L'Editoriale
07 gennaio 2026 | di Valentina Barbiero

All’inizio non c’è una storia, c’è un’immagine che arriva spesso senza contesto e tempo. Un’inquadratura instabile, il rumore del vento che entra nei microfoni, una voce che parla mentre ancora non dispone dei fatti. Poi l’immagine si ferma, viene ripresa, ingrandita, ripetuta. Infine diventa riconoscibile.

È così che molti hanno incontrato ciò che è accaduto a Crans-Montana.

A Crans-Montana, una località alpina svizzera, un incendio scoppiato durante i festeggiamenti di Capodanno ha causato la morte di 40 persone e il ferimento di oltre 100 altre, molte ora in condizioni gravi. Un evento improvviso e violento che ha coinvolto in larga parte giovanissimi, lasciando famiglie e comunità in uno stato di shock profondo. Le indagini sono ancora in corso e le responsabilità da accertare.

È necessario chiarirlo subito: nulla di tutto questo è, in sé, pornografia del dolore.
La tragedia non lo è mai. Il dolore reale non lo è mai.


Il problema emerge dopo, nel modo in cui quell’evento viene esposto. Il dolore, prima ancora di essere spiegato, viene mostrato. E in questa modalità si è passati a uno scroll frenetico e quasi necessario alla ricerca di video che catturassero istanti della tragedia, di testimonianze insistenti, di domande eccessive rivolte a ragazzi devastati da ciò che avevano appena vissuto. Si è arrivati persino a travestirsi da medici per entrare negli ospedali dove erano ricoverate le vittime.

Per capire cosa stiamo davvero guardando, però, serve fermarsi un momento e dare un nome alle cose.

Con pornografia del dolore (o pain porn) s’intende una forma di rappresentazione della sofferenza che non coincide con il raccontare una tragedia, ma con il separare il dolore dal suo contesto umano per trasformarlo in oggetto di consumo emotivo. A renderla tale non è la presenza del dolore, ma la sua esposizione insistita e spettacolarizzata, finalizzata a catturare attenzione più che a suscitare comprensione. Il dolore è mostrato per essere consumato.

Questa dinamica non nasce oggi, né riguarda solo le tragedie locali. Susan Sontag, nel suo saggio Davanti al dolore degli altri, osservava come le immagini di guerra, fatte di corpi feriti, città distrutte e volti straziati, abbiano una forza immediata e al contempo profondamente ambigua. Colpiscono, scuotono, indignano. Eppure, proprio perché si impongono allo sguardo, rischiano di sostituirsi al pensiero. Le immagini, scrive Sontag, da sole non spiegano: mostrano. E se non vengono inserite in una narrazione capace di fornire contesto e responsabilità, finiscono per produrre assuefazione più che consapevolezza.

Mettere in relazione Crans-Montana e le immagini di guerra non significa paragonare le tragedie o sovrapporre dolori. Significa interrogare il modo in cui sofferenze molto diverse vengono oggi esposte secondo una stessa grammatica visiva, che privilegia l’impatto immediato rispetto alla comprensione.

La guerra è forse il laboratorio più evidente di questo meccanismo. Dai conflitti lontani fino a quelli che entrano quotidianamente nei nostri schermi, la sofferenza viene spesso ridotta a prova visiva dell’orrore. Serve a dimostrare che qualcosa è reale, che è grave e che merita attenzione. Ma col tempo, quella stessa esposizione continua rischia di svuotare il dolore di significato.

Da tempo abbiamo smesso di chiederci se sia giusto mostrare la sofferenza. Diamo per scontato che sia necessario. Che senza immagini non esista consapevolezza, che senza esposizione non ci sia attenzione, che senza shock non ci sia empatia. È un presupposto rassicurante perché solleva tutti da una responsabilità più difficile: non quella di accendere i riflettori, ma quella di spegnere o abbassare le luci quando il dolore rischia di diventare spettacolo. Ed è proprio qui che qualcosa si inceppa.

La pornografia del dolore non nasce quando si racconta una tragedia, ma quando il dolore smette di essere esperienza umana e diventa superficie visiva. Come ogni pornografia, non ha a che fare con ciò che viene mostrato, ma con il modo in cui viene consumato. Il dolore non è più qualcosa davanti a cui fermarsi, ma qualcosa da attraversare rapidamente, prima che un’altra immagine lo sostituisca. Si guarda per sentire qualcosa, non per capire qualcosa. Il meccanismo è sottile, perché si traveste da dovere morale. Mostrare “per rispetto verso le vittime”, si dice; ma il rispetto implica un limite a saltare quando la sofferenza viene ripetuta, scomposta, rallentata, ricomposta in una narrazione emotiva che non lascia spazio al silenzio. Il dolore esposto senza distanza smette quindi di appartenere a chi lo vive e diventa proprietà di chi lo guarda.

Su questo punto, anche una riflessione proveniente da un ambito diverso – quello del non profit e della comunicazione solidale – arriva a conclusioni simili. Un articolo pubblicato su Avvenire ha parlato esplicitamente di pornografia del dolore riferendosi all’uso di immagini estreme di povertà e sofferenza per stimolare donazioni rapide. Anche lì, l’intenzione dichiarata è buona, ma il risultato rischia di essere lo stesso: ridurre persone reali a strumenti emotivi, trasformandone il dolore in leva, non in esperienza da comprendere.

A questo punto entra in gioco l’obiezione più comune, quella che sembra chiudere ogni discussione: senza immagini l’opinione pubblica resterebbe indifferente. È vero che le immagini mobilitano, ma mobilitare non significa orientare. L’immagine forte accorcia il tempo della riflessione, lo sostituisce con una reazione immediata e l’evento viene assorbito come emozione, non come fatto. Ci colpisce, ma passa subito perché non ci interroga e non sedimenta.

Il paradosso è che l’empatia, in questo circuito, si consuma. Ogni esposizione richiede la successiva, ogni shock alza la soglia del successivo. Non diventiamo più sensibili al dolore altrui. Diventiamo più difficili da colpire. La sofferenza, per farsi notare, deve spingersi sempre un po’ oltre.

Forse allora “pornografia” non è nemmeno il termine più preciso. Ciò che vediamo all’opera assomiglia sempre più a un’estrazione. Il dolore viene estratto dal contesto, reso immediatamente spendibile, inserito in un ciclo di attenzione che ha bisogno di intensità costante. In questo processo, la tragedia perde spessore umano e acquista valore narrativo: diventa materiale.

Crans-Montana, da questo punto di vista, non è un’eccezione: il dolore è stato rapidamente inserito in una grammatica già pronta, una grammatica che ritroviamo anche nelle immagini di guerra, di violenza, di cronaca nera, che scorrono ogni giorno sugli schermi: eventi reali, diversi per natura e contesto, ma raccontati secondo forme riconoscibili, replicabili, intercambiabili. Tutto si assomiglia, tutto scorre. E proprio per questo, nulla resta davvero.

La conseguenza più profonda non è lo scandalo, ma la normalizzazione. Quando ogni tragedia viene raccontata nello stesso modo, nessuna tragedia costruisce memoria e nessun dolore diventa esperienza condivisa nel tempo.

Resta allora una domanda: se quelle immagini non fossero mai circolate, avremmo davvero saputo meno o avremmo saputo diversamente?

A questa si aggiunge una riflessione che non riguarda solo chi guarda, ma anche chi decide cosa mostrare. Perché le immagini non entrano nello spazio pubblico da sole: dietro ogni inquadratura c’è una decisione editoriale, una valutazione professionale.

Forse il problema non è cosa mostriamo, ma quando abbiamo iniziato a confondere l’informare con il mostrare. Quando l’immagine è diventata una scorciatoia capace di sostituire il contesto, invece di richiederlo. In questo passaggio, in alcuni casi, il giornalismo ha smesso di spiegare e si è limitato a mostrare, spesso forzando.

E se non sappiamo più distinguere le due cose, il rischio non è l’ignoranza, ma l’abitudine: a guardare tutto, a sentire qualcosa, a prestare meno attenzione e a capire sempre meno.

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