Sulle sponde del Danubio, appena dopo la mezzanotte del tredici aprile, si sono tenuti i festeggiamenti per quello che, senza esagerare, è definibile come un cambio di leadership storico. Il partito di Péter Magyar, Tisza, ha vinto le elezioni parlamentari con il 53,2% dei voti, ponendo fine al regime sovranista di Viktor Orbán.
Lo stesso giorno, il neo-eletto primo ministro ungherese ha tenuto una conferenza stampa, durante la quale, oltre al resto, ha chiarito alcuni punti guida per la sua agenda internazionale. Ha fatto sapere che la sua idea di Ungheria è quella di un paese che assomiglia assai più alla Romania, ad esempio, prevedendo una maggiore integrazione europea e un rinnovato rapporto di fiducia con le istituzioni a Bruxelles. Ha parlato dell’Ucraina, chiarendo da quale parte arriva l’aggressione (e cioè da Rostov in poi) e del suo atteggiamento verso Putin. Quanto agli Stati Uniti, ha fatto sapere che non alzerà il telefono per rendere omaggio a Trump (che tifava evidentemente per l’altra parte), mentre ha annunciato che il suo primo viaggio all’estero sarà verso il nord-est: a Varsavia, per incontrare l’unico leader europeo che si è veramente speso per la sua campagna, Donald Tusk.
Quanto alla Cina? Ecco, qui la cosa si fa più sottile. L’atteggiamento dei leader europei verso la Cina non è uniforme, anzi. Sánchez ha concluso il suo quarto viaggio in quattro anni di governo verso Pechino, ad esempio. Anche la Polonia vanta buoni rapporti, così come tutto il gruppo Visegrad. Diverso è l’approccio dei paesi scandinavi, là dove il sentimento diffuso è quello di sospetto. L’Ungheria vanta uno dei partenariati più saldi con il governo di Xi. Storicamente, Budapest ha sempre avuto una simpatia particolare per Pechino: fu tra i primissimi paesi a riconoscere la Repubblica Popolare nel 1949 e la prima a partecipare alla BRI - la Belt and Road Initiative. Nel 2023, gli investimenti diretti in Ungheria da parte cinese hanno superato quelli in Francia e in Germania messi assieme. Sono stati aperti parecchi Istituti Confucio in giro per il paese, permettendo un maggiore approfondimento delle due culture. Nel 2024, durante una visita di stato, il presidente Xi ha annunciato che le relazioni con Budapest sono state elevate al rango di “partenariato strategico”.
Le motivazioni che hanno portato a questo traguardo non sono unicamente storiche, com’è facile intuire. L’Ungheria, sin dal secondo mandato di Orbán, ha tentato di variegare i suoi approvvigionamenti e di non dipendere unicamente da Washington e l’Europa Occidentale. Ha aperto i propri investimenti al Giappone e alla Corea del Sud, alla Russia e soprattutto alla Cina, permettendo, soprattutto a quest’ultima, di trovare un accesso privilegiato al mercato europeo. Infatti, la Cina, attraverso i propri impianti CATL e BYD a Debrecen, è in grado di aggirare i dazi per le auto e le batterie esportate in Europa, potendosi assicurare guadagni più sostanziosi e preoccupazioni in meno.
Tornando a Péter Magyar, le sue dichiarazioni sono state accolte con un qual certo ottimismo a Pechino. Riferendosi ai progetti di investimento cinesi in Ungheria, Magyar ha affermato che tali iniziative saranno sottoposte a revisione, ma non con l’intento di ostacolarle o bloccarle; l’obiettivo, piuttosto, è garantire che rispettino gli standard dell’Unione europea e dell’Ungheria in materia di tutela ambientale, salute e lavoro, e che contribuiscano concretamente alle performance dell’economia nazionale.
Magyar ha inoltre sottolineato che questi progetti possono risultare vantaggiosi a condizione che favoriscano lo sviluppo delle catene di approvvigionamento, consentano la partecipazione delle piccole e medie imprese ungheresi e contribuiscano alla creazione di filiere capaci di incidere positivamente sul prodotto interno lordo e sul benessere della popolazione. “Accogliamo con favore gli investitori: è necessario semplicemente individuare interessi comuni”, ha dichiarato il futuro primo ministro.
Il punto è che la cooperazione con la Cina non dipende poi tanto da Magyar (né da altri leader futuri). Il legame tra Budapest e Pechino non è il prodotto di un’affinità elettiva tra leader, quanto più quello di una precisa logica sistemica. Là dove la Russia di Putin si muove attraverso la forza bruta del revisionismo bellico per scardinare l’ordine liberale, la Cina di Xi Jinping agisce come quello che i realisti chiamerebbero “attore razionale”.
Per Pechino l’Ungheria non è un laboratorio di sovversione politica: a Xi e al Politburo non importa. È, invece, un nodo logistico cruciale. La dottrina cinese, fondata sul mercantilismo di Stato, non mira a convertire l’Occidente al maoismo (poiché bisognerebbe anzitutto convertirvi la Cina stessa), bensì a renderlo dipendente dal capitale e dalle tecnologie orientali. È una strategia di influenza silenziosa e ben più strutturata del caos destabilizzante orchestrato da Mosca e, più recentemente, da Washington.


