volontà sincera di garantire stabilità di lungo periodo, deve confrontarsi con i limiti strutturali emersi dall’analisi. Se l’obiettivo primario è la governabilità, lo Stabilicum offre una risposta tecnica condizionata dalla fragilità delle coalizioni: il sistema riesce a ridurre la frammentazione nel momento del voto, ma rischia di produrre un Esecutivo ostaggio delle proprie componenti interne. In questo modo, si sposterebbe il fulcro dell’instabilità politico-istituzionale dalle aule parlamentari alle stanze dei bottoni dell’Esecutivo.
Il dibattito sulla democraticità del sistema poggia sulla tensione tra rappresentanza e stabilità. Se, da un lato, il sistema garantirebbe probabilmente un governo chiaro, dall’altro, la drastica riduzione della scelta dell’elettore – privato del voto diretto ai candidati dai listini bloccati e vincolato a coalizioni pre-confezionate – indebolirebbe il legame tra cittadino ed eletto. E non è una novità quella dei listini bloccati: è già così con il Rosatellum. L’idea è che i partiti decidano il proprio leader tramite dei meccanismi di selezione interni, per esempio tramite delle primarie più o meno aperte e/o partecipate. Essi, a loro volta, decidono – in base alle proprie valutazioni – quali rappresentanti saranno in lista e in quale ordine; avranno, cioè, un grande potere decisionale. Ne consegue che la rappresentanza del cittadino-elettore viene delegata a una decisione intermedia che ha luogo prima del voto (cioè quella dei leader dei partiti). Ciò, in una qualche misura, riduce la capacità dei rappresentati di eleggere direttamente i propri rappresentanti; li allontana dal proprio deputato e senatore di riferimento, con la conseguenza di rafforzare il gruppo che gestisce il proprio partito di riferimento. Un ulteriore effetto, allora, sta nella maggiore distanza percepita rispetto alle istituzioni, perché i rappresentanti “sono calati dall’alto, non decisi da me”. In altri termini, se il rappresentante è percepito come imposto dai partiti e non come una scelta propria, la sfiducia nelle istituzioni è molto probabile che aumenti. La democrazia liberale richiede che il pluralismo sia effettivamente rappresentato; in questo caso, la soglia del 42% e i tetti ai seggi comprimono la proporzionalità e favoriscono una semplificazione del sistema politico che, sebbene funzionale alla decisione, rischia di escludere istanze di una parte significativa dell’elettorato.
L’efficacia della legge è ulteriormente insidiata dal contesto statale. Le fratture sociali ed economiche, sempre più profonde, non vengono sanate da un meccanismo elettorale che, al contrario, le polarizza nel tentativo di forzare un bipolarismo coatto. L’astensionismo (di cui ho parlato qua), che oggi rappresenta il primo “partito” in termini numerici, rivela una disaffezione che lo Stabilicum non risolve, poiché non restituisce all’elettore la capacità di incidere realmente sulla qualità della classe dirigente. Il cittadino percepirebbe sempre più lo scollamento tra il voto e l’indirizzo politico finale, il che si trasformerebbe in una crisi di legittimazione che nessuna norma tecnica potrebbe colmare da sola.
Infine, è utile considerare due scenari possibili:
- Scenario 1 – raggiungimento della soglia per il premio di maggioranza.
La coalizione ottiene il premio. L’Esecutivo gode di una maggioranza solida, ma deve gestire al suo interno la legge di Gamson e il potere di veto dei partner minori. Il governo è stabile sulla carta, ma la tenuta dipende dalla capacità di mediare tra le diverse anime interne senza implodere di fronte alle crisi economiche o sociali; - Scenario 2 – mancato raggiungimento della soglia per il premio di maggioranza.
Il premio non scatta. Il sistema opera come un proporzionale puro con sbarramenti. Si apre la fase di contrattazione post-elettorale, nella quale la stabilità dell’Esecutivo tornerà a dipendere dalla capacità di formare maggioranze parlamentari, vanificando l’intento originario della legge e riportando il sistema verso le dinamiche di instabilità cronica che il testo si proponeva di eliminare.
In definitiva, lo Stabilicum agisce come un artificio istituzionale che delega alla matematica la risoluzione di problemi prettamente politici. La stabilità che ne deriva è condizionata dalla coesione degli attori in campo: in assenza di una cultura politica orientata alla coalizione, la legge rischia di essere un mero strumento di gestione contingente piuttosto che un architrave duraturo per il sistema democratico italiano. Tra l’altro, si basa esplicitamente sulla scommessa che un singolo partito, o una singola coalizione (in questo caso rendendo le cose più complicate e meno stabili), ottenga il premio di maggioranza.
Ne concludo che, al di là delle considerazioni ideologiche, dal punto di vista tecnico è molto poco probabile che lo Stabilicum generi dei governi più stabili. Per quell’obiettivo servono più cultura civica, crescita economica, media e partiti di qualità in grado di mitigare la polarizzazione, e molto altro.
- Non solo in Italia, ma in tutti i sistemi democratici e non solo. ↩
- Clark, W. R., Golder, M. e Golder, S. N. (2022). Principi di scienza politica. McGraw-Hill, 2 ed., p. 379. ↩
- Clark, W. R., Golder, M. e Golder, S. N. (2022). Principi di scienza politica. McGraw-Hill, 2 ed., p. 403. ↩
- Clark, W. R., Golder, M. e Golder, S. N. (2022). Principi di scienza politica. McGraw-Hill, 2 ed., p. 393. ↩
- Clark, W. R., Golder, M. e Golder, S. N. (2022). Principi di scienza politica. McGraw-Hill, 2 ed., p. 417. ↩
- Clark, W. R., Golder, M. e Golder, S. N. (2022). Principi di scienza politica. McGraw-Hill, 2 ed., p. 417. ↩
- Clark, W. R., Golder, M. e Golder, S. N. (2022). Principi di scienza politica. McGraw-Hill, 2 ed., p. 418. ↩
- Clark, W. R., Golder, M. e Golder, S. N. (2022). Principi di scienza politica. McGraw-Hill, 2 ed., p. 410. ↩
- Clark, W. R., Golder, M. e Golder, S. N. (2022). Principi di scienza politica. McGraw-Hill, 2 ed., p. 410. ↩
- Linko come fonte una tesi di laurea, che però spiega molto bene il concetto e i suoi limiti, e che cita adeguatamente ogni fonte. ↩
- Il che è una pura descrizione dei fatti, senza giudizi di valore. Sugli effetti di tale riforma costituzionale si veda la letteratura giuridica dedicata. ↩
- Ho spiegato che cos’è l’elettore mediano qua. ↩
- Si tratta dell’insieme di tutte le alternative politiche che potrebbero sconfiggere lo status quo. ↩
- Clark, W. R., Golder, M. e Golder, S. N. (2022). Principi di scienza politica. McGraw-Hill, 2 ed., p. 430. ↩
- Clark, W. R., Golder, M. e Golder, S. N. (2022). Principi di scienza politica. McGraw-Hill, 2 ed., p. 434. ↩
- Clark, W. R., Golder, M. e Golder, S. N. (2022). Principi di scienza politica. McGraw-Hill, 2 ed., p. 342. ↩
- Clark, W. R., Golder, M. e Golder, S. N. (2022). Principi di scienza politica. McGraw-Hill, 2 ed., p. 350. ↩
- Clark, W. R., Golder, M. e Golder, S. N. (2022). Principi di scienza politica. McGraw-Hill, 2 ed., p. 340. ↩
- La distinzione tra “coalizione minima vincente” (CMV) e “coalizione minima vincente minore” attiene alla teoria della formazione dei governi nei sistemi parlamentari e si fonda su criteri aritmetici e di massimizzazione dell’utilità degli attori politici. Si definisce CMV un Esecutivo che include esclusivamente i partiti necessari per controllare una maggioranza legislativa; in tale configurazione, l’esclusione di un partner riduce il sostegno parlamentare sotto la soglia di maggioranza, causando la caduta dell'esecutivo. La “coalizione minima vincente minore” è un sottoinsieme delle CMV e identifica la configurazione che presenta il minor numero assoluto di seggi in eccesso rispetto al quorum della maggioranza. Si ipotizzi un parlamento di 100 seggi con maggioranza a 51. Con i partiti A (40), B (30), C (20), D (10), le configurazioni A+C (60 seggi) e B+C+D (60 seggi) risultano coalizioni minime vincenti minori, poiché presentano l'eccedenza minima di 9 seggi rispetto al quorum, a differenza della coalizione A+B (70 seggi) che, pur essendo minima vincente, massimizza l’eccedenza a 19 seggi. Clark, W. R., Golder, M. e Golder, S. N. (2022). Principi di scienza politica. McGraw-Hill, 2 ed.. ↩
- Clark, W. R., Golder, M. e Golder, S. N. (2022). Principi di scienza politica. McGraw-Hill, 2 ed., p. 347. ↩
- Clark, W. R., Golder, M. e Golder, S. N. (2022). Principi di scienza politica. McGraw-Hill, 2 ed., p. 304. ↩


