Ogni nome ha una storia, il mio non fa eccezione. Avrei dovuto chiamarmi Eva, poi mia madre ha deciso di evitare una cacofonica allitterazione con il mio cognome (Allevi) e ha assecondato mio padre. Per questo mi chiamo Laura. Questa scelta un po' mi è pesata anche in virtù del fatto che ero restia ad accettare fino in fondo che fosse stato lui a decidere. Si sa, non tutti i rapporti sono rapporti di successo.
È però questo il motivo che mi ha spinto a leggere “Tre nomi”, di Florence Knapp.
Knapp debutta nel panorama italiano sotto l'egida di Garzanti, portando una voce che si distingue per la capacità di unire una prosa squisitamente lirica a un'indagine psicologica spietata. Il romanzo si posiziona in quel territorio di confine tra il coming-of-age e il dramma familiare, dove la memoria è un dolorosissimo campo minato.
Cora è una giovane donna che ha appena dato alla luce il suo secondo figlio e, come tradizione di famiglia vorrebbe, dovrebbe registrare il suo nome come Gordon. Ma davvero sarà così? Sì e no, perché l'espediente narrativo messo in campo dall'autrice ci offre non una, ma tre possibilità: Gordon, Bear e Julian. Queste opzioni si trasformano in altrettante linee narrative attraverso le quali potremo seguire la triplice e alternativa vita del figlio di Cora. Ogni sette anni ritroveremo il bambino, poi il ragazzo e infine l’uomo, il cui destino è fortemente segnato dal nome che porta, che fa da presagio a tre epiloghi completamente diversi.
Al contrario di molte saghe familiari che si concentrano solo sull'età adulta, il cuore pulsante di quest'opera è il trio dei piccoli protagonisti, attorno ai quali si svolgono le vite di chi divide la scelta iniziale con lui.
L'aspetto però più crudo e fondamentale del romanzo, troppo spesso edulcorato nelle presentazioni commerciali, è la violenza in famiglia. Un marito, un padre, un uomo violento.
Knapp non si limita a descrivere l'abuso fisico, ma scava nelle forme più subdole e persistenti di violenza: le vittime si trovano imprigionate in un sistema di controllo che usa la paura per garantire il silenzio. La scrittrice è magistrale nel mostrare come la violenza condizioni il modo in cui i bambini, e non solo loro, percepiscono lo spazio sicuro della casa, che si trasforma in un luogo di minaccia costante, in alcuni casi fatale.
E il convitato di pietra è l'indifferenza del mondo esterno: il romanzo mette in luce quanto sia facile per la violenza domestica prosperare all'ombra della normalità. La sofferenza dei personaggi che Knapp descrive con uno straordinario acume psicologico avviene in un isolamento emotivo dove molti adulti "funzionali" preferiscono non guardare.
Noi, come spettatori muti e impossibilitati a intervenire, possiamo solo assistere alla caduta e alla redenzione, altro tema portante del romanzo, dei protagonisti. Ognuno di loro farà pace con la propria eredità fatta di dolore in un percorso che sfocia nella consapevolezza del fatto che, a prescindere da chi ci ha preceduto e ci ha formato, scegliere chi vogliamo essere dipende solo da noi.
La storia che ci troviamo a leggere ci pone di fronte a uno specchio niente affatto rassicurante in una narrazione a tratti cruda che lascia l'amaro in bocca, ma che offre anche la possibilità di compiere un percorso di crescita insieme ai personaggi del romanzo. E questo è un enorme valore aggiunto. Se si pensa poi che ci troviamo di fronte a un esordio letterario, lo stupore non può che aumentare.
Alla fine in ognuno dei futuri possibili la meta è la riappacificazione. Per capire il modo in cui verrà raggiunta bisogna leggere il libro, dalla lettura del quale letteralmente non ci si riesce a staccare.
A proposito, alla fine anche io ho fatto pace col mio nome. Credo che del resto non ci fosse altra scelta.



